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I complessi |
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La definizione dei
complesso |
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Insieme organizzato di rappresentazioni e di ricordi
con forte valore affettivo, parzialmente o totalmente inconsci. Un
complesso si costituisce a partire dalle relazioni interpersonali
della storia infantile e può strutturare tutti i listelli
psicologici: emozioni, atteggiamenti, condotte adattate.
Il termine «complesso» ha incontrato grande
favore nel linguaggio comune («avere dei complessi>>, ecc.), mentre
è sempre meno usato dagli psicoanalisti, se si eccettuano le
espressioni complesso di Edipo* e complesso di evirazione*.
La
maggior parte degli autorî, compreso Freud, scrivono che la
psicoanalisi è debitrice del termine «complesso» alla scuola
psicoanalitica di Zurigo (Bleuler, Jung). In realtà, lo si trova già
negli Studi sull’isteria, per
esempio quando Breuer espone le vedute di Janet sull’isteria o
quando egli sostiene l’esistenza di «rappresentazioni attuali ma
inconsce o subconsce»: «Si tratta quasi sempre di complessi
di rappresentazioni, di ricordi di fatti esterni e di sequenze
ideative del soggetto. Occasionalmente, ogni singola
rappresentazione contenuta in tali complessi di rappresentazioni può
essere pensata coscientemente, e solo la specifica combinazione è
bandita dalla coscienza».
Gli «esperimenti associativi» di Jung dovevano fornire all’ipotesi
del complesso, formulata a proposito dei casi di isteria, una base a
un tempo sperimentale e più ampia. Nel primo commento che ne fa,
Freud scrive: «Le loro esperienze (di Bleuler e di Jung)
acquistarono valore in virtù del presupposto che la rea-zîone alla
parola-stimolo non potesse essere qualcosa di casuale, ma dovesse
essere determinata da un contenuto rappresentativo presente nel
soggetto che reagiva. È invalso l’uso di designare un tale contenuto
rappresentativo, in grado di influire sulla reazione alla
parola-stimolo, col termine di ‘complesso’. Tale influsso è attivo
allorché la parola-stimolo sfiora direttamente il complesso, oppure
allorché quest’ultimo riesce a mettersi in contatto con la
parola-stimolo attraverso elementi intermedi».
Ma
Freud, pur riconoscendo l’interesse degli esperimenti associativi,
formula presto delle riserve sull’uso del termine «complesso». È un
«... termine adeguato e spesso indispensabile per la descrizione
riassuntiva di uno stato di fatto psicologico. Nessun altro fra i
nomi e le designazioni coniati per le esigenze della psicoanalisi ha
raggiunto popolarità così grande, né è incorso così spesso in
applicazioni abusive a detrimento di formulazioni concettuali più
precise».
Lo
stesso giudizio compare in una lettera a O. Poster: il complesso non
è un concetto teorico soddisfacente; vi è una mitologia junghiana
dei complessi.
Secondo Freud, il termine «complesso» potrebbe quindi servire a fini
dimostrativi o descrittivi per mettere in evidenza, a partire da
elementi apparentemente distinti e contingenti, «... cerchie di
pensieri e di interessi potenti dal punto di vista affettivo»;
ma non avrebbe un valore teorico. Di fatto, Freud lo userà molto
poco, a differenza di numerosi autori che si rifanno alla
psicoanalisi.
Si
possono addurre varie spiegazioni di questa cautela di Freud. Egli
era contrario a una certa tipizzazione psicologica (per esempio, il
complesso di scacco), che rischia a un tempo di dissimulare la
singolarità dei casi e di presentare come una spiegazione ciò che di
fatto è un problema. Inoltre, il concetto di complesso tende a
confondersi con quello di un nucleo puramente patogeno che andrebbe
eliminato; si perderebbe cosi. di vista la funzione strutturante
dei complessi, specie di quello edipico, in determinati momenti
dello sviluppo umano.
Sî potrebbe semplificare l’uso ancora confuso del termine
«complesso», distinguendo tre sensi:
1)
II senso originario che designa un assetto relativamente fisso di
sequenze associative. A questo livello
il complesso è ipotizzato per spiegare il modo particolare in cui si
susseguono le associazioni.
2)
Un senso più generale che designa un insieme più o meno organizzato
di tratti personali – compresi quelli che sono meglio integrati –
con l’accento posto soprattutto sulle reazioni affettive. A questo
livello, si riconosce l’esistenza del complesso principalmente dal
fatto che le nuove situazioni sono inconsciamente ricondotte a
situazioni infantili; la condotta appare allora modellata da una
struttura latente invariata. Ma tale accezione rischia di provocare
una generalizzazione abusiva: si può infatti esser tentati di creare
un complesso per ogni tipo psicologico. Secondo noi, è questa
deviazione ‘psicologizzante’ che avrebbe suscitato le riserve e poi
il disinteresse di Freud per il termine.
3)
Un senso più rigoroso che si trova nell’espressione – sempre
mantenuta da Freud – di complesso edipico e che designa una
struttura fondamentale delle relazioni interpersonali e il modo in
cui la persona vi trova il suo posto e lo fa proprio.
Taluni termini che appartengono alla lingua di Freud, come
«complesso di evirazione», «complesso paterno»*,
oppure termini che si incontrano più raramente, come «complesso
materno», «complesso fraterno», «complesso parentale», vanno
inseriti in questo contesto. Va notato che l’apparen-te varietà dei
termini «paterno», «materno» rinvia in ogni caso a dimensioni della
struttura edipica: o in quanto una delle dimensioni predomina in un
soggetto, o in quanto Freud intende mettere in rilievo un
determinato momento della sua analisi. Col nome di complesso
paterno, per esempio, egli pone l’accento sulla relazione
ambivalente nei confronti del padre. Il complesso di evirazione,
anche se il suo tema può essere relativamente isolato, si inserisce
completamente nella dialettica del complesso edipico. |
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Il complesso di
Edipo |
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Insieme organizzato di desideri amorosi e ostili che
il bambino prova nei confronti dei suoi genitori. Nella sua forma
detta positiva, il complesso si presenta come nella storia di Edipo
re: desiderio della morte del reale, rappresentato dal personaggio
dello stesso sesso, e desiderio sessuale per il personaggio di sesso
opposto. Nella sua forma negativa, esso si presenta capovolto: amore
per il genitore dello stesso sesso e odio geloso per il genitore del
sesso opposto. In realtà, queste due forme si rinvengono in gradi
diversi nella forma detta completa del complesso di Edito.
Secondo Freud, il complesso di Edipo raggiunge la sua
acme tra i tre e i cinque anni, durante la fase fallica, e il suo
declino segna l’en-trata nel periodo di latenza. Alla pubertà
subisce una reviviscenza ed è superato con maggiore o minor successo
in un tipo particolare di scelta oggettuale,
Il complesso di Edipo svolge un ruolo fondamentale
nella strutturazione della personalità e nell’orientamento del
desiderio umano.
Gli psicoanalisti ne fanno il principale asse di
riferimento della psicopatologia, cercando di determinare, per
ciascun tipo patologico, i modi della sua impostazione e della sua
risoluzione.
L’antropologia psicoanalitica cerca di ritrovare la
struttura triangolare del complesso di Edito, di cui afferma
l’universalità, nelle culture più diverse e non soltanto in quelle
in cui predomina la famiglia coniugale.
L’espressione «complesso edipico» compare negli
scritti di Freud soltanto nel 1910-1911; ma il contesto mostra
che essa era già ammessa nell’uso psicoanalitico. La scoperta
del complesso di Edipo, preparata da tempo dall’analisi dei suoi
pazienti, è compiuta da Freud nel corso
della sua autoa-nalisi, che lo porta a riconoscere in sé l’amore per
sua madre e, verso suo padre, una gelosia in conflitto con
l’affezione che gli porta. Il 15 ottobre 1897 egli scrive a Fliess:
«... si comprende il potere avvincente dell’Edipo re. [...] la saga
greca si rifà a una costrizione che ognuno riconosce per averne
avvertita in sé l’e-sistenza».
Notiamo che, già in questa prima formulazione, Freud fa
spontaneamente riferimento a un mito al di là della storia e delle
variazioni del vissuto individuale. Egli afferma subito
l’universalità dell’Edipo, tesi che si rafforzerà sempre più in
seguito: <<Ad ogni nuovo arrivato fra gli uomini si pone il compito
di dominare il complesso edipico».
Non intendiamo delineare il complesso itinerario dell’elabo-razione
progressiva di questa scoperta, la cui storia è parallela a quella
della psicoanalisi; va notato d’altronde che Freud non ha mai dato
un’esposizione sistematica del complesso di Edipo. Ci limiteremo a
indicare alcuni problemi concernenti il suo posto nello sviluppo
dell’individuo, le sue funzioni, la sua portata.
I.
– Il complesso di Edipo è stato scoperto nella sua forma detta
semplice e positiva (come d’altronde compare del mito); ma – come ha
notato Freud – si tratta soltanto di una «semplificazione o
schematizzazione» rispetto alla complessità dell’espe-rienza: «...
il maschietto [...] non manifesta soltanto una impostazione
ambivalente verso il padre e una scelta oggettuale affettuosa verso
la madre, ma si comporta contemporaneamente anche come una bimba,
rivelando una impostazione di femminea tenerezza rivolta al padre e
la sua corrispondente impostazione gelosa-ostile verso la madre». In realtà, tra la forma positiva e la forma negativa si
presenta tutta una serie di casi misti, in cui queste due forme
coesistono in una relazione dialettica. L’anali-sta cerca di
determinare nei vari casi le diverse posizioni adottate dal soggetto
nell’assunzione e nella risoluzione del suo Edipo.
In
questa prospettiva, come è stato sottolineato da Ruth Mack Brunswick,
il complesso di Edipo designa la situazione del bambino nel
triangolo. La descrizione del complesso edipico nella sua forma
completa consente a Freud di spiegare l’ambivalenza verso il padre
(nel ragazzo) con il gioco delle componenti etera sessuali e
omosessuali e non come semplice risultato di una situazione di
rivalità.
1)
Le prime elaborazioni della teoria si sono costituite sul modello
del ragazzo. Freud ha ammesso a lungo che, mutatis mutandis,
il complesso può essere trasposto tale e quale nel caso della
bambina. Questo postulato è stato demolito:
a)
dalla tesi sviluppata nell’articolo del 1923 sull’«organizzazione
genitale infantile» della libido, secondo cui per i due sessi,
nella fase fallica, cioè quando l’Edipo raggiunge la
sua acme, vi è un solo organo che conta: il fallo;
b)
dalla valorizzazione dell’attaccamento preedipico alla madre. Questa
fase preedipica è particolarmente manifesta nella bambina in quanto
per lei il complesso di Edipo significherà un
cambiamento d’oggetto d’amore dalla madre al padre.
Seguendo questa duplice direzione, gli psicoanalisti hanno lavorato
per mettere in evidenza la specificità dell’Edipo femminile.
2)
L’età in cui si pone il complesso di Edipo è restata dapprima per
Freud relativamente indeterminata. Nei Tre saggi sulla teoria
sessuale, per esempio,
la scelta oggettuale si effettua pienamente soltanto con la pubertà,
mentre la sessualità infantile resta essenzialmente autoerotica. In
tale prospettiva, il complesso di Edipo, sebbene abbozzato
nell’infanzia, si manifesterebbe solo al momento della pubertà per
essere rapidamente superato. Questa incertezza sussiste ancora nel
1916-17,
anche se Freud a
quella data riconosce l’esistenza di una scelta
oggettuale infantile molto vicina alla scelta adulta.
Nella prospettiva finale di Freud, una volta affermata l’esistenza di
una organizzazione genitale infantile, o fase fallica, l’Edipo è
attribuito a tale fase, ossia schematicamente al periodo fra i tre e
i cinque anni.
3)
Come si vede, Freud ha sempre ammesso che esiste nella vita
dell’individuo un periodo precedente all’Edipo. Quando si
differenzia, anzi quando si oppone il preedipico all’Edipo,
si presume di andare al di là del semplice riconoscimento
di questo fatto: si sottolineano l’esistenza e gli effetti di una
relazione complessa di tipo duale, tra madre e figlio, e si
cerca di ritrovare le fissazioni a tale relazione nelle strutture
psicopatologiche più diverse. In tale prospettiva, si può ancora
considerare assolutamente valida la celebre formula che fa
dell’Edipo il «complesso nucleare delle nevrosi»?
Numerosi autori ritengono che esista una relazione puramente duale
antecedente alla struttura triangolare dell’Edipo e che i conflitti
relativi a quel periodo possano essere analizzati senza far
intervenire la rivalità verso un terzo.
La
scuola kleiniana, che – com’è noto – annette un’importanza
fondamentale agli stadi più precoci dell’infanzia, non considera, a
rigore, nessuna fase come preedipica. Essa fa risalire il complesso
di Edipo alla posizione depressiva* appena interviene la relazione
con persone totali.
Sul problema di una struttura preedipica, la posizione di
Freud rimarrà sfumata; egli dichiara di aver tardato a riconoscere
tutta la portata del legame primitivo con la madre e di essere
rimasto sorpreso da ciò che le psicoanaliste in particolare hanno
messo in luce della fase preedipica nella bambina. Ma egli
pensa anche che non sia necessario, per spiegare questi fatti,
adottare un asse di riferimento diverso dall’Edipo.
Il. – La prevalenza del complesso di Edipo – che Freud ha sempre
continuato a sostenere, rifiutandosi di porre sullo stesso piano dal
punto di vista strutturale ed eziologico le relazioni edipiche e
preedipiche – è mostrata dalle funzioni fondamentali che egli gli
attribuisce:
a)
scelta dell’oggetto d’amore, la quale, dopo la pubertà, rimane
caratterizzata dagli investimenti oggettuali, dalle identificazioni
inerenti al complesso edipico e dal divieto di attuare l’incesto;
b)
accesso alla genitalità, che non è affatto garantito dalla
maturazione biologica. L’organizzazione genitale suppone
l’instaurazione del primato del fallo e difficilmente esso può
essere considerato instaurato senza che sia risolta la crisi edipica
mediante l’identificazione;
c)
effetti sulla strutturazione della personalità, sulla costituzione
delle diverse istanze, particolarmente quelle del Super-io e
dell’Ideale dell’Io.
Questo ruolo strutturante nella genesi della topica intrapersonale è
legato per Freud al declino del complesso edipico e all’entrata nel
periodo di latenza*. Secondo Freud, il processo descritto è più che
una rimozione: «... esso equivale, se portato a termine nel modo
ideale, a una completa distruzione ed eliminazione del complesso.
[...] Se davvero l’Io non ha ottenuto niente di più che una
rimozione del complesso, allora questo continuerà a persistere
inconscio nell’Es ed esplicherà in seguito la sua azione patogena». Nell’articolo da cui è tratta questa citazione, Freud
discute i diversi fattori che provocano tale declino. Nel maschietto
è la «minaccia di evirazione» da parte del padre che è determinante
in questa rinuncia all’oggetto incestuoso, e il complesso edipico
finisce in modo relativamente brusco. Nella bambina, la relazione
del complesso edipico col complesso di evirazione”' è assai diversa:
«Mentre il complesso edipico del bambino crolla a causa del
complesso di evirazione, il complesso edipico della bambina è reso
possibile e introdotto dal complesso di evirazione». In lei «la
rinuncia al pene non viene sopportata senza un tentativo di rivalsa.
La bimba scivola (si potrebbe dire sulle tracce di un’equazione
simbolica) dal pene al bambino: il complesso edipico culmina nel
desiderio, coltivato da tempo, di ricevere dal padre un bambino in
regalo, di generargli un figlio». Ne consegue che nel caso
della bambina è più difficile indicare con precisione il momento del
declino del complesso.
III. – La descrizione precedente non spiega adeguatamente il
carattere fondatore che riveste il complesso edipico per
Freud e che si rivela in particolare nell’ipotesi, formulata in
Totem e tabù, dell’uccisione del padre
primitivo, considerata come momento originario dell’umanità. Per
quanto discutibile dal punto di vista storico, questa ipotesi va
intesa anzitutto come un mito che esprime l’esigenza imposta a ogni
uomo di essere un «Edipo in germe». Il complesso edipico non è
riducibile a una situazione reale, all’influenza effettivamente
esercitata sul bambino dalla coppia dei genitori. La sua efficacia
deriva dal fatto che con esso interviene un’istanza proibitrice
(proibizione dell’incesto) che sbarra l’accesso al soddisfacimento
naturalmente cercato e lega indissolubilmente il desiderio e la
legge (punto su cui ha posto l’accento J. Lacan). Ciò riduce la
portata dell’obiezione formulata da Malinowski e ripresa dalla
scuola detta «culturalista» secondo cui, in alcune civiltà in cui il
padre è esente da qualsiasi funzione repressiva, non esisterebbe il
complesso di Edipo, ma un complesso nucleare caratteristico di
quella struttura sociale: in realtà, nelle civiltà in causa, gli
psicoanalisti cercano di scoprire in quali personaggi reali, anzi in
quale istituzione, si incarna l’istanza proibitrice, in quali
moda-lità sociali si specifica la struttura triangolare costituita
dal bambino, dal suo oggetto naturale e dal portatore della legge.
Tale concezione strutturale dell’Edipo si ricollega alla tesi
esposta da Lévi-Strauss secondo cui il divieto dell’incesto
costituisce la legge universale e minima affinché una «cultura» si
differenzi dalla «natura».
Un
altro concetto freudiano suffraga l’interpretazione secondo cui
l’Edipo trascende il vissuto individuale nel quale si incarna: il
concetto di fantasie primarie*, trasmesse filogeneticamente, schemi
che strutturano la vita immaginativa del soggetto e che sono
altrettante varianti della situazione triangolare (seduzione, scena
primaria, evirazione, ecc.).
Rileviamo infine che, se si concentra l’attenzione sulla relazione
triangolare, si è portati ad attribuire un ruolo essenziale, nella
costituzione di un dato complesso edipico, non solo al soggetto e
alle sue pulsioni, ma anche agli altri termini della relazione
(desiderio inconscio dell’uno o dell’altro genitore, seduzione”,
rapporti tra i genitori).
Ciò
che sarà interiorizzato e sopravviverà nella strutturazione della
personalità è costituito non solo da questa o quella immagine
genitoriale, ma anche, e in misura non minore, dai diversi tipi di
relazioni esistenti tra i vertici del triangolo. |
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Il complesso di
castrazione |
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Complesso centrato sulla fantasia di evirazione, che
fornisce una risposta all’enigma posto al bambino dalla differenza
anatomica tra i sessi (presenza o assenza del pene): questa
differenza viene attribuita a un’amputazione del pene nella bambina.
La struttura e gli effetti del complesso di
evirazione sono diversi nel maschietto e nella bambina. Il
maschietto teme l’evirazione come attuazione di una
minaccia paterna in risposta alle sue attività
sessuali; ne risulta per lui un’intensa angoscia
di evirazione. Nella bambina, l’assenza del pene è
sentita come un pregiudizio subìto che essa cerca di negare,
compensare o riparare.
Il complesso di evirazione è in stretta relazione con
il complesso di Edipo e più particolarmente con la funzione
proibitrice e normativa di quest’ultimo.
L’analisi
del piccolo Hans è stata determinante nella scoperta del complesso
di evirazione da parte di Freud.
Il
complesso di evirazione viene descritto per la prima volta nel 1908
e viene ricollegato alla «teoria sessuale infantile», che
attribuisce un pene a tutti gli esseri umani e può quindi spiegare
solo con l’evirazione la differenza anatomica tra i sessi.
L’uni-versalità del complesso non è affermata, ma sembra ammessa
implicitamente. Il complesso di evirazione è attribuito al primato
del pene nei due sessi e assume un significato narcisistico: «...
già nell’infanzia il pene è la zona erogena principale, l’oggetto
sessuale autoerotico più importante. Logicamente quindi la stima in
cui è tenuto si rispecchia nell’incapacità di immaginare una persona
a sé simile che sia priva di questa fondamentale parte costitutiva».
A partire da quel momento, la fantasia di evirazione
compare sotto diversi simboli: l’oggetto minacciato può essere
spostato (accecamento di Edipo, estirpazione dei denti, ecc.),
l’atto può essere deformato, sostituito con altre lesioni
dell’integrità fisica (incidente, sifilide, operazione chirurgica),
e perfino dell’integri-tà psichica (follia come conseguenza della
masturbazione), l’a-gente paterno può trovare i sostituti più
diversi (animali d’angoscia dei fobici). Il complesso di evirazione
è riconosciuto anche in tutta la gamma dei suoi effetti clinici:
invidia del pene", tabù della verginità, senso di inferiorità, ecc.
Le sue modalità sono individuate nell’insieme delle strutture
psicopatologiche, specie nelle perversioni (omosessualità,
feticismo). Ma solo relativamente tardi verrà attribuito al
complesso di evirazione il suo posto fondamentale nell’evoluzione
della sessualità infantile per i due sessi, e verranno nettamente
formulati il suo rapporto con il complesso di Edipo e la sua
universalità. Questa teorizzazione corrisponde alla definizione, da
parte di Freud, di una fase fallica: in questa fase
«dell’organizzazione genitale infantile, c’è bensì una
mascolinità, ma non una femminilità; i termini dell’an-titesi
sono il possesso di un genitale maschile da un lato e
l’esser evirati dall’altro». L’unità del complesso di
evirazione nei due sessi è concepibile soltanto in base a questo
fondamento comune: l’oggetto della evirazione – il fallo – riveste
un’importanza uguale in questo stadio per la bambina e per il
bambino; il problema posto è lo stesso: avere o meno il fallo. Il
complesso di evirazione si incontra invariabilmente in ogni analisi.
Una seconda caratteristica teorica del complesso di evîrazione è la
sua incidenza sul narcisismo: il bambino considera il fallo
come una parte essenziale dell’immagine di sé e la minaccia di
evirazione mette radicalmente in pericolo questa immagine;
l’effi-cacia della minaccia deriva dalla congiunzione di questi due
elementi: prevalenza del fallo e ferita narcisistica.
Nella genesi empirica del complesso di evirazione quale è stata
descritta da Freud, due dati di fatto svolgono un ruolo importante:
la costatazione da parte del bambino della differenza
anatomica tra i sessi appare come una prova della eseguibilità della
minaccia di evirazione, che ha potuto essere reale o
fantasmatica.
L’agente della evirazione è, per il bambino, il padre, autorità
alla quale egli attribuisce in ultima istanza tutte le minacce
formulate da altre persone. La situazione è meno chiara nella
bambina, che si sente forse piuttosto privata del pene dalla madre
che non effettivamente evirata dal padre.
Rispetto al complesso di Edipo, il complesso di
evirazîone si pone diversamente nei due sessi: nella bambina esso dà
inizio alla ricerca che la conduce a desiderare il pene paterno e
costituisce quindi il momento di entrata nell’Edipo; nel bambino,
esso segna invece la crisi terminale dell’Edipo, in quanto vieta al
bambino l’oggetto materno; l’angoscia di evirazione inaugura per lui
il periodo di latenza e precipita la formazione del Super-io.
Nell’esperienza analitica si incontra costantemente il complesso di
evirazione. Come spiegare questa esperienza quasi invariabile in
ogni essere umano, dal momento che le minacce reali che dovrebbero
provocarla sono lungi dall’essere sempre presenti (e ancor più
raramente poste in atto!) e che la bambina evidentemente non può
venir minacciata di essere privata di ciò che non ha? Tale
contraddizione non ha mancato di indurre gli psicoanalisti a cercare
di fondare il complesso di evirazione su una realtà diversa dalla
minaccia di evirazione. Tali elaborazioni teoriche sono orientate in
varie direzioni, che cercheremo di precisare.
Si
può cercare di situare l’angoscia di evirazione in una serie di
esperienze traumatizzanti in cui pure interviene un elemento di
perdita, di separazione da un oggetto: perdita del seno nel ritmo
dell’allattamento, svezzamento, defecazione. Questa serie trova una
conferma nelle equivalenze simboliche, messe in luce dalla
psicoanalisi, tra i vari oggetti parziali da cui il soggetto è così
separato: pene, seno, feci, neonato. Freud nel 1917 dedicò un testo
particolarmente suggestivo all’equivalenza pene = feci = bambino,
alle metamorfosi del desiderio che ne derivano, e alle sue relazioni
con il complesso di evirazione e con la rivendicazione narcisistica:
«... il pene appare come qualcosa che può essere staccato dal corpo
e si connette analogicamente alle feci, che furono la prima parte
del proprio corpo a cui si dovette rinunciare».
Nella stessa linea di ricerca, A. Starcke ha per primo concentrato
l’attenzione sull’esperienza dell’allattamento e del ritiro del seno
come prototipo della evirazione; «... una parte del corpo analoga a
un pene è presa da un’altra persona, data al bambino come sua
(situazione cui sono associate sensazioni di piacere), poi ritirata
al bambino causando dispiacere». Questa evirazione
primaria, ripetuta a ogni poppata per culminare al momento dello
svezzamento, sarebbe la sola esperienza reale capace di spiegare
l’universalità del complesso di evirazione: il ritiro del capezzolo
della madre sarebbe il fondamentale significato inconscio che si
incontra sempre dietro i pensieri, i timori, i desideri che
costituiscono il complesso di evirazione.
Nella direzione volta a fondare il complesso di evirazione su una
esperienza originaria ed effettivamente vissuta, Rank, secondo il
quale la separazione nel trauma della nascita e le reazioni fisiche
a questa separazione fornirebbero il prototipo di ogni angoscia
successiva, giunge a considerare l’angoscia di evirazione come
l’eco, attraverso una lunga serie di esperienze traumatizzanti,
dell’angoscia della nascita.
La
posizione di Freud rispetto a queste diverse concezioni è piuttosto
sfumata. Anche quando riconosce l’esistenza di radici del complesso
di evirazione nelle esperienze di separazione orale e anale, egli
ritiene che il termine complesso di evirazione «... vada
riservato agli eccitamenti e agli effetti che fanno capo alla
perdita del pene». È difficile pensare che si tratti da parte
sua di un puro desiderio di rigore terminologico. Nella sua lunga
trattazione delle tesi di Rank in Inibizione, sintomo e angoscia, Freud mostra tutto il suo
interesse per un tentativo che miri a cercare sempre più vicino alle
origini il fondamento dell’angoscia di evirazione e a ritrovare in
azione la categoria di separazione, di perdita dell’oggetto
narcisisticamente valorizzato, sia nella primissima infanzia che in
esperienze vissute molto diverse (angoscia morale interpretata come
un’angoscia di separazione dal Super-io). Ma, d’altro lato, la
preoccupazione di Freud di dissociarsi dalla tesi di Rank è
avvertibile in ogni pagina di Inibizione, sintomo e angoscia,
al pari dell’insisten-za con cui, in quest’opera di sintesi,
impernia l’esperienza clinica psicoanalitica sul complesso di
evirazione inteso nella sua accezione letterale.
Più in profondità, l’esitazione di Freud a impegnarsi a fondo in
queste direzioni trova la sua ragion d’essere in una esigenza
teorica fondamentale, che si manifesta in vari concetti. Per
esempio, il concetto di posteriorità", che corregge la tendenza a
cercare sempre più in là una esperienza capace di fungere da
prototipo, oppure la categoria delle fantasie primarie*, nella quale
Freud include l’atto di evirazione; le due parole sono
particolarmente indicative: «fantasia», poiché l’evirazione, per
produrre i suoi effetti, non solo non richiede di essere effettuata
ma neppure di essere oggetto di una formulazione esplicita da parte
dei genitori; «primaria» – anche se l’angoscia di evirazione, che
sorge soltanto nella fase fallica, è lungi dall’essere la prima
nella serie delle esperienze ansiogene – in quanto l’evirazione è
una delle facce del complesso delle relazioni interpersonali in cui
ha origine, si struttura e si specifica il desiderio sessuale
dell’essere umano. In effetti, il ruolo attribuito dalla
psicoanalisi al complesso di evirazione non può essere compreso se
non è riferito alla tesi fondamentale – e continuamente ribadita da
Freud – del carattere nucleare e strutturante dell’Edipo.
Per limitarci al caso del maschietto, si potrebbe esprimere così il
paradosso della teoria freudiana del complesso di evirazione: il
bambino può superare l’Edipo e accedere all’identificazione paterna
solo se ha attraversato la crisi di evirazione, cioè se si è visto
rifiutare l’uso del suo pene come strumento del suo desiderio per la
madre, Il complesso di evirazione va riferito all’ordine culturale
in cui il diritto a un certo uso è sempre correlato a un divieto.
Nella «minaccia di evirazione», che sigilla il divieto dell’incesto,
viene a incarnarsi la funzione della Legge in quanto istitutiva
dell’ordine umano, come è illustrato, in modo mitico, in Totem e
tabù dalla teoria del padre
originario, che si riserva, con la minaccia di evirare i figli,
l’uso sessuale esclusivo delle donne dell’orda.
Essendo la condizione a priori che regola lo scambio
interu-mano in quanto scambio di oggetti sessuali, il complesso di
evirazione può presentarsi nell’esperienza concreta con varie
sfaccettature ed essere ricondotto a formulazioni a un tempo diverse
e complementari, come quelle indicate da Starcke in cui si combinano
i termini del soggetto e dell’altro, di perdere e di ricevere:
«1. Sono evirato (sessualmente privato di), sarò evirato.
2.
Riceverò (desidero ricevere) un pene.
3.
Un’altra persona è evirata, deve essere (sarà) evirata.
4.
Un’altra persona riceverà un pene (ha un pene)».
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