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La seconda topica: Io, Es e SuperIo

 
 
L'IO

Istanza che Freud, nella sua seconda teoria dell’apparato psichico, distingue dall’Es e dal Super-io.

Dal punto di vista topico, l’Io è in una relazione di dipendenza nei confronti sia delle rivendicazioni dell’Es che degli imperativi del Super-io e delle esigenze della realtà. Sebbene egli si ponga come mediatore, incaricato di tutelare gli interessi della totalità della persona, la sua autonomia è molto relativa.

Dal punto di vista dinamico, l'Io rappresenta eminentemente nel conflitto nevrotico il polo difensivo della personalità; egli aziona una serie di meccanismi di difesa, che sono motivati dalla percezione di un affetto spiacevole (segnale di angoscia).

Dal punto di vista economico, l’Io appare come un fattore di legame dei processi psichici; ma, nelle operazioni difensive, i tentativi di legame dell’energia pulsionale sono contaminati dai caratteri che specificano il processo primario: essi assumono un andamento coatto, ripetitivo, dereale.

La teoria psicoanalitica cerca di spiegare la genesi dell’Io su due piani relativamente eterogenei, o considerandolo un apparato adattativo differenziato a partire dall’Es a contatto con la realtà esterna, o definendolo come il prodotto di identificazioni che portano alla formazione in seno alla persona di un oggetto d’amore investito dall’Es.

Rispetto alla prima teoria dell’apparato psichico, l’Io è più vasto del sistema preconscio-conscio in quanto le sue operazioni difensive sono in gran parte inconsce.

Da un punto di vista storico, il concetto topico dell’Io è il punto terminale di una nozione costantemente presente in Freud fin dalle origini del suo pensiero.

 

Giacché esistono in Freud due teorie topiche dell’apparato psichico, la prima che fa intervenire i sistemi inconscio e preconscio-conscio e la seconda con le tre istanze Es, Io, Super-io, è corrente ammettere, nella psicoanalisi, che la nozione di Io assume un senso strettamente psicoanalitico, tecnico, solo dopo la «svolta» del 1920. Questo profondo cambiamento della teoria corrisponderebbe nella pratica a un nuovo orientamento, rivolto verso l’analisi dell’Io e dei suoi meccanismi di difesa più che verso la ricerca dei contenuti inconsci. Certo, nessuno ignora che Freud parlava di Io (Ich) già nei suoi primi scritti, ma in generale lo avrebbe fatto – secondo alcuni – in modo generico, riferendolo all’insieme della personalità. Le concezioni più specifiche in cui all’Io sono attribuite pulsioni ben determinate in seno all’apparato psichico  sono considerate come prefigurazioni isolate delle nozioni della seconda topica. In realtà, come vedremo, la storia del pensiero freudiano è molto più complessa: da un lato, l’esame dell’insieme dei testi freudiani non consente di localizzare due accezioni di Io corrispondenti a due periodi diversi: la nozione di Io è sempre stata presente, anche se essa è stata rinnovata con apporti successivi (narcisismo, definizione della nozione di identificazione, ecc.). D’altro lato, la svolta del 1920 non può essere limitata alla definizione dell’Io come istanza centrale della personalità: essa comporta – come è noto – numerosi altri apporti essenziali che modificano la struttura globale della teoria e non possono essere pienamente apprezzati se non nelle loro correlazioni. Infine, non ci sembra opportuno cercare di porre subito una distinzione netta tra l’Io come persona e l’Io come istanza giacché l’interconnessione tra questi due sensi è appunto al centro della problematica dell’Io. In Freud tale problema è implicitamente presente molto presto e rimane aperto anche dopo il 1920. L’ambiguità terminologica che si vorrebbe denunciare ed eliminare nasconde un problema di fondo.

 Indipendentemente da preoccupazioni riguardanti la storia del pensiero freudiano, alcuni autori hanno cercato, con un intento di chiarificazione, di sottolineare una differenza concettuale tra l’Io in quanto istanza, sottostruttura della personalità, e l’Io in quanto oggetto d’amore per l’individuo stesso – l’Io dell’amor proprio secondo La Rochefoucauld, l'Io investito di libido narcisistica secondo Freud. Hartmann, per esempio, ha proposto di dissipare l’equivoco che sarebbe contenuto nella nozione di narcisismo e nel termine investimento dell’Io: «... quando si impiega il termine narcisismo, appaiono perlopiù fusi insieme due diversi sistemi di entità opposte. Il primo si riferisce al Sé (alla propria persona) in contrapposizione all’oggetto, il secondo all’Io (come sottostruttura psichica) in contrapposizione alle altre sottostrut-ture della personalità. Ma l’opposto dell’investimento dell’ogget-to non è l’investimento dell’Io bensì l’investimento della propria persona, cioè l’investimento del Sé; quando parliamo di investimento del Sé non intendiamo implicare che l’investimento concerne l’Es, l’Io o il Super-io. Definire quindi narcisismo non l’in-vestimento libidico dell’Io ma quello del Sé sarà una chiara precisazione».

Questa posizione ci sembra voglia risolvere problemi essenziali mediante una pura distinzione concettuale. In linea generale, ciò che la psicoanalisi apporta con la sua concezione dell’Io rischia di rimanere parzialmente ignorato se si giustappone semplicemente un’accezione del termine considerata specificamente psicoanalitica ad altre accezioni considerate tradizionali e se si vogliono distinguere subito diversi sensi con altrettanti vocaboli. Non solo Freud trova e utilizza accezioni classiche, opponendo per esempio l’organismo all’ambiente, il soggetto all’og-getto, l’interno all’esterno, ma usa a questi diversi livelli lo stesso termine Ich, gioca persino sull’ambiguità di tale uso, il che mostra che egli non esclude dal suo campo nessuno dei significati attribuiti al termine Io (Ich).

 

I. – La nozione di Io è utilizzata da Freud già nei suoi primi lavori, ed è interessante veder emergere dai suoi testi del periodo 1894-1900 un certo numero di temi e di problemi che si ritroveranno successivamente.

Freud è stato indotto dall’esperienza clinica delle nevrosi a trasformare radicalmente la concezione tradizionale dell’Io. La psicologia e soprattutto la psicopatologia intorno agli anni 1880 inducono, con lo studio delle ‘alterazioni e sdoppiamenti della personalità, degli ‘stati secondi’, ecc., a smantellare la nozione di un Io uno e permanente. Un autore come P. Janet va ancora più in là mettendo in evidenza nell’isteria l’esistenza di uno sdoppiamento della personalità: vi è una «... formazione, nella mente, di due gruppi di fenomeni, l’uno che costituisce la personalità ordinaria, l’otto, suscettibile di suddividessi, che orma una personalità anormale diversa dalla prima e completamente ignorata da essa». Janet vede in tale sdoppiamento della personalità una conseguenza del <<restringimento del campo della coscienza», di una «debolezza della sintesi psicologica», che porta nell’isterico a una «autotomia». «La personalità non può percepire tutti i fenomeni e ne sacrifica definitivamente alcuni; è una specie di autotomia, e questi fenomeni abbandonati si sviluppano isolatamente senza che il soggetto abbia conoscenza della loro attività». È noto che l’apporto di Freud nell’interpretazione di tali fenomeni consiste nel vedervi l’espressione di un conflitto psichico: alcune rappresentazioni sono oggetto di una difesa in quanto sono inconciliabili.

Nel periodo 1895-1900, la parola Io è spesso usata da Freud in vari contesti. Può essere utile esaminare come il concetto operi a seconda del contesto in cui è utilizzato: teoria della cura, modello del conflitto difensivo, metapsicologia dell’apparato psichico.

1) Nel capitolo degli Studi sull’isteria intitolato «Per la psicoterapia dell’isteria», Freud descrive come il materiale patogeno inconscio, di cui sottolinea il carattere altamente organizzato, possa essere conquistato solo gradualmente. La coscienza o «coscienza dell’Io» è descritta come una «strettoia» che lascia passare solo un ricordo patogeno alla volta e che può essere bloccata finché l’elaborazione terapeutica  non sia venuta a capo delle resistenze: il ricordo «... che sta aprendosi la via, rimane di fronte al paziente fintan-toché egli non l’abbia accolto nell’estensione del proprio Io». Sono qui indicati il legame molto stretto tra la coscienza e l’Io (attestato dal termine: coscienza dell’Io) e l’idea che l’Io sia più ampio della coscienza attuale; esso è un vero campo (che Freud assimilerà presto al «Preconscio»).

Le resistenze manifestate dal paziente sono descritte in prima analisi negli Studi sull’isteria come provenienti dall’Io «... che si trova in atteggiamento difensivo». Per quanto un procedimento tecnico possa consentire di eludere momentaneamente la sua vigilanza, «... in tutti i casi più seri, l’Io si riprende e prosegue la propria resistenza». Ma, d’altra parte, nell’Io si è infiltrato il «nucleo patogeno» inconscio, sicché il confine tra i due appare talora puramente convenzionale. Inoltre: «L’organizzazione patogena non si comporta tanto come un corpo estraneo, quanto piuttosto come un’infiltrazione. Quale elemento infiltrante si deve assumere, in questa similitudine, la resistenza». È già delineato qui il problema di una resistenza propriamente inconscia, problema che, in seguito, riceverà due risposte diverse in Freud: il ricorso alla nozione di un Io inconscio, ma anche alla nozione di una resistenza propria dell’Es.

2) La nozione di Io è costantemente presente nelle prime elaborazioni che Freud propone del conflitto neurotico. Egli cerca di specificare la difesa determinando diversi modi, meccanismi, procedimenti, dispositivi corrispondenti alle varie psiconevrosi: isteria, nevrosi ossessiva, paranoia, confusione allucinatoria, ecc. L’incompatibilità di una rappresentazione con l’Io è messa all’origine di tali diverse modalità del conflitto.

Nell’isteria, per esempio, l’Io interviene come istanza difensiva, ma in modo complesso. Dire che l’Io si difende non è privo di ambiguità. La formula può essere intesa nel modo seguente: l’Io, come campo di coscienza, posto dinanzi a una situazione conflittuale (conflitto di interessi, di desideri, o anche di desideri e divieti) e incapace di padroneggiarla, se ne difende con l’evi-tarla, col non volerne saper nulla; in questo senso, l’Io sarebbe il campo che deve essere preservato dal conflitto con l’attività difensiva. Ma il conflitto psichico che Freud vede in atto ha un’al-tra dimensione: è l’Io come «insieme delle rappresentazioni dominanti» che è minacciato da una rappresentazione considerata inconciliabile con esso: vi è allora rimozione da parte dell’Io. Il caso Lucy R., uno dei primi in cui Freud definisce la nozione di conflitto e la parte in esso svolta dall’Io, illustra questa ambigui-tà: Freud non si contenta della sola spiegazione secondo cui l’Io, per «viltà morale», non vorrebbe saper nulla del conflitto di affetti che lo perturba; la cura progredisce solo nella misura in cui essa si inoltra nell’elucidazione dei «simboli mnestici» susseguenti, simboli di scene in cui compare un desiderio inconscio manifestamente inconciliabile con l’immagine di sé che il paziente intende mantenere.

È proprio perché l’Io è la parte vincente del conflitto che il motivo stesso dell’azione difensiva o, come dice talvolta Freud già d’allora, il suo segnale, è il sentimento di dispiacere che insorge in lui e che per Freud è direttamente legato a tale inconci-liabilità.

Infine, sebbene l’operazione difensiva dell’isteria sia attribuita all’Io, ciò non implica che essa sia concepita unicamente come cosciente e volontaria. Nel Progetto di una psicologia, in cui Freud fornisce uno schema della difesa isterica, uno dei punti importanti che egli vuoi spiegare è «... come mai nel caso di un processo dell'Io si hanno conseguenze che siamo abituati a incontrare solo nei processi primari»: nella formazione del «simbolo mnestico» in cui consiste il sintomo isterico, tutto l’ammontare di affetto, tutto il significato è spostato dal simbolizzato al simbolo, il che non si verifica nel pensiero normale. Questo azionamento del processo primario da parte dell’Io interviene soltanto quando quest’ultimo si trova nell’impossibilità di far funzionare le sue difese normali (attenzione, evitamento per esempio). Nel caso del ricordo di un trauma sessuale l’Io è sorpreso da un assalto interno «e così è costretto a permettere il verificarsi di un flusso primario». La situazione della ‘difesa patologica’ rispetto all’Io non è quindi determinata in modo univoco: in un senso l’Io è effettivamente l’agente della difesa, ma nella misura in cui può difendersi soltanto separandosi da ciò che lo minaccia, esso abbandona la rappresentazione inconciliabile a un tipo di processo su cui non ha presa.

3) Nella prima elaborazione metapsicologica che Freud ha dato del funzionamento psichico, alla nozione di Io è riconosciuto un ruolo di primo piano. Nel Progetto di una psicologia la funzione dell’Io è essenzialmente inibitrice. In ciò che Freud descrive come «esperienza di soddisfacimento»‘ l’Io interviene per impedire che l’investimento dell’immagine mnestica del primo oggetto soddisfacente acquisti una forza tale da provocare un «segno di realtà» allo stesso titolo della percezione di un oggetto reale. Affinché il segno di realtà assuma per il soggetto valore di criterio, cioè affinché venga evitata l’allucinazione e non si compia la scarica in assenza dell’oggetto reale come se fosse presente, è necessario che venga inibito il processo primario che consiste in una libera propagazione dell’eccitamento fino all’immagine. Come si vede, se l’Io è ciò che permette al soggetto di non confondere i suoi processi interni con la realtà, non è perché egli abbia un accesso privilegiato al reale, un metro con cui comparare le rappresentazioni. Questo accesso, diretto alla realtà, Freud lo riserva a un sistema autonomo detto «sistema percezione» (designato con le lettere W o v) radicalmente diverso dal sistema $, di cui l’Io fa parte, e funzionante in modo del tutto diverso.

L’Io è descritto da Freud come un’organizzazione di neuroni (o, tradotto nel linguaggio meno fisiologico utilizzato da Freud in altri testi, come un’organizzazione di rappresentazioni) caratterizzata da vari tratti: facilitazione delle vie associative interne a questo gruppo di neuroni, investimento costante da parte di una energia di origine endogena, cioè pulsionale, distinzione tra una parte permanente e una parte variabile. La permanenza in esso di un livello di investimento consente all’lo di inibire i processi primari, non solo quelli che conducono all’allucinazione, ma anche quelli che sarebbero capaci di provocare dispiacere («difesa primaria»). «L’investimento di desiderio portato fino all’allucina-zione e lo sviluppo pieno del dispiacere, che reca con sé l’esaurirsi completo della difesa, si possono definire come processo psichico primario. D’altra parte quei processi che sono resi possibili solo da una buona carica dell’Io e che funzionano da moderatori del processo primario, possono essere definiti come processi psichici secondari».

Come si vede, l’Io non è definito da Freud come l’insieme dell’individuo, né come l’insieme dell’apparato psichico, ma come una parte di esso. Tuttavia, questa tesi va completata in quanto la relazione dell’Io con l’individuo, sia nella dimensione biologica (organismo) che in quella psichica, ha un carattere privilegiato. Questa ambiguità costitutiva dell’Io si ritrova nella diffi-coltà a dare un senso univoco alla nozione di «interno», di eccitamento interno. L’eccitamento endogeno è concepito successivamente come proveniente dall’interno del corpo, poi dall’inter-no dell’apparato psichico, infine come immagazzinato nell’Io, definito come riserva di energia: vi è una serie di inclusioni successive, che – se si fa astrazione dagli schemi esplicativi meccanicistici con cui Freud tenta di renderne conto – suggeriscono l’idea di un Io concepito come una specie di metafora realizzata dell’organismo.

 

Il. – Il capitolo metapsicoIogico di L’interpretazione dei sogni  – esposizione della «prima» teoria dell’apparato psichico che in realtà, alla luce dei testi successivi di Freud, ci appare piuttosto come una seconda metapsicologia – mostra delle chiare differenze rispetto alle concezioni precedenti. Viene stabilita la differenziazione sistematica tra i sistemi inconscio, preconscio, conscio, nel quadro di un «apparato» in cui non interviene la nozione di Io.

Tutto preso dalla sua scoperta del sogno come «via regia alla conoscenza dell’inconscio», Freud pone l’accento soprattutto sui meccanismi primari del «lavoro del sogno»“ e sul modo in cui essi impongono la loro legge al materiale preconscio. Il passaggio da un sistema a un altro è concepito come una traduzione o, secondo un paragone ottico, come passaggio da un mezzo a un altro avente un diverso indice di rifrazione. L’azione difensiva don e ansate dal sogno, ma non è affatto raggruppata da Freud sotto il termine «Io». Vari aspetti che nei lavori precedenti potevano essere attribuiti all’Io vengono qui ripartiti a livelli diversi:

1) L’Io in quanto agente difensivo si ritrova in parte nella censura“; va notato tuttavia che questa ha un ruolo essenzialmente proibitivo, che impedisce di assimilarla a una organizzazione complessa capace di far intervenire meccanismi differenziati come quelli che Freud vede operare nei conflitti nevrotici.

2) Il ruolo moderatore e inibitorio esercitato dall’Io sul processo primario si ritrova nel sistema Prec, quale funziona nel pensiero vigile. Tuttavia, va notata la differenza a questo riguardo tra la concezione del Progetto e quella esposta nell’Interpretazione dei sogni. Il sistema Prec è il luogo stesso del funzionamento del processo secondario mentre l’Io, nel Progetto, era ciò che induceva il processo secondario in funzione della propria organizzazione.

3) L’Io in quanto organizzazione investita libidicamente è ritrovato esplicitamente come portatore del desiderio di dormire, in cui Freud vede il motivo stesso della formazione del sogno

 

III. – Il periodo 1900-1915 può essere caratterizzato come un periodo di tentennamenti per quanto riguarda la nozione di Io. Schematicamente, la ricerca freudiana si orienta in quattro direzioni:

1) Nelle esposizioni più teoriche che Freud dà del funzionamento dell’apparato psîchico, egli si riferisce sempre al modello delineato nel 1900 in base all’esempio del sogno e lo spinge alle sue ultime conseguenze, senza far intervenne la nozione di Io nelle differenziazioni topiche né quella di pulsioni dell'Io nelle considerazionî energetiche.

2) Per quanto riguarda i rapporti tra Io e realtà, non si può parlare di un vero cambiamento nella soluzione teorica del problema, ma di uno spostamento di accento. Il riferimento fondamentale rimane quello dell’esperienza di soddisfacimento e dell’allucinazione originaria:

a) Il ruolo dell’esperienza della vita è valorizzato: «... la mancanza dell’atteso soddisfacimento, la disillusione, ha avuto per conseguenza l’abbandono di questo tentativo di appagamento per via allucinatoria. L’apparato psichico ha dovuto risolversi a rappresentare a se stesso, anziché le condizioni proprie, quelle reali del mondo esterno, e a sforzarsi di modificare la realtà» .

b) L’esplicitazione dei due grandi princìpi del funzionamento psichico aggiunge qualcosa alla distinzione tra processo primario e processo secondario. Il principio di realtà” appare come una

legge che impone dall’esterno le sue esigenze all’apparato psichico, il quale tende gradualmente a farle proprie.

c) Freud conferisce un supporto privilegiato alle esigenze del principio di realtà. Sono le pulsioni di autoconservazione* che abbandonano più rapidamente il funzionamento secondo il principio di piacere e che, capaci di essere educate più presto dalla realtà, forniscono il sostrato energetico di un «Io-realtà» che «... non ha altro da fare che mirare all’utile e garantirsi contro ciò che è dannoso». In questa prospettiva, l’accesso dell’Io alla realtà sfuggirebbe a qualsiasi problematica: il modo in cui l’Io pone fine al soddisfacimento allucinatorio del desiderio cambia di senso; egli fa l’esame della realtà per il tramite delle pulsioni di autoconservazione e tenta poi di imporre le norme della realtà alle pulsioni sessuali.

d) La relazione dell’Io col sistema preconscio-conscio e in particolare con la percezione e la motilità, diventa molto stretta.

3) Nella descrizione del conflitto difensivo, e più particolarmente nella descrizione clinica della nevrosi ossessiva, l’Io si afferma come l’istanza che si oppone al desiderio. Opposizione che

è segnalata dall’affetto spiacevole e che assume senz’altro la forma di una lotta tra due forze, che recano entrambe il segno della pulsione. Nel mettere in evidenza l’esistenza di una nevrosi infantile «completa» nel Caso clinico dell’uomo dei topi  Freud scopre «... una pulsione erotica e una ribellione contro di essa; un desiderio (non ancora coattivo) e un timore (già coattivo) che gli si oppone; un affetto penoso e una spinta irresistibile a compiere atti difensivi». È nell’intento di dare all’Io, simmetricamente alla sessualità, un supporto pulsionale, che Freud è indotto a descrivere il conflitto come opposizione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell’Io’.

Nello stesso ordine di idee, Freud si interroga sullo sviluppo delle pulsioni dell’Io, che bisognerebbe prendere in considerazione allo stesso titolo dello sviluppo libidico e suggerisce che nel caso della nevrosi ossessiva il primo potrebbe essere in anticipo sul secondo.

4) Durante questo periodo si fa strada una nuova concezione dell’Io come oggetto d’amore, specie in base agli esempi dell’o-mosessualità e delle psicosi; essa diventerà dominante in un certo numero di testi degli anni 1914-1915 che segnano una vera svolta nel pensiero freudiano.

 

IV. – Tre nozioni strettamente interconnesse vengono elaborate in questo periodo di transizione: il narcisismo”, l’identificazione“, come costitutiva dell’Io, la differenziazione in seno all’Io di talune componenti «ideali».

1) Le implicazioni dell’introduzione del narcisismo per quanto concerne la definizione dell’Io possono essere così riassunte:

a) L’Io non compare immediatamente e neppure come il risultato di una differenziazione graduale. Esso esige per costituirsi «una nuova azione psichica».

b) Esso si definisce come unità rispetto al funzionamento anarchico e frammentato della sessualità che caratterizza l’autoerotismo”'.

c) Esso si offre come oggetto di amore alla sessualità allo stesso titolo di un oggetto esterno. Nella prospettiva di una genesi della scelta oggettuale, Freud giunge a porre la sequenza: autoerotismo, narcisismo, scelta oggettuale omosessuale, scelta oggettuale eterosessuale.

d) Questa definizione dell’Io come oggetto impedisce di confonderlo con l’insieme del mondo interno del soggetto. Per questo Freud tiene a mantenere, contro Jung, una distinzione tra l’introversione" della libido sulle fantasie e un «ritorno della libido sul proprio Io».

e) Dal punto di vista economico, «... l’Io va [...] considerato come un grande serbatoio di libido da cui viene emanata la libido sugli oggetti, essendo comunque l’Io sempre pronto ad assumere su di sé la libido che da questi rifluisce». Questa immagine del serbatoio implica che l’Io non è semplicemente un luogo di passaggio per l’energia di investimento ma il luogo di una stasi permanente di essa, anzi che esso è costituito come forma da questa carica energetica. Da ciò ha origine l’immagine di un organismo, di un «organismo ameboidale», che è usata per caratterizzarlo.

f) Infine, Freud, descrive come tipica una «scelta oggettuale narcisistica»' in cui l’oggetto d’amore è definito in base alla sua rassomiglianza con l’Io proprio dell’individuo. Ma, al di là di un tipo particolare di scelta oggettuale, che è illustrato per esempio da alcuni casi di omosessualità maschile, Freud è indotto a rimaneggiare l’insieme della nozione di scelta oggettuale, compreso il tipo detto per appoggio, per collocarvi l’Io del soggetto.

2) Nello stesso periodo, la nozione di identificazione viene notevolmente arricchita: accanto alle sue forme, riconosciute immediatamente nell’isteria, in cui appare come passeggera, come un modo di esprimere in un vero sintomo una somiglianza inconscia tra la propria persona e l’altro, Freud ne esplicita forme più fondamentali; essa non è soltanto l’espressione di una relazione tra l’Io e un’altra persona: l’Io può venire profondamente modificato dall’identificazione, diventando il residuo intrasoggettivo di una relazione intersoggettiva. Per esempio, nell’omosessualità maschile «... l’adolescente non abbandona sua madre ma s’identifica con lei, si trasforma in sua madre. [...] Ciò che in tale identificazione colpisce è la sua portata; essa trasforma l’Io in un suo aspetto importantissimo, e cioè il carattere sessuale, in base al modello di quello che fino allora era stato l’oggetto sessuale».

3) Dall’analisi della melanconia e dei processi che essa mette in evidenza la nozione di Io esce profondamente trasformata.

a) L’identificazione con l’oggetto perduto, manifesta nel malinconico, è interpretata come una regressione a una identificazione più arcaica, concepita come uno stadio preliminare della scelta oggettuale in cui «l’Io vorrebbe incorporare in sé tale oggetto». Tale idea apre la via alla concezione di un Io che non solo verrebbe rimodellato dalle identificazioni successive, ma si costituirebbe fin dall’origine mediante una identificazione che assume per prototipo l’incorporazione“ orale.

b) L’oggetto introiettato nell’Io è descritto da Freud in termini antropomorfici: esso è sottoposto ai peggiori trattamenti, soffre, il suicidio mira a ucciderlo, ecc.

c) Con l’introiezione dell’oggetto, può in realtà venir interiorizzata simultaneamente tutta una relazione. Nella melanconia, il conflitto ambivalente verso l’oggetto viene trasposto nella relazione con l’Io.

d) L’Io non è più concepito come l’unica istanza personificata all’interno dello psichismo. Alcune parti possono separarsi per scissione, specie l’istanza critica o coscienza morale: una parte

dell’Io si pone di fronte a un’altra, la giudica in modo critico, l’assume per così dire come oggetto.

Sî afferma così l’idea, già presente in Introduzione al narcisismo, secondo cui la grande opposizione tra libido dell’Io e libido oggettuale non basta a spiegare tutte le modalità del ripiegamento narcisistico della libido.

La libido «narcisistica» può avere come oggetti tutta una serie di istanze costituenti un sistema complesso la cui appartenenza al sistema dell’Io è indicata dai nomi con cui Freud le designa: Io ideale*, ideale dell’Io*, Super-io”.

 

V. – La ‘svolta’ de11920: come si vede, questa formula, almeno per quanto riguarda l’introduzione della nozione di Io, può essere accettata solo con riserve. Tuttavia, non si può ignorare la testimonianza di Freud stesso sul cambiamento essenziale che è allora intervenuto. Se la seconda teoria topica fa dell’Io un sistema o un’istanza, ciò è dovuto al fatto che essa mira a modellarsi sulle modalità del conflitto psichico meglio di quanto non facesse nella prima teoria, di cui si può dire schematicamente che prendeva per riferimento principale i diversi tipi di funzionamento mentale (processo primario e processo secondario). Sono i beneficiari del conflitto, l’Io come organo difensivo, il Super-io come sistema di divieti, l’Es come polo pulsionale, che sono ora elevati alla dignità di istanze dell’apparato psichico. Il passaggio dalla prima alla seconda topica non implica che le nuove «province» rendano non valide le delimitazioni precedenti tra inconscio, preconscio e conscio. Ma, nell’istanza dell’Io, vengono a raggrup-parsi funzioni e processi che, nel quadro della prima topica, erano ripartiti tra più sistemi:

1) La coscienza, nel primissimo modello metapsicologico, costituiva un vero sistema autonomo (sistema e del Progetto di una psicologia) per essere poi attribuita da Freud, in un modo che non fu mai privo di difficoltà, al sistema Prec; la sua posizione topica viene ora precisata come il «nucleo dell’Io».

2) Le funzioni attribuite al sistema preconscio sono nella maggior parte inglobate nell’Io.

3) L’Io, ed è questo il punto su cui soprattutto insiste Freud, è in gran parte inconscio. Ciò è attestato dall’osservazione clinica e in particolare dalle resistenze inconsce nella cura: «Abbiamo trovato nell’Io stesso qualche cosa che pure è inconscio, che si comporta precisamente alla maniera del rimosso, e cioè qualche cosa che esercita potenti effetti senza divenire in quanto tale cosciente, e che necessita, per esser reso cosciente, di un particolare lavoro». Freud apriva così una strada ampiamente esplorata dai suoi successori: si sono potute descrivere tecniche difensive dell’Io che sono inconsce non solo nel senso che il soggetto ne ignora i motivi e il meccanismo, ma anche in quanto presentano un andamento coatto, ripetitivo, dereale, che le rende affini al rimosso contro cui lottano.

Questo ampliamento della nozione di Io implica che l’Io si vede attribuire nella seconda topica le funzioni più varie: controllo della motilità e della percezione, esame di realtà, anticipazione, ordinamento temporale dei processi mentali, pensiero razionale, ecc., ma anche misconoscimento, razionalizzazione, difesa coatta contro le rivendicazioni pulsionali. Come è stato osservato, queste funzioni possono essere raggruppate in coppie antinomiche (opposizione alle pulsioni e soddisfacimento delle pulsioni, insight e razionalizzazione, conoscenza obiettiva e deformazione sistematica, resistenza ed eliminazione delle resistenze, ecc.), antinomie che non fanno che rispecchiare la situazione assegnata all’Io rispetto alle due altre istanze e alla realtà. A seconda del punto di vista che assume, Freud pone l’accento ora sull’eteronomia dell’Io, ora sulle sue possibilità di una relativa autonomia. L’Io appare essenzialmente come un mediatore che si sforza di tener conto di esigenze contraddittorie; esso «... soggiace a un triplice servaggio, e [...] quindi pena sotto le minacce di un triplice pericolo: il pericolo che incombe dal mondo esterno, dalla libido dell’Es e dal rigore del Super-Io. [...] Nella sua veste di elemento di confine, l’Io vorrebbe farsi mediatore fra il mondo e l’Es, rendendo l’Es docile nei confronti del mondo e facendo, con la propria attività muscolare, il mondo idoneo a soddisfare i desideri dell’Es».

 

VI. – L’estensione assunta dalla nozione di Io nella teoria psicoanalitica è attestata sia dall’interesse che ha suscitato in numerosi autori, sia dalla varietà dei loro approcci. Tutta una scuola si è posta come obiettivo di porre in relazione le acquisizioni psicoanalitiche con quelle di altre discipline: psicofisiologia, psicologia dell’apprendimento, psicologia dell’infanzia, psicologia sociale, in modo da costituire una vera psicologia generale dell’IO. Tale tentativo fa intervenire nozioni come quella di energia desessualizzata e neutralizzata a disposizione dell’Io, di funzione detta ‘sintetica’, e di una sfera non conflittuale dell’Io. L’Io è concepito soprattutto come un apparato di regolazione e di adattamento alla realtà di cui si cerca di tracciare la genesi, mediante processi di maturazione e di apprendimento, a partire dall’equi-paggiamento sensoriale-motorio del lattante. Anche se si possono trovare all’origine di alcuni di questi concetti degli appigli nel pensiero freudiano, sembra più difficile ammettere che l’ultima teoria de11’apparato psichico trovi in essi l’espressione più adeguata. Certo, non è possibile contrapporre a tale orientamento dell’ego psychology una esposizione della ‘vera’ teoria freudiana dell’Io; indubbiamente non è facile disporre in una unica linea di pensiero il complesso degli apporti psicoanalitici alla nozione di Io. Tuttavia, si può tentare di raggruppare schematicamente le concezioni freudiane in due orientamenti, esaminando i tre problemi principali posti dalla genesi dell’Io, dalla sua posizione topica – principalmente il suo status nei confronti dell’Es – e dal concetto di energia dell’Io dal punto di vista dinamico ed economico.

A) In una prima prospettiva, l’Io appare come il prodotto di una differenziazione graduale dell’Es derivante dall’influenza della realtà esterna; questa differenziazione parte dal sistema percezione-Coscienza, paragonato allo strato corticale di una vescicola di sostanza vivente: l’Io si è sviluppato «... dallo strato corticale dell’Es; tale strato, munito com’è dei dispositivi per la ricezione e l’allontanamento degli stimoli, è in diretto contatto con il mondo esterno (la realtà). Partendo dalla percezione cosciente l’Io ha assoggettato al proprio influsso regioni sempre più vaste e strati sempre più profondi dell’Es».

L’Io può allora essere definito come un vero organo che, pur subendo degli scacchi effettivi, è essenzialmente, in quanto rappresentante della realtà, destinato ad assicurare un graduale dominio delle pulsioni: «L'Io si sforza altresì di far valere l’influen-za del mondo esterno sull’Es e sulle sue intenzioni tentando di sostituire il principio di realtà al principio di piacere, che nell’Es esercita un dominio incontrastato. La percezione ha per l’Io la funzione che nell’Es spetta alla pulsione». Come dice Freud stesso, la distinzione tra Io e Es si ricongiunge allora con l’oppo-sizione tra ragione e passioni.

In tale concezione, il problema dell’energia di cui disporrebbe l’Io non è esente da difficoltà. Infatti, se l’Io è il prodotto diretto dell’azione del mondo esterno, come può trarre da esso una energia capace di operare in seno a un apparato psichico funzionante per definizione con energia propria? Talora Freud è indotto a far intervenire la realtà non più soltanto come dato esterno di cui l’individuo deve tener conto per regolare il proprio funzionamento, ma con tutto il peso di una vera istanza (allo stesso titolo delle istanze della personalità psichica, l’Io e il Super-io), che opera nella dinamica del conflitto. Ma, se la sola energia di cui dispone l’apparato psichico è l’energia interna proveniente dalle pulsioni, quella di cui disporrebbe l’Io non può essere che secondaria, derivata dall’Es. Questa soluzione, che è quella più generalmente ammessa da Freud, non poteva non portare all’ipotesi di una desessualizzazione della libido, ipotesi che probabilmente non fa che localizzare in un concetto, a sua volta molto problematico, una difficoltà della dottrina.

La concezione che abbiamo ora ricordato solleva due problemi fondamentali: da un lato, come intendere la tesi basilare di una differenziazione dell’Io in seno a una entità psîchica il cui status è mal precisato; e, d’altro lato, come integrare in questa genesi quasi ideale dell’apparato psichico tutta una serie di apporti essenziali e propriamente psicoanalitici al concetto di Io?

Nell’idea di una genesi dell’Io sono presenti molte ambiguità che sono state conservate da Freud nell’intera sua opera e persino aggravate dal modello proposto in Al di là del principio di piacere. Infatti, l’evoluzione della «vescichetta» vivente accennata in questo testo può essere concepita a diversi livelli: filogenesi della specie umana, anzi della vita in generale, evoluzione dell’organismo umano o ancora differenziazione dell’apparato psichico a partire da uno stato indifferenziato. Quale valore va allora attribuito a questa ipotesi di un organismo semplificato che edificherebbe i propri limiti, il proprio apparato recettore e il proprio scudo antistimolo” sotto l’impatto degli stimoli esterni? Si tratta di un semplice paragone destinato a illustrare con un’immagine mutuata più o meno legittimamente dalla biologia (il protozoo) la relazione dell’individuo psichico con l’esterno? In questo caso, il corpo dovrebbe essere considerato, a rigore, come facente parte dell“esterno’ rispetto a ciò che sarebbe una vescichetta psichica, ma ciò sarebbe un’idea del tutto contraria al pensiero di Freud: per lui non vi è mai stata equivalenza tra gli eccitamenti esterni e gli eccitamenti interni o pulsioni, che attaccano costantemente dall’interno l’apparato psichico e anche l’Io, senza possibilità di fuga. Si è quindi indotti a cercare una relazione più stretta tra questa rappresentazione biologica e la sua trasposizione psichica. Freud si fonda talora su un’analogia reale esistente per esempio tra le funzioni dell’Io e gli apparati percettivi e protettori dell’organismo: come l’epidermide è la superficie del corpo, così il sistema Percezione-Coscienza è alla «superficie» dello psichismo. Tale concezione induce a considerare l’apparato psichico come il risultato di una specializzazione delle funzioni somatiche, l’Io come il prodotto terminale di una lunga evoluzione dell’apparato di adattamento.

Infine, a un altro livello, ci si può chiedere se l’insistenza di Freud nell’utilizzare questa immagine di una forma vivente definita dalla sua differenza di livello energetico con l’esterno, dotata di un limite lacerabile, limite che va costantemente difeso e ricostituito, non trovi il suo fondamento in una relazione reale tra la genesi dell’lo e l’immagine dell’organismo, relazione che Freud ha formulato esplicitamente solo in rare occasioni.: «L’Io è anzitutto un’entità corporea, non è soltanto un’entità superficiale, ma anche la proiezione di una superficie». «... l’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo. Esso può dunque venire considerato come una proiezione psichica della superficie del corpo, e inoltre, [...] il rappresentante degli elementi superficiali dell’apparato psichico». Tale indicazione invita a definire l’istanza dell’Io come fondata su una operazione psichica reale consistente in una «proiezione» dell’organismo nello psichismo.

B) Quest’ultima osservazione già di per sé suggerirebbe di raggruppare tutta una serie di idee, centrali nella psicoanalisi, che consentono di definire un’altra prospettiva. Essa non elude il problema della genesi dell’Io, ma cerca la sua soluzione, non già ricorrendo all’idea di una differenziazione pulsionale, ma facendo intervenire particolari operazioni psichiche, vere precipitazioni nello psichismo di tratti, di immagini, di forme mutuate dagli altri esseri umani. Gli psicoanalisti hanno cercato di trovare i momenti elettivi e le tappe di tali identificazioni, di definire quelle che sono le identificazioni specifiche delle diverse istanze: Io, Io ideale, ideale dell’Io, Super-io. Va notato che la relazione dell’Io con la percezione e col mondo esterno assume allora un senso nuovo senza essere per questo soppressa: l’Io non è tanto un apparato che si sviluppa a partire dal sistema Percezione-Coscienza quanto una formazione interna che trova la sua origine in talune percezioni privilegiate, che provengono non dal mondo esterno in generale ma dal mondo interumano.

Dal punto di vista topico, l’Io va allora definito, anziché come una emanazione dell’Es, come un oggetto ricercato da esso: la teoria del narcisismo e la nozione correlata di una libido orientata verso l’Io o verso un oggetto esterno, secondo un vero bilancio energetico, lungi dall’essere abbandonata da Freud con l’avvento della seconda topica, sarà da lui riaffermata fino agli ultimi suoi scritti. L’esperienza clinica psicoanalitica, principalmente quella delle psicosi, apporta ulteriori argomenti a favore di tale concezione: spregio e odio dell’Io nel melanconico, dilatazione dell’Io fino a fonderlo con l’Io ideale nel maniaco, perdita dei «confini» dell’Io, per disinvestimento di essi, negli stati di spersonalizzazione (come è stato messo in evidenza da P. Federn), ecc.

Infine, il difficile problema del supporto energetico che bisognerebbe riconoscere alle attività dell’Io è facilitato se esaminato in relazione con la nozione di investimento narcisistico. Il problema allora non è tanto quello di sapere cosa significhi l’ipote-tico cambiamento qualitativo, chiamato desessualizzazione o neutralizzazione, quanto quello di comprendere come l’Io, oggetto libidico, possa porsi non solo come un «serbatoio», ma anche come soggetto degli investimenti libidici che emanano da esso.

Questa seconda linea di pensiero, di cui abbiamo dato alcuni elementi, si presenta come meno sintetica della prima, rimane più aderente all’esperienza e alle scoperte analitiche; essa lascia aperto il problema di inserire organicamente in una teoria propria- . mente psicoanalitica dell’apparato psichico tutta una serie di operazioni, di attività, che, nell’intento di edificare una psicologia generale, una scuola psicoanalitica ha catalogato, come cosa ovvia, tra le funzioni dell’Io.

 
 
L'ES

Una delle tre istanze distinte da Freud nella sua seconda teoria dell’apparato psichico. L’Es costituisce il polo pulsionale della per-sonalità; i suoi contenuti, espressione psichica delle pulsioni, sono inconsci, per una parte ereditari e innati, per l’altra rimossi e acquisiti.

Dal punto di vista economico, l’Es è per Freud il serbatoio primario dell’energia psichica; dal punto di vista dinamico, esso entra in conflitto con l’Io e il Super-io, che sono, dal punto di vista genetico, differenziazioni dell’Es.

 

Il termine das Es è introdotto in L’Io e l’Es. Freud lo mutua da George Groddeck  e cita il precedente di Nietzsche, il quale designerebbe con questo termine «... quanto nel nostro essere vi è di impersonale e, per così dire, di naturalisticamente necessitato».

Questo termine è usato da Freud in quanto esprime l’idea sviluppata da Groddeck secondo cui «... ciò che chiamiamo il nostro Io si comporta nella vita in modo essenzialmente passivo, e [...] noi veniamo ‘vissuti’ da forze ignote e incontrollabili».

Il termine Es è introdotto con la rielaborazione a cui Freud sottopone la sua topica negli anni 1920-23. Si possono considerare approssimativamente equivalenti il posto che l’Es occupa nella seconda topica e quello del sistema inconscio” (Inc) nella prima; vi sono tuttavia delle differenze che si possono così precisare:

1) Se si eccettuano alcuni contenuti o schemi acquisiti filo-geneticamente, l’inconscio della prima topica coincide con il rimosso. In L’Io e l’Es, invece, Freud mette in evidenza il fatto che anche l’istanza rimovente – l’Io – e le sue operazioni difensive sono in gran parte inconsce. Ne consegue che l’Es ricoprirà ora gli stessi contenuti attribuiti prima all’Inc, ma non più il complesso dello psichismo inconscio.

2) La rielaborazione della teoria delle pulsioni e l’evoluzione della nozione di Io implicano un’altra differenza. Il conflitto nevrotico era prima definito mediante l’opposizione tra pulsioni sessuali e pulsioni dell’Io, le quali ultime avevano un ruolo fondamentale nella motivazione della difesa.

A partire dagli anni 1920-23, il gruppo delle pulsioni dell’Io perde la sua autonomia ed è riassorbito nella grande opposizione pulsioni di vita-pulsioni di morte. L’Io, quindi, non è più definito da un tipo specifico di energia pulsionale, giacché la nuova istanza dell’Es include ormai, all’origine, i due tipi di pulsioni.

Riassumendo, l’istanza contro cui è esercitata la difesa non è più definita come polo inconscio, ma come polo pulsionale della personalità.

In questo senso, l’Es è concepito come «il grande serbatoio» della libido e, più in generale, dell’energia pulsionale.

L’energia utilizzata dall’Io è attinta a questo fondo comune, specie sotto forma di energia «desessualizzata e sublimata».

3) I limiti della nuova istanza rispetto alle altre istanze e rispetto al campo biologico sono definiti diversamente e, in generale, in modo meno netto che non nella prima topica:

a) Rispetto all’Io, il limite è meno preciso di quanto non fosse, tra Inc e Prec-C, la frontiera della censura: «L’Io non è nettamente separato dall’Es, ma sconfina verso il basso fino a confluire con esso. Ma anche il rimosso confluisce con l’Es, di cui non è altro che una parte. Il rimosso è separato nettamente soltanto dall’Io, mediante le resistenze della rimozione; può tuttavia comunicare con l’Io attraverso l’Es».

Questa confluenza dell’Es con l’istanza rimovente è indicata soprattutto dalla definizione genetica di quest’ultima, in quanto l’Io è «... quella parte dell’Es che ha subìto una modificazione per la diretta azione del mondo esterno grazie all’intervento 'del [sistema] P-C».

b) Anche il Super-io non è un’istanza nettamente autonoma; in gran parte inconscio, esso «affonda nell’Es».

c) Infine, la distinzione tra l’Es e il sostrato biologico della pulsione è meno netta di quella tra l’inconscio e la fonte della pulsione: l’Es è «aperto all’estremità verso il somatico».. L’idea di una «trasformazione» della pulsione che veniva affermata nel concetto di «rappresentanza», se non è esplicitamente respinta, non è neppure ribadita.

4) L’Es ha un modo di organizzazione, una struttura interna specifica? Freud stesso ha affermato che l’Es è «un caos»: «L’Es si riempie di energia, ma non possiede un’organizzazione, non esprime una volontà unitaria». I caratteri dell’Es sarebbero definiti soltanto in modo negativo, in opposizione al modo di organizzazione dell’Io.

Va peraltro sottolineato che Freud riprende, a proposito dell’Es, la maggior parte delle proprietà che definivano, nella prima topica, il sistema Inc e che costituiscono un modo positivo e originale d’organizzazione: funzionamento secondo il processo primario, organizzazione complessuale, stratificazione genetica delle pulsioni, ecc. Inoltre, il nuovo dualismo delle pulsioni di vita e delle pulsioni di morte implica che esse sono organizzate in una opposizione dialettica. L’assenza di organizzazione dell’Es è quindi solo relativa, cioè consiste nell’assenza delle relazioni caratteristiche dell’organizzazione dell’Io. Essa è caratterizzata soprattutto dal fatto che nell’Es «impulsi contrari sussistono uno accanto all’altro, senza annullarsi o diminuirsi a vicenda». È l’assenza di un soggetto coerente che caratterizza meglio, come ha sottolineato D. Lagache, l’organizzazione dell’Es e che è indicata dal pronome neutro scelto da Freud.

 

5) Infine, la differenza delle prospettive genetiche in cui si inquadrano consente di comprendere meglio il passaggio dall’in-conscio della prima topica all’Es della seconda topica.

L’inconscio traeva la sua origine dalla rimozione, che, sotto il suo duplice aspetto storico e mitico, introduceva nello psichismo la scissione radicale tra i sistemi Inc e Prec-C.

Con la seconda topica, questo momento della separazione tra le istanze perde il suo carattere fondamentale. La genesi delle diverse istanze è concepita piuttosto come una differenziazione progressiva, una emergenza dei diversi sistemi. Da qui l’insisten-za di Freud sulla continuità nella genesi che conduce dal bisogno biologico all’Es e da questo sia all’Io che al Super-io. In questo senso, la nuova concezione freudiana dell’apparato psichîco si presta, più facilmente della prima, a una interpretazione ‘biolo-gizzante’ o ‘naturalizzante’.

 
 
Il SUPERIO

Una delle istanze della personalità quale è stata descritta da Freud nel quadro della sua seconda teoria dell’apparato psichico: il suo ruolo è assimilabile a quello di un giudice o di un censore nei confronti dell’Io. Freud considera come funzioni del Super-io la coscienza morale, l’autosservazione, la formazione di ideali. Classicamente, il Super-io è definito come l’erede del complesso edipico; esso si costituisce per interiorizzazione delle esigenze e dei divieti dei genitori.

Alcuni psicoanalisti fanno risalire più in là la formazione del Su-per-io, attribuendo a questa istanza un’attività già negli stadi preedipici (Melanie Klein) o perlomeno cercando comportamenti e meccanismi psicologici molto precoci, che costituirebbero dei precursori del Super-io (Glover, Spitz, per esempio).

 

Il termine Uber-Ich è stato introdotto da Freud in L’Io e l’Es, ove rileva che la funzione critica così designata costituisce una istanza che si è separata dall’Io e sembra dominarlo, come è mostrato dagli stati di lutto patologico o di melanconia in cui il soggetto si vede criticato e svalutato: «... vediamo che una parte dell’Io si contrappone all’altra parte, la valuta criticamente e la assume, per così dire, quale suo oggetto».

La nozione di Super-io appartiene alla seconda topica freudiana. Ma, già prima di darle questo nome e questo senso, l’espe-rienza clinica e la teoria psicoanalitiche avevano individuato la parte svolta nel conflitto psichico dalla funzione che mira a vietare l’appagamento e la presa di coscienza dei desideri: la censura* del sogno per esempio. Freud aveva perfino riconosciuto – e ciò distingueva nettamente la sua concezione da quelle classiche sulla coscienza morale – che questa censura poteva operare in modo inconscio. Egli aveva notato pure che gli autorimproveri nella nevrosi ossessiva non sono necessariamente consci: «... colui che soffre di coazioni e proibizioni si comporta come se soggiacesse a una coscienza di colpa di cui tuttavia non sa nulla, a una coscienza di colpa, dunque, che dobbiamo definire inconscia, nonostante l’apparente contraddizione di termini».

Tuttavia è lo studio dei deliri di attenzione, della melanconia, del lutto patologico che indurrà Freud a distinguere in seno alla personalità, come una parte dell’Io eretta contro un’altra, un Super-io che assume per il soggetto il valore di modello e la funzione di giudice. Tale istanza è dapprima descritta da Freud negli anni 1914-15 come un sistema comprendente due strutture parziali: l’ideale dell’Io* propriamente detto e un’istanza critica.

Se si assume il concetto di Super-io in un senso lato e poco differenziato, come avviene in L’Io e l’Es – in cui il termine figura per la prima volta –, essa comprende le funzioni di divieto e di ideale. Se si conserva, almeno come sottostruttura particolare, l’ideale dell’Io, allora il Super-io appare soprattutto come un’istanza che incarna una legge e vieta che la si trasgredisca.

 

Secondo Freud, la formazione del Super-io corrisponde al declino del complesso edipico. Il bambino, rinunciando al soddisfa-cimento dei suoi desideri edipici colpiti da divieto, trasforma il suo investimento nei genitori in identificazione coi genitori, e interiorizza il divieto.

Freud ha rilevato la differenza a questo proposito tra l’evoluzione del bambino e quella della bambina: nel bambino il complesso edipico urta irrimediabilmente contro la minaccia di evirazione: «... come suo erede (del complesso edipico) viene istituito un severo Super-Io». Nella bambina, invece, «il complesso di evirazione prepara il complesso edipico anziché di-struggerlo [...]. La bambina rimane in questo complesso (quello edipico) per un tempo indeterminato, lo demolisce solo tardi e mai completamente. La formazione del suo Super-io non può non risentire di queste condizioni, il Super-io non può raggiungere quella forza e quell’indipendenza che tanta importanza hanno per la civiltà umana» .

Alla base della formazione del Super-io vi è quindi la rinuncia ai desideri edipici amorosi e ostili; tuttavia, il Super-io viene arricchito, secondo Freud, dagli apporti ulteriori delle esigenze sociali e culturali (educazione, religione, moralità). D’altro canto, vi è stato chi ha sostenuto l’esistenza sia di un Super-io precoce sia di stadi precursori del Super-io prima del momento classico della formazione del Super-io. Diversi autori insistono sul fatto che l’interiorizzazione dei divieti precede di molto il declino dell’Edipo: i precetti dell’educazione sono adottati molto presto e in particolare, come è stato notato da Ferenczi nel 1925, quelli dell’educazione sfinterica (Psicoanalisi delle abitudini sessuali). Per la scuola di M. Klein, già nella fase orale esisterebbe un Super-io che si formerebbe per introiezione degli oggetti «buoni» e «cattivi» e che il sadismo infantile, allora alla sua acme, renderebbe particolarmente crudele. Altri autori, pur non parlando di un Super-io preedipico, mostrano come la formazione del Super-io sia un processo che comincia molto presto. R.-A. Spitz, per esempio, reperisce tre primordi del Super-io nelle azioni fisiche imposte, nel tentativo di dominio mediante l’identificazione coi gesti, nell’identificazione con l’aggressore (quest’ultimo meccanismo avrebbe il ruolo più importante). 

È difficile determinare, tra le identificazioni, quelle che sarebbero specificamente in azione nella costituzione del Super-io, dell’ideale dell’Io“, dell’Io ideale e perfino dell’Io: «... l’insediamento del Super-io può essere descritto come un caso ben riuscito di identificazione con l’istanza parentale» si legge in Introduzione alla psicoanalisi. L’espressione «istanza parentale» indica già di per sé che l’identifi-cazione costitutiva del Super-io non va intesa come una identificazione con persone. In un passo particolarmente esplicito Freud ha precisato quest’idea: «... il Super-io del bambino non viene costruito secondo il modello dei genitori, ma su quello del loro Super-io; si riempie dello stesso contenuto, diventa il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione».

È per lo più a proposito del Super-io che viene denunciato l’antropomorfismo dei concetti della seconda topica freudiana. Ma, come è stato notato da D. Lagache, è appunto un apporto delta psicoanalisi quello di aver messo in evidenza la presenza dell’antropomorfismo nel funzionamento e nella genesi dell’ap-parato psichico e di aver scoperto delle «enclaves animistiche». L’esperienza clinica psicoanalitica, infatti, mostra che il Super-io funziona secondo un modo «realista» e come un’istanza «autonoma» («oggetto cattivo» interno, «voce grossa»). Vari autori, dopo Freud, hanno sottolineato che îl Super-io è molto distante dai divieti e dai precetti realmente pronunciati dai genitori e dagli educatori, al punto che la «severità» del Super-io può essere inversamente proporzionale a quella esterna.