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La difesa dell'Io

 
 
La difesa

Complesso di operazioni la cui finalità è di ridurre e sopprimere ogni modificazione che possa mettere in pericolo l’integrità e la costanza dell’individuo biopsicologico. In quanto istanza che incarna questa costanza e cerca di mantenerla, l’Io può essere descritto come la posta in gioco e l’agente di tali operazioni.

La difesa è ritolta, in generale, contro l’eccitamento interno (pulsione) e, elettivamente, contro una rappresentazione (ricordo, fantasma) legata all’eccitamento o contro una situazione capace di pro-vocarlo, nella misura in cui tale eccitamento è incompatibile con l’equilibrio interno e quindi spiacevole per l’Io. La difesa può essere diretta anche contro gli affetti spiacevoli che sono motivi o segnali della difesa.

Il processo difensivo utilizza determinati meccanismi di difesa più o meno integrati nell’Io.

Segnalata e permeata dalla pulsione, contro cui è diretta in ultima analisi, la difesa assume spesso un andamento coatto e opera almeno parzialmente in modo inconscio. 

È stato col mettere in primo piano la nozione di difesa nell’isteria e subito dopo in altre psiconevrosi, che Freud ha definito la propria concezione della vita psichica in opposizione alle idee dei suoi contemporanei. Gli Studi sull’isteria  mostrano tutta la complessità delle relazioni tra la difesa e l’Io, al quale essa è attribuita. Infatti, l’Io è la regione della personalità, lo «spazio» che vuole essere protetto da ogni perturbazione (conflitti tra desideri opposti, per esempio). Esso è inoltre un «gruppo di rappresentazioni» in contrasto con una rappresentazione con esso inconciliabile, che è segnalata da un affetto spiacevole. Esso è infine l’agente dell’operazione difensiva. Nelle opere di Freud in cui viene elaborato il concetto di psiconevrosi da difesa, l’accento è sempre posto sull’idea di inconciliabilità di una rappresentazione con l’Io; le diverse forme di difesa consistono nei diversi modi di trattare questa rappresentazione, tra cui prevale la separazione di essa dall’affetto che le era originariamente legato. Inoltre Freud, come è noto, oppone molto presto le psiconevrosi da difesa alle nevrosi attuali, gruppo di nevrosi in cui un aumento insopportabile di tensione interna, dovuto a un eccitamento sessuale non scaricato, trova uno sfogo in vari sintomi somatici; è significativo che Freud rifiuti di parlare di difesa nel caso della nevrosi attuale, sebbene sia un modo di proteggere l’organismo e un tentativo di ripristinare un determinato equilibrio. La difesa, nel momento stesso in cui è scoperta, è distinta implicitamente dai provvedimenti presi da un organismo per ridurre un qualsiasi aumento di tensione. 

Contemporaneamente ai suoi sforzi per precisare le diverse modalità del processo difensivo a seconda delle affezioni e per meglio ricostituire – in Studi sull’isteria – lo svolgimento di tale processo in base all’esperienza della cura (ritorno degli affetti spiacevoli che hanno motivato la difesa, scaglionamento delle resistenze, stratificazione del materiale patogeno, ecc.), Freud tenta anche di costruire un modello metapsicologico della difesa. Questa teoria fa già riferimento – come avverrà costantemente in seguito – a una contrapposizione tra gli eccitamenti esterni che si possono fuggire o contro cui esiste un dispositivo meccanico di sbarramento che permette di filtrarli  e gli eccitamenti interni che non si possono fuggire. Contro questa aggressione ‘dal di dentro’ effettuata dalla pulsione, si costituiscono vari procedimenti difensivi. Il Progetto di una psicologia  affronta il problema della difesa in due modi:

1) Freud cerca l’origine di ciò che egli chiama «difesa primaria» in una «esperienza del dolore», come ha trovato il modello del desiderio e della sua inibizione da parte dell’Io in una «esperienza di soddisfacimento». Tuttavia, nel Progetto, tale concezione non è così chiara come quella dell’esperienza di soddisfaci-mento. 

2) Freud cerca di differenziare da una difesa normale una difesa patologica. La prima opera nel caso della reviviscenza di una esperienza penosa; occorre che l’Io abbia già potuto cominciare, al momento dell’esperienza iniziale, a inibire il dispiacere con «investimenti laterali»: «Se in seguito si ripete l’investimento del ricordo, anche il dispiacere si ripete, ma le facilitazioni dell’Io sono già presenti; e l’esperienza mostra che questa seconda liberazione (di dispiacere) è già minore finché, dopo ulteriori ripetizioni, essa si riduce a nulla più di un segnale di intensità accettabile dall’Io».

Tale difesa evita all’Io il rischio di essere permeato e sommerso dal processo primario, come avviene con la difesa patologica. È noto che Freud attribuisce la difesa patologica a un episodio sessuale che a suo tempo non aveva suscitato difese, ma il cui ricordo riattivato provoca un eccitamento dall’interno. «L’atten-zione è orientata [...] sulle percezioni, che generalmente sono occasione di liberazione di dispiacere. Ma qui non si tratta di una percezione bensì di una traccia mnestica, la quale libera inaspettatamente dispiacere, e l’Io ne viene a capo solo troppo in ritardo». Ciò spiega «come mai nel caso di un processo dell’Io si hanno conseguenze che siamo abituati a incontrare solo nei processi primari».

La condizione della difesa patologica è quindi l’insorgere di un eccitamento di origine interna, che provoca dispiacere e contro il quale non si è costituito alcun apprendimento difensivo. Non è quindi l’intensità dell’affetto di per sé che motiva l’intervento della difesa patologica, ma condizioni molto specifiche che non si incontrano né nel caso di una percezione penosa né nella rievocazione di una percezione penosa. Queste condizioni si trovano realizzate per Freud soltanto nel campo della sessualità.

 Quali che siano le diverse modalità del processo difensivo nell’isteria, nella nevrosi ossessiva, nella paranoia, ecc., i due poli del conflitto sono sempre l’Io e la pulsione. È contro una minaccia interna che l’Io cerca di proteg-gersi. Tale concezione, pur essendo sempre più convalidata dall’esperienza clinica, pone un problema teorico che Freud ha sempre avuto presente: come è possibile che la scarica pulsionale destinata per definizione a procurare del piacere sia percepita come dispiacere o come minaccia di dispiacere al punto da provocare una difesa? La differenziazione topica dell’apparato psichico permette di affermare che ciò che è piacere per un sistema è dispiacere per un altro (l’Io), ma questa ripartizione dei ruoli esige che si indichino i motivi che possono indurre alcune esigenze pulsionali a essere contrarie all’Io. Una certa soluzione teorica è rifiutata da Freud: quella secondo cui la difesa interverrebbe «... quando la tensione diventa insopportabilmente grande a causa del mancato soddisfacimento di un moto pulsionale». Una fame non placata infatti non è rimossa; quali che siano i mezzi di difesa di cui dispone l’organismo per far fronte a una minaccia di questo tipo, non si tratta della difesa che si incontra nella psicoanalisi. L’omeostasi dell’organismo non è la condizione sufficiente che permette di dame una spiegazione.

Qual è la molla fondamentale della difesa dell’Io? Perché l’Io percepisce come dispiacere un moto pulsionale? Questa domanda, fondamentale nella psicoanalisi, può ricevere varie risposte, che non si escludono necessariamente tra loro. Una prima distinzione, che si fa in genere, riguarda l’origine prima del pericolo immanente nel soddisfacimento pulsionale: si può considerare la pulsione in sé come pericolosa per l’Io, come aggressione interna, oppure si può attribuire ogni pericolo, in ultima analisi, alla relazione dell’individuo con il mondo esterno e considerare pericolosa la pulsione solo per i danni reali che rischierebbe di provocare il suo soddisfacimento. Per esempio, la tesi sostenuta da Freud in Inibizione, sintomo e angoscia, in particolare la sua reinterpretazione della fobia, porta a privilegiare l’«angoscia reale»”  e, al limite, a considerare come derivata l’angoscia nevrotica o angoscia dinanzi alla pulsione.

Se si affronta lo stesso problema dal punto di vista della concezione dell’Io, è evidente che le soluzioni varieranno a seconda che si metta l’accento sulla sua funzione di agente della realtà e di rappresentante del principio di realtà, o che si insista sulla sua «tendenza unificante», o che lo si descriva soprattutto come una specie di replica intrasoggettiva dell’organismo, regolato, come quest’ultimo, da un principio di omeostasi. Infine, da un punto di vista dinamico, si può essere tentati di risolvere il problema posto dal dispiacere di origine pulsionale ammettendo l’esistenza di un antagonismo non soltanto tra le pulsioni e l’istanza dell’Io, ma anche tra due tipi di pulsioni orientate in direzioni opposte. Freud ha seguito questa via negli anni 1910-15, opponendo alle pulsioni sessuali le pulsioni di autoconservazione o pulsioni dell’Io. È noto che questa coppia pulsionale sarà sostituita, nell’ultima teoria di Freud, con l’antagonismo tra pulsioni di vita e pulsioni di morte; ma questa nuova opposizione non coincide più direttamente con il gioco delle forze che si contrappongono nella dinamica del conflitto*.

 Lo stesso termine difesa, soprattutto quando è usato senza specificazioni, è fonte di molti malintesi e richiede l’introduzione di alcune distinzioni concettuali. Esso designa sia l’azione di difendere (prendere le difese) che quella di difendersi. Sarebbe utile quindi distinguere diversi parametri della difesa, anche se essi più o meno coincidono: la sua posta in gioco, ovvero il <<luogo psichico» che è minacciato; il suo agente, il supporto dell’azione difensiva; la sua finalità: per esempio, la tendenza a mantenere e a ripristinare l’integrità e la costanza dell’Io e a evitare ogni perturbazione che si esprima soggettivamente sotto forma di dispiacere; i suoi motivi: ciò che annuncia la minaccia e suscita il processo difensivo (affetti ridotti alla funzione di segnali, segnale di angoscia); i suoi meccanismi.

Infine, la distinzione tra la difesa, nel senso quasi strategico che ha assunto nella psicoanalisi, e il divieto, quale è formulato in particolare nel complesso di Edipo, pur sottolineando la diversità di due livelli, quello della strutturazione dell’apparato psichico e quello della struttura del desiderio e delle fantasie più fondamentali, lascia aperto il problema della loro articolazione nella teoria e nella pratica della cura.

 
 
I meccanismi di difesa

Diversi tipi di operazioni con cui viene esercitata la difesa. I meccanismi prevalenti sono diversi a seconda del tipo di affezioni, della fase genetica, del grado di elaborazione del conflitto difensivo, ecc.

È generalmente ammesso che i meccanismi di difesa sono utilizzati dall’Io; ma rimane aperto il problema teorico di sapere se il loro azionamento presupponga sempre l’esistenza di un Io organizzato che ne costituisca il supporto.

 Il termine «meccanismo» è utilizzato da Freud per indicare il fatto che i fenomeni psichici presentano delle strutture suscettibili di un’osservazione e di un’analisi scientifica; ci limitiamo a citare il titolo della Comunicazione preliminare degli Studi sull’i-steria di Breuer e Freud: Sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici.

Nel momento stesso in cui egli esplicita la nozione di difesa e la pone alla base dei fenomeni isterici, Freud cerca di specificare altre turbe psiconevrotiche in base al modo particolare in cui è esercitata in esse la difesa: «Spero di poter mostrare [...] come varie turbe nevrotiche siano originate dai diversi procedimenti che fl’) Io impiega per liberarsi dalla (sua) incompatibilità (con una rappresentazione)».

 In Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, egli distingue in questo modo i meccanismi della conversione isterica, duella sostituzione ossessiva e della proiezione paranoica.

Il termine «meccanismo» sarà presente sporadicamente lungo tutta l’opera di Freud. Quello di «meccanismo di difesa» figura per esempio negli scritti metapsicologici del 1915, ma in due accezioni un po’ diverse: o per designare l’insieme del processo difensivo caratteristico di una nevrosi, o per indicare l’utilizza-zione difensiva di questo o quel «destino pulsionale»: rimozione, «volgersi (della pulsione) sulla persona stessa del soggetto», trasformazione nel contrario.

In Inibizione, sintomo e angoscia Freud giustifica ciò che egli chiama il ripristino «del vecchio concetto di difesa» appellandosi alla necessità di possedere una nozione comprensiva che includa accanto alla rimozione altri «metodi di difesa», sottolineando la possibilità di stabilire «un’intima connessione tra particolari forme di difesa e determinate affezioni», e formulando infine l’ipotesi che «...l’ap-parato psichico, prima della differenziazione netta tra l’Io e l’Es, prima della formazione di un Super-io, adoperi metodi di difesa diversi da quelli che usa dopo aver raggiunto questi stadi di organizzazione». 

Anche se Freud sembra qui sottovalutare il fatto che simili idee sono state costantemente presenti nella sua opera, è certo che dopo il 1926 lo studio dei meccanismi di difesa è diventato un tema importante della ricerca psicoanalitica, specie con l’opera di Anna Freud dedicata a tale argomento. Questa autrice cerca di descrivere, in base a esempi concreti, la varietà, la complessità, l’estensione dei meccanismi di difesa, mostrando in particolare come l’intento difensivo possa utilizzare le attività più diverse (fantasie, attività intellettuale), come la difesa possa riguardare non solo rivendicazioni pulsionali, ma tutto ciò che può suscitare uno sviluppo dell’angoscia: emozioni, situazioni, esigenze del Su-per-io, ecc. Va notato che Anna Freud non intende dare un’esposizione esaustiva e sistematica, specie quando enumera en passant i meccanismi di difesa: rimozione, regressione, formazione reattiva, isolamento, annullamento retroattivo, proiezione, introiezione, «volgersi della pulsione sulla persona stessa del soggetto», trasformazione nel contrario, sublimazione.

Si sono potuti descrivere molti altri procedimenti difensivi. La stessa Anna Freud ricorda inoltre, in questo contesto, la negazione mediante le fantasie, l’idealizzazione”, l’identificazione con l’aggressore*, ecc. Melanie Klein descrive quelle che essa considera come difese molte primarie: scissione dell’oggetto”, identificazione proiettiva”', rinnegamento della realtà psichica, controllo onnipotente dell’oggetto, ecc,

Un uso generalizzato della nozione di meccanismo di difesa non manca di porre una serie di problemi: riferendo a una funzione unica operazioni così diverse come, per esempio, la razionalizzazione’“, che fa intervenire meccanismi intellettuali complessi, e il «volgersi della pulsione sulla persona stessa del soggetto»“, che è un «destino» della meta pulsionale; designando con lo stesso termine «difesa» operazioni effettivamente coatte come l’annullamento retroattivo e la ricerca di una via di «disimpegno» che corrisponde a certe sublimazioni, si rischia di svuotare il concetto del suo contenuto operativo.

Numerosi autori, pur parlando di «meccanismi di difesa del-l’Io», non trascurano di riconoscere delle differenze: «Tecniche quali l'isolamento, e il ‘rendere non avvenuto si affiancano ad autentici processi pulsionali quali la regressione, l’inversione nel contrario, il rivolgimento contro la propria persona». Diventa allora necessario mostrare come uno stesso processo possa funzionare a vari livelli: l’introiezione, per esempio, che è anzitutto un modo di relazione della pulsione al suo oggetto e che trova il suo prototipo somatico nell’incorporazione, può trovarsi utilizzata secondariamente come difesa dell’Io (difesa maniaca in particolare).

Non si dovrebbe trascurare un’altra distinzione teorica fondamentale: quella che specifica la rimozione rispetto a tutti gli altri procedimenti difensivi, specificità che Freud non ha mancato di ricordare, anche dopo aver affermato che la rimozione è un caso particolare della difesa. L’importante non è tanto il fatto che essa, come nota Anna Freud, è definita essenzialmente come un controinvestimento permanente ed è a un tempo il più efficace e il più pericoloso dei meccanismi di difesa, quanto il fatto che essa è costitutiva dell’inconscio in quanto tale.

Inane, concentrando la teoria sulla nozione di difesa dell’Io si è indotti facilmente a opporre a tale difesa la rivendicazione pulsionale pura che sarebbe, per principio, totalmente estranea a qualsiasi dialettica: «Senza l’intervento dell’Io o delle forze del mondo esterno che si fanno rappresentare dall’Io, ognî pulsione non avrebbe che un unico destino: quello del soddisfacimento».

Si arriverebbe così a fare della pulsione un termine del tutto positivo che non sarebbe contrassegnato da alcun divieto. Ci si può chiedere però se i meccanismi dello stesso processo primario, con ciò che essi implicano di strutturazione del gioco pulsionale, non siano in contraddizione con tale concezione.

 
 
Controinvestimento

Processo economico postulato da Freud come supporto di numerose attività difensive dell’Io. Esso consiste nell’investimento da parte dell’Io di rappresentazioni, sistemi di rappresentazioni, atteggiamenti, ecc. capaci di ostacolare l’accesso delle rappresentazioni e dei desideri inconsci alla coscienza e alla motilità.

Il termine può anche designare il risultato più o meno permanente di tale processo.

 La nozione di controinvestimento è usata da Freud principalmente nel quadro della sua teoria economica della rimozione. Le rappresentazioni da rimuovere, essendo costantemente investite dalla pulsione e tendendo continuamente a irrompere nella coscienza, non possono essere mantenute nell’inconscio se non viene esercitata una forza ugualmente costante in senso contrario. In generale, la rimozione suppone quindi due processi economici che si condizionano reciprocamente:

1) ritiro da parte del sistema Prec de11’investimento fino allora assegnato a una rappresentazione spiacevole (disinvestirnento);

2) controinvestimento, che utilizza l’energia resa disponibile dall’operazione precedente.

Si tratta ora di vedere su che cosa viene diretto il controinvestimento. Va notato che il controinvestimento ha l’effetto di mantenere una rappresentazione nel sistema da cui proviene l’energia pulsionale. È quindi l’investimento di un elemento del sistema preconscio-conscio che impedisce l’insorgere, al suo posto, della rappresentazione rimossa. L’elemento controinvestito può essere di varia natura: un semplice derivato“ della rappresentazione inconscia (formazione sostitutiva, animale fobico per esempio, che è oggetto di una particolare vigilanza e che è destinato a mantenere rimossi il desiderio inconscio e le fantasie connesse), o un elemento che si oppone direttamente alla rappresentazione inconscia (formazione reattiva, per esempio: esagerata sollecitudine di una madre per i figli, che nasconde desideri aggressivi; cura della pulizia volta a contrastare delle tendenze anali).

Inoltre, ciò che è controinvestito può essere non solo una rappresentazione, ma anche una situazione, un comportamento, un tratto del carattere, ecc.; l’obiettivo rimane sempre quello di stabilizzare la rimozione. Sotto questo aspetto, la nozione di controinvestimento si riferisce all’aspetto economico della nozione dinamica di difesa dell’Io; essa spiega la stabilità del sintomo che, secondo Freud, è sostenuto da entrambe le parti. All’indistrut-tibilità del desiderio inconscio si oppone la relativa rigidità delle strutture dîfensive dell’Io, che esige un consumo permanente di energia.

 Il concetto di controinvestimento è utilizzabile non soltanto per quanto concerne la frontiera tra i sistemi inconscio e preconscio. Introdotto inizialmente da Freud nell’ambito della teoria della rimozione“, il controinvestimento è presente anche in molte altre operazioni difensive: isolamento, annullamento retroattivo, difesa attraverso la realtà, ecc. In tali operazioni difensive, come pure nel meccanismo dell’attenzione e del pensiero discriminativo, il controinvestimento opera anche all’interno del sistema preconscio-conscio.

Infine, Freud fa appello al concetto di controinvestimento in riferimento alla relazione dell’organismo con l’ambiente per spiegare le reazioni difensive contro una irruzione di energia esterna che trapassa lo scudo antistimolo (dolore, trauma). L’organismo mobilita allora parte dell’energia interna, sottraendola alle altre sue attività, per creare una specie di barriera capace di impedire o limitare l’afflusso di eccitazioni esterne.