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Grande categoria di pulsioni che Freud contrappone,
nella sua ultima teoria, alle pulsioni di morte. Esse tendono a
instaurare unità sempre più grandi e a mantenerne la coesione. Le
pulsioni di vita, che sono designate anche col termine Eros,
ricoprono non solo le pulsioni sessuali propriamente dette, ma anche
le pulsioni di autoconservazione.
In
Al di là del principio di piacere
Freud ha introdotto la grande opposizione, che egli sosterrà
fino alla fine della sua opera, tra pulsioni di morte” e pulsioni di
vita. Le prime tendono alla distruzione delle unità vitali, al
livellamento radicale delle tensioni e al ritorno allo stato
inorganico considerato come lo stato di quiete assoluta. Le seconde
mirano non solo a conservare le unità vitali esistenti, ma a
costituire, a partire da esse, unità più grandi. Esisterebbe quindi,
anche al livello cellulare, una tendenza «... che cerca di spingere
l’una verso l’altra le diverse parti della sostanza vivente e di
tenerle unite». Questa tendenza si ritrova nell’organismo
dell’indi-viduo in quanto esso cerca di mantenere la sua unità e la
sua esistenza (pulsioni di autoconservazione, libido
narcisistica), La stessa sessualità nelle sue forme manifeste è
definita come principio di unione (unione degli individui
nell’accoppiamento, unione dei gameti nella riproduzione).
È
la loro opposizione alle pulsioni di morte che consente di cogliere
meglio ciò che Freud intende per pulsioni di vita: esse si
contrappongono tra loro come due grandi princìpi che sarebbero in
azione già nel mondo fisico (attrazione-repulsione) e che sarebbero
soprattutto alla base dei fenomeni vitali (anabolismo-ca-tabolismo).
Questo nuovo dualismo pulsionale non è esente da difficoltà:
1)
L’introduzione da parte di Freud della nozione di pulsione di morte
corrisponde a una riflessione su ciò che vi è di più fondamentale in
ogni pulsione: il ritorno a uno stato precedente. Nella prospettiva
evoluzionistica esplicitamente scelta da Freud, questa tendenza
regressiva non può che mirare a ristabilire forme meno
differenziate, meno organizzate, prive al limite di differenze di
livello energetico. Questa tendenza si esprime eminentemente nella
pulsione di morte, mentre la pulsione di vita è definita come un
movimento inverso, cioè la formazione e il mantenimento di forme più
differenziate e più organizzate, la costanza e perfino
l’aumento delle differenze di livello energetico tra l’organismo
e l’ambiente. Freud si dichiara incapace di mostrare nel caso delle
pulsioni di vita in che cosa esse obbediscano a ciò che egli ha
definito come la formula generale di ogni pulsione, il suo carattere
conservatore o meglio regressivo. «All’Eros (o pulsione d’amore)
questa formula non può essere applicata, giacché ciò implicherebbe
l’ammissione che la sostanza vivente sia stata una volta un’unità,
che poi si è dilacerata e che ora tende alla riunificazione». Freud è allora costretto a rifarsi a un mito, il mito di Aristofane
nel Simposio di Platone, secondo cui l’ac-coppiamento
sessuale cercherebbe di ristabilire l’unità perduta di un essere
originariamente androgino, antecedente alla separazione dei sessi.
2)
Sul piano dei princìpi del funzionamento psichico corrispondenti ai
due grandi gruppi di pulsioni, si ritrovano la stessa opposizione e
la stessa difficoltà: il principio del Nirvana*, che corrisponde
alle pulsioni di morte, è chiaramente definito; ma il principio di
piacere (e la sua modificazione in principio di realtà”), che
dovrebbe rappresentare l’esigenza delle pulsioni di vita, si lascia
difficilmente cogliere nella sua accezione economica ed è
riformulato da Freud in termini «qualitativi».
Le
ultime formulazioni di Freud indicano che il principio sottostante
alle pulsioni di vita è un principio di legame”. «Meta della
prima (l’Eros) di queste due pulsioni è stabilire unità sempre più
vaste e tenerle in vita: unire insieme dunque; meta dell’altra (la
pulsione di distruzione), al contrario, è dissolvere nessi e in
questo modo distruggere le cose».
Come si vede, anche sul piano economico, la pulsione di vita non
calza col modello energetico della pulsione come tendenza alla
riduzione delle pulsioni. In certi passi Freud arriva a
contrapporre l’Eros al generale carattere conservatore della
pulsione.
3) Infine, sebbene Freud pretenda di riconoscere
nelle pulsioni di vita ciò che prima aveva designato come pulsione
sessuale*, ci si può chiedere se questa identificazîone non
corrisponda a un cambiamento della posizione della sessualità nella
struttura del dualismo freudiano. Nelle grandi coppie di contrari
definite da Freud: energia libera-energia legata, processo
primario-processo secondario, principio di piacere-principio di
realtà e, nel Progetto di una psicologia, principio di inerzia-principio di costanza,
la sessualità corrispondeva fino allora ai primi termini, e appariva
come una forza essenzialmente disgregatrice. Col nuovo dualismo pulsionale, è la pulsione di morte che diventa una forza primaria,
demoniaca e propriamente pulsionale, mentre la sessualità
paradossalmente passa dalla parte del legame. |
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Nel quadro dell’ultima teoria freudiana delle
pulsioni, designano una categoria fondamentale delle pulsioni che si
oppongono alle pulsioni di vita e tendono alla riduzione completa
delle tensioni, cioè a ricondurre l’essere vivente allo stato
inorganico.
Risolte dapprima verso l’interno e tendenti
all’autodistruzione, le pulsioni di morte verrebbero successivamente
dirette verso l’esterno, manifestandosi allora sotto forma di
pulsione di aggressione o di distruzione.
La
nozione di pulsione di morte, introdotta da Freud in Al di là del
principio di piacere, e
costantemente riaffermata da lui fino alla fine della sua opera, non
è riuscita a imporsi ai discepoli e alla posterità di Freud allo
stesso titolo della maggior parte dei suoi apporti concettuali; essa
rimane una delle nozioni più controverse. Per coglierne il senso,
non è sufficiente, secondo noi, ritrarsi alle tesi di Freud che la
concernono o ritrovare nell’esperienza clinica le manifestazioni che
sembrano più atte a giustificare questa ipotesi speculativa; occorre
anche inquadrarla nell’evoluzione del pensiero freudiano e
individuare la necessità strutturale a cui risponde la sua
introduzione nel quadro di una rielaborazione più generale (svolta
degli anni ’20). Solo un approfondimento di questo genere può
permettere di ritrovare – al di là degli enunciati espliciti di
Freud e anche della sua convinzione di introdurre un’innovazione
radicale – l’esigenza rivelata da questa nozione, esigenza che aveva
già trovato, in altre forme, il suo posto in modelli precedenti.
Riassumiamo dapprima le tesi di Freud concernenti la
pulsione di morte. Essa rappresenta la tendenza fondamentale di ogni
essere vivente a ritornare allo stato inorganico. Sotto questo
aspetto, «Se ammettiamo che la materia vivente sia venuta dopo la
materia inanimata, e da essa abbia tratto origine, ecco che la
pulsione di morte rientra nella formula [...] secondo cui una delle
due pulsioni (l’Eros e la pulsione di distruzione) tende al
ripristino di una situazione precedente». In questa
prospettiva «...tutti gli esseri viventi (devono) morire per cause
interne!». Negli esseri pluricellulari «...la libido si
imbatte nella pulsione di morte o di distruzione, che domina quest’organismo
cellulare e cerca di disintegrarlo portando tutti i singoli
organismi uniceliulari (che lo compongono) allo stato della
stabilità inorganica. [...l La libido ha îl compito di mettere
questa pulsione distruttiva nell’impossibilità di nuocere, e assolve
questo compito dirottando gran parte della pulsione distruttiva
verso l’esterno, contro gli oggetti del mondo esterno (ben presto le
viene in aiuto un particolare sistema dell’organismo, l’apparato
muscolare). La pulsione prende allora il nome di pulsione di
distruzione, di pulsione di appropriazione, di volontà di potenza.
Una parte di questa pulsione è messa direttamente al servizio della
funzione sessuale nel cui ambito ha un ruolo importante da svolgere.
È questo il vero e proprio sadismo. Un’altra parte, invece, non
viene estroflessa, permane nell’organismo, e con l’aiuto
dell’eccitamento sessuale concomitante [...J viene libidicamente
legata. In questa parte dobbiamo riconoscere il masochismo
originario, erogeno» .
Nello sviluppo libidico dell’individuo, Freud ha potuto descrivere
il gioco combinato della pulsione di vita e della pulsione di morte
sia nella sua forma sadica che nella sua forma masochistica.
Le
pulsioni di morte si inquadrano in un nuovo dualismo in cui si
oppongono alle pulsioni di vita (o Eros”), sotto cui ormai viene sussunto l’insieme delle pulsioni precedentemente distinte da Freud. Le pulsioni di morte appaiono
quindi, nella concettualizzazione freudiana, come un tipo del tutto
nuovo di pulsioni, che non trovava posto nelle classificazioni
precedenti (il sadismo e il masochismo per esempio erano spiegati
con un gioco complesso di pulsioni con orientamento pienamente
positivo); ma nello stesso tempo Freud vede in esse le
pulsioni per eccellenza in quanto vi si realizza eminentemente il
carattere ripetitivo della pulsione.
Quali sono i motivi più manifesti che inducono Freud a porre
l’esistenza di una pulsione di morte?
1)
La presa in considerazione, su diversi piani, dei fenomeni di
ripetizione, che difficilmente
possono essere ricondotti alla ricerca di un soddisfacimento libidico o a un semplice tentativo di dominare le esperienze
spiacevoli; Freud vede in essi il segno del demoniaco, di una forza
irreprimibile, indipendente dal principio di piacere e capace di
opporsi a esso. A partire da questo concetto, Freud è indotto a
formulare l’idea di un carattere regressivo della pulsione, idea
che, sviluppata sistematicamente, lo porta a vedere nella pulsione
di morte la pulsione per eccellenza.
2)
L’importanza assunta nell’esperienza psicoanalitica dalle nozioni di
ambivalenza*, aggressività*, sadismo e masochismo, quali risultano
per esempio dall’osservazione clinica della nevrosi ossessiva e
della melanconia.
3)
L’odio era subito apparso a Freud come qualcosa che non poteva
essere dedotto, dal punto di vista metapsicologico, dalle pulsioni
sessuali. Egli non farà mai propria la tesi che attribuisce «...
tutto ciò che nell’amore si trova di pericoloso e ostile a
un’o-riginaria bipolarità della sua stessa natura». In
Pulsioni e loro destini, il
sadismo e l’odio sono messi in rapporto con le pulsioni dell’Io:
«... gli autentici archetipi della relazione di odio non traggono
origine dalla vita sessuale ma dalla lotta dell’Io per la propria
conservazione e affermazione»; per Freud «l’odio, come
relazione nei confronti dell’oggetto, è più antico dell’amore. Quando, in seguito all’introduzione del narcisismo*, egli tende
ad abbandonare la distinzione tra due tipi di pulsioni (pulsioni
sessuali e pulsioni dell’Io) riducendole a modalità della libido,
gli è dovuto sembrare particolarmente difficile dedurre l’odio nel
quadro di un monismo pulsionale. Il problema di un masochismo
originario sollevato già nel 1915 era una prima
indicazione di uno dei due poli del nuovo grande dualismo pulsionale.
L’esigenza dualistica, come è noto, è fondamentale nel pensiero
freudiano e si rivela in numerosi aspetti strutturali della teoria,
per esempio nella nozione di coppie di contrari*. Essa è
particolarmente imperiosa quando si tratta delle pulsioni, giac-ché
esse forniscono le forze che si affrontano in ultima analisi nel
conflitto psichico*.
Qual è il ruolo che Freud fa svolgere alla nozione di pulsione di
morte? Va notato anzitutto che egli stesso sottolinea che essa è
fondata soprattutto su considerazioni speculative e che essa
gradualmente si è quasi imposta alla sua mente: «Da principio avevo
sostenuto solo a titolo sperimentale (queste) concezioni [...], ma
col passare del tempo esse hanno acquistato sopra di me un tale
potere che non posso più pensare diversamente». Pare che siano
stati soprattutto il valore teorico della nozione e il suo accordo
con una determinata concezione della pulsione che hanno reso Freud
così propenso a sostenere la tesi della pulsione di morte, malgrado
le resistenze che essa incontrava nell’ambiente psicoanalitico e
nonostante la difficoltà a fondarla ne11’esperienza concreta.
Infatti, come è stato sottolineato a più riprese da Freud, i fatti
mostrano – anche nei casi in cui è più manifesta la tendenza alla
distruzione degli altri o di se stessi, in cui è più cieco il furore
di distruzione – che può sempre essere presente un sod-disfacimento
libidico, soddisfacimento sessuale rivolto verso l’oggetto o
godimento narcisistico: «... non capita praticamente mai di
avere a che fare con moti pulsionali allo stato puro, bensì ognora
con leghe di entrambe le pulsioni in differenti proporzioni
quantitative». È in questo senso che Freud dice talora della
pulsione di morte che essa «quando non è tinta d’e-rotismo,
generalmente elude la nostra percezione».
Da
ciò derivano inoltre le difficoltà che incontra Freud nell’utilizzare
il nuovo dualismo pulsionale nella teoria delle nevrosi e nei
modelli del conflitto: «Sempre più l’esperienza ci conferma che i
moti pulsionali di cui riusciamo a seguire le tracce sono
manifestamente derivazioni dell’Eros. Se non fosse per le
considerazioni esposte in Al di là del principio di piacere,
e in ultima analisi per la presenza di una componente sadica nello
stesso Eros, sarebbe difficile tener ferma la nostra fondamentale
concezione dualistica».
In
un testo come Inibizione, sintomo e angoscia, che riconsidera il problema complessivo del
conflitto nevrotico e delle sue diverse modalità, si rimane
effettivamente colpiti nel costatare il poco spazio riservato da Freud all’opposizione tra i due grandi tipi di pulsioni, opposizione
a cui egli non fa svolgere alcun ruolo dinamico. Quando Freud si
pone esplicitamente il problema della relazione tra le istanze
della personalità da lui differenziate – Es, Io, Super-io – e le due
categorie di pulsioni, si nota che il conflitto tra istanze non è
sovrapponibile al dualismo pulsionale; sebbene Freud si sforzi di
determinare la parte assunta dalle due pulsioni nella costituzione
di ogni istanza, quando si tratta di descrivere le modalità del
conflitto non si vede in azione il supposto antagonismo tra pulsioni
di vita e pulsioni di morte: «Non è neppure il caso di prendere in
considerazione l’idea che una o l’altra delle pulsioni fondamentali
possa esser confinata a una o all’altra delle nostre province
psichiche. Le due pulsioni han da essere rintracciabili ovunque». Spesso lo iato tra la nuova teoria delle pulsioni e la nuova
topica è ancora più sensibile: il conflitto diventa un conflitto tra
istanze, in cui l’Es finisce per rappresentare l’insieme
delle esigenze pulsionali in opposizione all’Io. È in questo senso
che Freud ha potuto dire che, su un piano empirico, la distinzione
tra le pulsioni dell’Io e le pulsioni oggettuali conserva il suo
valore; solo «la speculazione teorica ci induce a supporre
l’esistenza di due pulsioni fondamentali (l’Eros e la pulsione di
distruzione) celantisi dietro alle manifeste pulsioni oggettuali e
dell’Io». Come si vede, Freud riprende qui, perfino sul piano
pulsionale, un modello del conflitto precedente a Al di là del
principio di piacere,
supponendo semplicemente che ciascuna delle due forze, che si
affrontano di fatto («pulsioni dell’Io», «pulsioni oggettuali»),
ricopra essa stessa un impasto* di pulsioni di vita e di morte.
Infine, si è colpiti dinanzi agli scarsi cambiamenti manifesti che
la nuova teoria delle pulsioni apporta sia nella descrizione del
conflitto difensivo che in quella dell’evoluzione delle fasi
pulsionali.
Sebbene Freud affermi e mantenga fino alla fine della sua opera la
nozione di pulsione di morte, non la considera come una ipotesi
richiesta dalla teoria delle nevrosi. Egli la sostiene da un lato
perché è il prodotto di un’esigenza speculativa che Freud considera
fondamentale e, dall’altro, perché gli sembra suggerita
ineluttabilmente dall’esistenza di fattî ben precisi, irriducibili,
che assumono ai suoi occhi un’importanza crescente nell’espe-rienza
clinica e nella cura: «Considerando il quadro d’insieme nel quale
convergono le manifestazioni derivanti dall’immanente masochismo di
tanta gente, dalla reazione terapeutica negativa, e dal senso di
colpa dei nevrotici, non si potrà più continuare a dar credito alla
tesi che gli eventi psichici siano dominati esclusivamente dalla
spinta al piacere. Questi fenomeni costituiscono prove
inequivocabili della presenza, nella vita psichica, di una forza che
per le sue mete denominiamo pulsione di aggressione o di
distruzione, e che consideriamo derivata dall’originaria pulsione di
morte insita nella materia vivente».
Si
potrebbe perfino intravedere l’azione della pulsione di morte allo
stato puro quando tende a separarsi dalla pulsione di vita, per
esempio nel caso del melanconico, in cui il Super-io appare come «...una
coltura pura della pulsione di morte».
Freud
stesso rileva che, poîché la sua ipotesi «...poggia soprattutto su
fondamenti teorici, è indiscutibile che essa non è del tutto al
sicuro da obiezioni teoriche». E in questa direzione si sono
mossi numerosi analisti sostenendo che la nozione di pulsione
di morte era inaccettabile e che i fatti clinici citati da
Freud dovevano essere interpretati senza fare ricorso ad essa. In
modo molto schematico, queste critiche possono essere classificate
secondo vari livelli:
1)
Da un punto di vista metapsicologico, rifiuto di fare della
riduzione delle tensioni l’appannaggio di un gruppo determinato di
pulsioni.
2)
Tentativi per descrivere una genesi dell’aggressività: o fa-cendone
in partenza un correlato di ogni pulsione in quanto si realizza in
una attività imposta dal soggetto all’oggetto, oppure vedendo in
essa una reazione secondaria alla frustrazione proveniente
dall’oggetto.
3)
Riconoscimento dell’importanza e dell’autonomia di pulsioni
aggressive, ma senza che esse possano essere attribuite a una
tendenza auto-aggressiva; rifiuto di ipostatizzare, in ogni essere
vivente, la coppia di contrari: pulsioni dî vita-pulsioni di
autodistruzione. Un’ambivalenza pulsionale può pure essere
affermata come esistente originariamente, ma l’opposizione tra amore
e odio, quale si manifesta fin dall’inizio nell’incorporazione*
orale, andrebbe intesa solo nella relazione con un oggetto esterno.
Per contro, una scuola come quella di Melanie Klein riafferma con
tutta la sua forza il dualismo tra le pulsioni di morte e le
pulsioni di vita, facendo svolgere persino un ruolo fondamentale
alle pulsionî di morte già all’origine dell’esistenza umana, non
solo in quanto orientate verso l’oggetto esterno, ma anche in quanto
operano nell’organismo e suscitano l’angoscia di essere disintegrati
e annientati, Ma ci si può chîedere se il manicheismo kleiniano
faccia propri tutti i significati che Freud aveva dato al suo
dualismo. Infatti, i due tipi di pulsione invocati da Melanie Klein
sono in antagonismo per il loro scopo, ma non vi è una differenza
fondamentale nel loro principio di funzionamento.
Le difficoltà che hanno incontrato i seguaci di
Freud a recepire il concetto di pulsione di morte invitano a
interrogarsi su ciò che Freud intende col termine Trieb nella
sua ultima teoria. Si prova infatti un certo imbarazzo a denominare
con lo stesso termine pulsione ciò che Freud ha descritto e mostrato
in azione nei dettagli del funzionamento della sessualità umana
(Tre saggi sulla teoria sessuale e queste «entità mitiche» che egli vede
affrontarsi non tanto al livello del conflitto clinicamente
osservabile, quanto in una lotta che supera l’individuo umano poiché
si ritroverebbe in modo velato in tutti gli esseri viventi, anche
nei più primitivi: «Le forze pulsionali che cercano di portare
l’essere vivente alla morte potrebbero agire anche nei protozoi fin
dall’inizio, ma i loro effetti essere celati in un modo così
completo dagli effetti delle forze che tendono alla conservazione
della vita, da far sì che diventi estremamente difficile dimostrarne
l’esistenza».
L’opposizione tra le due pulsioni fondamentali dovrebbe essere
accostata ai grandi processi vitali anabolici e catabolici; al
limite, «l’analogia delle nostre due pulsioni fondamentali si
estende al di là del campo del vivente fino a raggiungere la sfera
inorganica dominata dalla coppia di opposti attrazione-repulsione». Questo aspetto fondamentale, anzi universale, della pulsione
di morte è sottolineato da Freud in vari modi. In particolare esso
si manifesta nel riferimento a concezioni filosofiche come quelle di
Empedocle e di Schopenhauer.
In
realtà ciò che Freud cerca di esplicitare con il termine pulsione di
morte è ciò che vi è di più fondamentale nella nozione di pulsione,
il ritorno a uno stato precedente e, in ultima analisi, il ritorno
alla quiete assoluta dell’inorganico. Al di là di un tipo
particolare di pulsione, è il carattere intrinseco del principio
di ogni pulsione che egli cerca di individuare con questo
termine.
A
questo proposito, è istruttivo notare le difficoltà che prova Freud
a collocare la pulsione di morte rispetto ai princìpi del
funzionamento psichico che egli ha formulato da tempo, e soprattutto
rispetto al principio di piacere. In Al di là del principio di
piacere, come mostra già il titolo stesso dell’opera, la
pulsione di morte è postulata in base a fatti considerati in
contrasto con tale principio, ma allo stesso tempo Freud può
concludere affermando: «Sembrerebbe proprio che il principio di
piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte».
Egli ha avvertito peraltro tale contraddizione, e ciò lo ha indotto
in seguito a distinguere dal principio di piacere* il principio del
Nirvana”, il quale, come principio economico della riduzione delle
tensioni a zero, «...sarebbe interamente al servizio delle pulsioni
di morte». Quanto al principio di piacere, la cui definizione
diventa allora più qualitativa che economica, esso «rappresenta le
pretese della libido».
Ci
si può chiedere se l’introduzione del principio del Nirvana, «che
esprime la tendenza della pulsione di morte», costituisca una
innovazione radicale. Sarebbe facile mostrare come le formulazioni
del principio di piacere che Freud ha dato lungo tutta la sua opera
confondessero due tendenze: una tendenza alla scarica completa
dell’eccitazione e una tendenza al mantenimento di un livello
costante (omeostasi). Va notato d’altronde che all’ini-zio della sua
prima costruzione metapsicologica Freud aveva distinto queste due
tendenze parlando di un principio di inerzia* e mostrando come esso
si modifichi in una tendenza a conservare costante il livello di
tensione.
Queste due tendenze d’altronde sono rimaste distinte in quanto
corrispondono a due tipi di energia, libera e legata', e a due modi
di funzionamento psichico (processo primario e processo
secondario“). In questa prospettiva, si può vedere nella tesi della
pulsione di morte una riaffermazione di ciò che Freud ha sempre
considerato come l’essenza stessa dell’inconscio in ciò che esso
offre di indistruttibile e di dereale. Questa riaffermazione di ciò
che vi è di più radicale nel desiderio inconscio corrisponde a un
mutamento nella funzione ultima assegnata da Freud alla sessualità.
Questa infatti è definita, col nome di Eros, non più come forza
disgregatrice, eminentemente perturbante, ma come principio di
coesione: «Meta della prima (l’Eros) di queste due pulsioni è
stabilire unità sempre più vaste e tenerle in vita: unire insieme
dunque; meta dell’altra (la pulsione di distruzione), al contrario,
è dissolvere nessi e in questo modo distruggere le cose».
Tuttavia, anche se si può vedere nella nozione di pulsione di morte
una nuova manifestazione di un’esigenza fondamentale e costante del
pensiero freudiano, non si può non sottolineare che essa apporta una
concezione nuova: essa fa della tendenza alla distruzione, quale si
rivela per esempio nel sadomasochismo, un dato irriducibile; essa è
l’espressione privilegiata del principio più radicale del
funzionamento psichico; infine, essendo ciò che vi è di più
pulsionale, essa lega indissolubilmente ogni desiderio, aggressivo o
sessuale, al desiderio di morte. |