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I principali meccanismi di difesa

 
 
La rimozione

La rimozione rappresenta il meccanismo "principe" di difesa attuato dall'Io. La sua importanza è confermata dal fatto che nell'opera di Freud sovente compare come sinonimo di difesa stesso.

Il concetto di rimozione è stato ampiamente trattato nella sezione Rimozione, censura e resistenza.

 
La Proiezione

A) Termine utilizzato in un senso molto generale in nearofisiologia e in psicologia per denominare l’operazione con cui un fatto neurologico o psicologico è spostato e localizzato all’esterno, passando dal centro alla periferia, o dal soggetto all’oggetto. Questo senso comprende varie accezioni.

B) Nel senso propriamente psicoanalitico, operazione con cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro, persona o cosa, delle qua-lità, dei sentimenti, dei desideri e perfino degli «oggetti», che egli non riconosce o rifiuta in sé. Si tratta di una difesa di origine molto arcaica che è in azione particolarmente nella paranoia, ma anche in modi di pensiero «normali>> come la superstizione.

 Il termine proiezione ha oggi un uso molto esteso sia in psicologia che nella psicoanalisi; esso comporta diverse accezioni che non sono ben distinte tra loro, come è stato spesso notato.

Può essere utile enumerarne i vari significati attenendosi dapprima a un livello semantico:

a) In neurologia, si parla di proiezione in un senso derivato da quello della geometria, in cui il termine designa una corrispondenza punto per punto, per esempio tra una figura nello spazio e una figura piana. Si dirà per esempio che un’area cerebrale costituisce la proiezione di un apparato somatico, recettore o effettore: si designa così una corrispondenza che si può stabilire secondo leggi definite o punto per punto o da struttura a struttura in una direzione sia centripeta che centrifuga.

b) Una seconda accezione deriva dalla precedente, ma implica un movimento dal centro verso la periferia. Si è potuto dire, in un linguaggio psicofisiologico, che le sensazioni olfattive, per esempio, sono localizzate per proiezione al livello dell’apparato recettore. Freud parla in questo senso di una «... sensazione, condizionata centralmente, di prurito o di stimolo che viene proiettata nella zona esogena periferica». Nella stessa prospettiva, si può definire la proiezione «eccentrica» come «localizzazione di un dato sensoriale nella posizione che l’oggetto stimolo occupa nello spazio anziché nel punto di stimolazione sul corpo».

In psicologia, si parla di proiezione per designare i processi seguenti:

c) Il soggetto percepisce l’ambiente e risponde a esso in funzione dei propri interessi, attitudini, abitudini, stati affettivi duraturi o momentanei, attese, desideri, ecc. Tale correlazione tra Innenwelt e Umwelt è una delle acquisizioni della biologia e della psicologia moderne, specie sotto l’impulso della psicologia della forma. Essa si verifica a tutti i livelli del comportamento: un animale ritaglia nel campo percettivo alcuni stimoli privilegiati che orientano tutto il suo comportamento; un uomo d’affari considererà tutti i suoi oggetti dal punto di vista di ciò che si può acquistare o vendere (‘deformazione professionale’); la persona di buon umore è incline a vedere tutto roseo, ecc. Più profondamente, strutture o tratti essenziali della personalità possono comparire nel comportamento manifesto. Questo fatto è alla base delle tecniche dette proiettive: il disegno del bambino rivela la sua personalità; nelle prove standardizzate costîtuite dai test proiettivi propriamente detti (Rorschach, TAT, per esempio) il soggetto è messo di fronte a situazioni poco strutturate e a stimoli ambigui, il che consente <<di leggere, secondo regole di decodificazione proprie del tipo di materiale e di attività creativa proposto, alcuni tratti del suo carattere e alcuni sistemi di organizzazione della sua condotta e delle sue emozioni».

d) Il soggetto mostra col suo atteggiamento che egli assimila una persona a un’altra: si dice allora, per esempio, che egli «proietta» l’immagine di suo padre sul suo principale. Viene denominato così, in modo poco appropriato, un fenomeno che la psicoanalisi ha scoperto sotto il nome di transfert.

e) Il soggetto si assimila a persone estranee o, inversamente, assimila a se stesso persone, esseri animati o inanimati. Per esempio, si dice correntemente che il lettore di romanzi si proietta in questo o quell’eroe e, nell’altro senso, che La Fontaine, per esempio, ha proiettato negli animali che compaiono nelle sue favole i sentimenti e ragionamenti antropomorfici. Tale processo dovrebbe essere incluso piuttosto nel campo di ciò che gli psicoanalisti chiamano identificazione.

f) Il soggetto attribuisce ad altri le tendenze, i desideri, ecc. che egli non riconosce in se stesso: il razzista, per esempio, proietta sul gruppo disprezzato le proprie colpe e le proprie inclinazioni inconfessate. Questo senso, denominato anche disowning projection, sembra il più vicino a quello che Freud ha descritto col nome di «proiezione».

Il. – Freud è ricorso alla proiezione per rendere conto di diverse manifestazioni della psicologia normale e patologica.

1) La proiezione è scoperta anzitutto nella paranoia. La proiezione è descritta come una difesa primaria che costituisce un uso errato di un meccanismo normale consistente nel cercare nell’esterno l’origine di un dispiacere. Il paranoico proietta le sue rappresentazioni intollerabili, che gli ritornano dal di fuori sotto forma di rimproveri: «Il contenuto e l’affetto della rappresentazione incompatibile vengono trattenuti [...] ma proiettati all’esterno».

In ogni successiva occasione in cui Freud tratta della paranoia, egli invoca la proiezione, specie nel Caso clinico del presidente Schreber. Ma va notato come Freud vi limiti il ruolo della proiezione: essa è solo una parte del meccanismo della difesa paranoica e non è egualmente presente in tutte le forme dell’affezione.

2) Nel 1915 Freud descrive l’insieme della costruzione fobica come una vera proiezione nel reale del pericolo pulsionale: «L’Io si comporta come se il pericolo dello sviluppo d’angoscia che lo minaccia non provenisse da un moto pulsionale, ma da una percezione, e può quindi reagire contro questo pericolo esterno con i tentativi di fuga rappresentati dagli scansamenti fobici».

3) In ciò che Freud denomina «gelosia proiettata» distinguen-dola sia dalla gelosia «normale» che dal delirio di gelosia paranoica, eglî vede in azione la proiezione: il soggetto si difende dai propri desideri di essere infedele imputando l’infedeltà al proprio coniuge; egli svia in tal modo la sua attenzione dal proprio inconscio, spostandola sull’inconscio dell’altro, e può diventare a un tempo più lucîdo per quanto riguarda l’altro e meno cosciente per quanto riguarda se stesso. È quindi talora impossibile e sempre inefficace denunciare la proiezione come una percezione erronea.

4) A più riprese Freud ha insistito sul carattere normale del meccanismo della proiezione. Egli considera infatti la superstizione, la mitologia, l’animismo come forme di proiezione: «L’o-scura conoscenza (per così dire la percezione endopsichica) di fattori e rapporti psichici inerenti all’inconscio si rispecchia [...] nella costruzione di una realtà sovrasensibile, che la scienza deve ritrasformare in psicologia dell’inconscio».

5) Solo in rare occasioni Freud invoca la proiezione a proposito della situazione analitica. Egli non denomina mai il transfert in generale come una proiezione e usa quest’ultimo termine solo per designare un fenomeno particolare del transfert: il soggetto attribuisce al suo analista discorsi o pensieri che sono in realtà suoi (per esempio: «Ora Lei penserà che [...] ma in realtà non ho questa intenzione»).

Questo inventario mostra che Freud, pur incontrando la proiezione in vari campi, le attribuisce tuttavia un senso piuttosto ristretto. La proiezione appare sempre come una difesa, come l’at-tribuzione all’altro – persona o cosa – di qualità, sentimenti, desideri, che il soggetto rifiuta o ignora in se stesso. L’esempio dell’animismo è quello che dimostra meglio come Freud non intenda la proiezione nel senso di una semplice assimilazione dell’altro a se stesso. Molto spesso infatti si sono spiegate le credenze animistiche in base alla presunta incapacità dei primitivi a concepire la natura senza ricorrere al modello umano; analogamente, a proposito della mitologia, si dice frequentemente che gli antichi «proiettavano» sulle forze della natura le qualità e le passioni umane. Freud, invece – ed è questo il suo principale apporto – ritiene che tale assimilazione trovi il suo principio e il suo scopo in un misconoscimento: i demoni, gli spiriti incarnerebbero i cattivi desideri inconsci.

 III. – Nella maggior parte delle occasioni in cui Freud parla di proiezione egli evita di trattare il problema nel suo complesso. Nel Caso clinico del presidente Schreber egli ne dà la seguente spiegazione: «... resi edotti del fatto che l’intelligenza della natura della proiezione implica la considerazione di problemi psicologici più generali, converrà che ci decidiamo a rinviare ad altra occasione lo studio della proiezione e con esso quello del meccanismo di formazione dei sintomi paranoici». Tale studio fu forse scritto, ma non fu mai pubblicato. Tuttavia, Freud ha dato a più riprese delle indicazioni sulla metapsicologia della proiezione. Si può tentare di raggruppare così gli elementi della sua teoria e i problemi da essa posti:

1) La proiezione trova il suo principio più generale nella concezione freudiana della pulsione. È noto che, per Freud, l’organismo è sottoposto a due tipi di eccitamenti generatori di tensioni: quelli che esso può fuggire e da cui può proteggersi, e quelli che non può fuggire e contro i quali non esiste all’inizio uno scudo antistimolo*; è questo il primo criterio della distinzione tra interno ed esterno. La proiezione appare quindi come il mezzo di difesa originaria contro gli eccitamenti interni che sono troppo spiacevoli a causa della loro intensità: il soggetto li proietta all’e-sterno, il che gli permette di fuggirli (illusione fobica per esempio) e di proteggersi da essi: «... si instaura la propensione a con-siderarli come se non agissero dall’interno, ma daI1’esterno, al fine di poter usare contro di essi gli stessi mezzi di difesa con cui il sistema si protegge contro gli stimoli esterni. È questa l’origine della proiezione». La contropartita di tale beneficio è, come nota Freud, che il soggetto si trova costretto ad accordare piena fiducia a ciò che ormai è sottoposto alle categorie del reale.

2) Freud fa svolgere un ruolo essenziale alla proiezione, accoppiata con l’introiezione*, nella genesi dell’opposizione soggetto (Io)-oggetto (mondo esterno). Il soggetto «... assume in sé gli oggetti offertigli, in quanto costituiscono fonti di piacere, li introietta (secondo l’espressione di Ferenczi), e caccia d’altra parte fuori di sé ciò che nel suo stesso interno diventa occasione di dispiacere ([...] meccanismo della proiezione)». Questo processo di introiezione e proiezione si esprime «nel linguaggio dei più antichi moti pulsionali orali>> con l’opposizione ingerîre-rigettare. È questa la fase di ciò che Freud ha chiamato «l’Io-piacere allo stato puro». Gli autori che considerano questa concezione freudiana in una prospettiva cronologica si chiedono se il movimento proiezione-introîezione presupponga e produca la differenziazione tra interno ed esterno. Anna Freud per esempio scrive che «... la proiezione e l’introie-zione sono metodi che si basano sulla differenziazione dell’Io dal mondo esterno». Essa si oppone quindi alla scuola di Melanie Klein che ha messo in primo piano la dialettica dell’introiezione-proiezione dell’oggetto «buono» e «cattivo»* e vi ha visto la base stessa della differenziazione interno-esterno.

 IV. – Freud ha quindi indicato qual è, a suo avviso, la molla metapsicologica della proiezione. Ma la sua concezione lascia in sospeso una serie di problemi fondamentali, per i quali non si trova in lui una risposta univoca.

1) Una prima difficoltà concerne ciò che è proiettato. Freud descrive spesso la proiezione come la deformazione di un processo normale che ci fa cercare nel mondo esterno la causa dei nostri affetti: egli sembra concepire in questo modo la proiezione quando la vede in azione nella fobia. Nell’analisi del meccanismo paranoico quale si incontra nel Caso clinico del presidente Schreber l’appello alla causalità appare invece come una razionalizzazione a posteriori della proiezione: <<... la proposizione ‘Io l’odio’, si trasforma grazie a un meccanismo di proiezione nell’altra: ‘Egli mi odia’ (mi perseguita) e ciò mi autorizza a odiarlo». È il sentimento di odio (la pulsione stessa, per così dire) che qui viene proiettato. Infine, in testi metapsicologici come Pulsioni e loro destini  e La negazione  ciò che è proiettato è l’«odiato», il «cattivo». Si è allora molto vicini a una concezione ‘realistica’ della proiezione, che sarà poi pienamente sviluppata dalla Klein, per la quale è l’oggetto «cattivo» – fantasmatico – che è proiettato, come se la pulsione o il sentimento, per essere veramente espulsi, dovessero necessariamente incarnarsi in un oggetto.

2) Una seconda difficoltà fondamentale emerge nella concezione freudiana della paranoia. Freud, infatti, non colloca sempre la proiezione allo stesso posto nel complesso del processo difensivo di tale affezione. Nei primi testi in cui parla della proiezione paranoica, egli la concepisce come un meccanismo di difesa primario, il cui carattere viene chiarito in contrapposizione alla rimozione in atto nella nevrosi ossessiva: in questa forma di nevrosi, la difesa primaria consiste in una rimozione nell’inconscio del ricordo patogeno complessivo e nella sua sostituzione con un «sintomo primario di difesa», la sfiducia in se stessi. Nella paranoia, la difesa primaria va intesa in modo simmetrico: vi è anche qui rimozione, ma nel mondo esterno, e il sintomo primario di difesa è la sfiducia negli altri. Il delirio è invece concepito come uno scacco di tale difesa e come un <<ritorno del rimosso» dall’esterno.

Nel Caso clinico del presidente Scbreber, il posto della proiezione è molto diverso; essa è descritta nel momento della «formazione del sintomo». Tale concezione porterebbe ad accostare il meccanismo della paranoia a quello delle nevrosi: in un primo tempo il sentimento incompatibile (amore omosessuale) sarebbe rimosso nell’interno, nell’inconscio, e trasformato nel suo contrario; in un secondo tempo, verrebbe proiettato nel mondo esterno: la proiezione è qui il modo in cui ritorna ciò che è rimosso nell’inconscio.

Questa differenza nella concezione del meccanismo della paranoia permette di definire due accezioni della proiezione:

a) In un senso paragonabile a quello. cinematografico: il soggetto invia al di fuori l’immagine di ciò che esiste in lui in modo inconscio. La proiezione consiste qui in una forma di misconoscimento, cui corrisponde, come contropartita, la conoscenza nell’altro proprio di ciò che viene misconosciuto nel soggetto.

b) Come un processo di espulsione quasi reale: il soggetto getta fuori di sé ciò che non vuole e lo ritrova poi nel mondo esterno.

Schematicamente, si potrebbe dire che qui la proiezione è definita non come un ‘non voler conoscere’, ma un ‘non voler essere’.

La prima prospettiva riduce la proiezione a una illusione, la seconda la innesta in una bipartizione originaria tra soggetto e mondo esterno.

Quest’ultimo modo di vedere non è per altro assente nel Caso clinico del presidente Schreber, come mostrano queste righe: «Non era giusta l’affermazione secondo cui la percezione internamente repressa verrebbe proiettata all’esterno; la verità, di cui ora ci rendiamo conto, è piuttosto un’altra: ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori». Va notato che, in questo passo, Freud denomina col termine proiezione ciò che abbiamo descritto come una forma di semplice misconoscimento; ma proprio per questo egli ritiene che la proiezione non basti più per spiegare la psicosi.

3) Un’altra difficoltà riguarda la teoria freudiana dell’allucinazione e del sogno come proiezione. Se, come insiste Freud, è lo spiacevole che è proiettato, come spiegare la proiezione di un appagamento di desiderio? Il problema non è sfuggito a Freud, il quale ha dato una risposta che si potrebbe così formulare: sebbene, nel suo contenuto, il sogno appaghi un desiderio gradevole, nella sua funzione primaria esso è difensivo, in quanto ha anzitutto lo scopo di mantener lontano ciò che rischia di perturbare il sonno: «... in luogo dell’esigenza interna che mirava a tenerlo occupato (il dormiente) è intervenuta un’esperienza esterna le cui pretese sono state soddisfatte. Un sogno è dunque anche una proiezione, una esteriorizzazione di un processo interno».

 V. – 1) Nonostante queste difficoltà di fondo, l’uso freudiano del termine proiezione è, come si vede, nettamente orîentato. Si tratta sempre di rigettare all’esterno ciò che ci si rifiuta di riconoscere o di essere in se stessi. Ora, pare che questo senso di rigetto, di espulsione non fosse prevalente prima di Freud nel-l’uso linguistico, come testimonierebbero queste righe di Renan: «Il bambino proietta su tutte le cose ciò che di meraviglioso porta in sé». Quest’uso è sopravvissuto naturalmente alla concezione freudiana e spiega talune ambiguità del termine proiezione in psicologia e talora anche fra gli psicoanalisti.

2) Anche se ci preoccupiamo di conservare al concetto di proiezione il senso ben determinato che gli dà Freud, non intendiamo con questo negare l’esistenza di tutti i processi che abbiamo classificato e distinto più sopra. D’altra parte, lo psicoanalista trova sempre in atto in questi vari processi la proiezione come rigetto, come misconoscimento.

Già la proiezione, in un organo del corpo, di uno stato di tensione, di una sofferenza diffusa, consente di fissarla e di misco-noscerne l’origine effettiva.

Analogamente, a proposito dei test proiettivi si potrebbe mostrare facilmente che non si tratta soltanto di strutturazione di stimoli in corrispondenza con la struttura della per-sonalità: il soggetto, nelle tavole del TAT in particolare, proietta certamente ciò che egli è, ma anche ciò che rifiuta di essere. Cî si potrebbe perfino chiedere se la tecnica proiettiva non susciti prevalentemente il meccanismo di proiezione del «cattivo» al di fuori.

Va notato inoltre che lo psicoanalista non assimila il transfert nel suo complesso a una proiezione; egli ammette tuttavia che la proiezione possa svolgervi un ruolo importante. Per esempio, si può ritenere che il soggetto proietti sul suo analista il suo Super-io e trovi in questa espulsione una situazione più vantaggiosa, un alleviamento al suo conflitto interno.

Infine, i rapporti tra identificazione e proiezione sono molto intricati, in parte a causa di un uso trascurato della terminologia. Si dice talora, indifferentemente, che l’isterico, per esempio, si proietta in o si identifica con un personaggio, La confusione è tale che Ferenczi ha potuto perfino parlare di introiezione per denominare questo processo. Senza pretendere in alcun modo di esaminare la connessione tra i due meccanismi dell’identificazione e della proiezione, si può pensare che si tratti in questi casi di un abuso del termine proiezione. In essi, infatti, non si ritrova più ciò che è sempre presupposto nella definizione psicoanalitica della proiezione: una bipartizione in seno alla persona e un rigetto sull’altro della parte di sé che è rifiutata. 

 
 
La Regressione

In un processo psichico avente un senso di percorso o di sviluppo si designa con regressione un ritorno in senso inverso da un punto già raggiunto a un punto anteriore a esso.

Intesa nel senso topico, la regressione si attua, secondo Freud, lungo una successione di sistemi psichici che l’eccitazione percorre normalmente in un dato verso.

Nel suo senso temporale, la regressione suppone una successione genetica e designa il ritorno del soggetto a fasi superate del suo sviluppo (stadi libidici, relazioni oggettuali, identificazioni, ecc.).

Nel senso formale, la regressione designa il passaggio a modi di espressione e di comportamento di un listello inferiore dal punto di vista della complessità, della strutturazione e della differenziazione.

 La regressione è un concetto d’uso molto frequente nella psicoanalisi e nella psicologia contemporanea; essa è concepita per lo più come un ritorno a forme precedenti dello sviluppo del pensiero, delle relazioni oggettuali e della strutturazione del comportamento.

Non è in una prospettiva puramente genetica che Freud ha descritto in un primo tempo la regressione. Dal punto di vista terminologico va notato peraltro che regredire significa ritornare indietro, il che può essere concepito in un senso logico o spaziale oltre che temporale.

In L’interpretazione dei sogni, Freud introduce il concetto di regressione per spiegare un carattere essenziale del sogno: i pensieri del sogno si presentano principalmente sotto forma di immagini sensoriali che si impongono al soggetto in modo quasi allucinatorio. La spiegazione di questo carattere esige una concezione topica“ dell’apparato psichico come formato da una successione orientata di sistemi. Allo stato vigile, questi ultimi sono percorsi dalle eccitazioni in un senso progrediente (dalla percezione alla motilità); nello stato onirico, i pensieri trovano chiuso l’accesso alla motilità e regrediscono fino al sistema «percezione». La regressione quindi è introdotta da Freud anzitutto in un senso topico.

Il suo significato temporale, dapprima implicito, assumerà una importanza sempre maggiore con gli apporti successivi di Freud riguardanti lo sviluppo psicosessuale dell’individuo.

In Tre saggi sulla teoria sessuale, sebbene non compaia il termine regressione, si trovano già delle indicazioni riguardanti la possibilità di un ritorno della libido a vie collaterali di soddisfacimento  e a oggetti precedenti. Notiamo a questo proposito che i passi in cui si parla esplicitamente della regressione sono aggiunti nell’edizione del 1915. Freud stesso ha notato che ha scoperto solo tardi l’idea di una regressione della libido a un modo precedente di organizzazione (3 a). Occorreva infatti che fossero scoperte gradualmente (negli anni 1910-12) le fasi dello sviluppo psicosessuale infantile disposte in un determinato ordine di successione perché potesse essere pienamente enucleato il concetto di regressione temporale. In La disposizione alla nevrosi ossessiva  Freud oppone per esempio i casi in cui «l’organizzazione sessuale che contiene la disposizione alla nevrosi ossessiva, una volta instauratasi, non viene mai più completamente superata», ai casi in cui «essa è stata dapprima sostituita dallo stadio evolutivo superiore e poi, per regressione da quest’ultimo, di nuovo attivata».

 Freud è allora indotto ad articolare il concetto di regressione, come è mostrato da questo passo aggiunto nel 1914 a L’interpretazione dei sogni: «Distinguiamo [...l tre varietà di regressione: a) topica nel senso dello schema dei sistemi $; b) temporale, quando si tratta del regredire a formazioni psichiche più antiche; c) formale, quando primitivi modi di espressione e di raffigurazione sostituiscono quelli abituali. Tutti e tre i tipi di regressione ne costituiscono tuttavia in fondo uno solo e nella maggioranza dei casi coincidono, poiché ciò che è cronologicamente più antico è nello stesso tempo formalmente primitivo e, nella topica psichica, più vicino all’estremità percettiva>>.

La regressione topica è particolarmente manifesta nel sonno, in cui giunge al suo punto terminale. La si incontra in altri processi patologici, in cui è meno globale, e perfino in processi normali in cui va meno lontano (memoria).

Il concetto di regressione formale è stato meno utilizzato da Freud, sebbene numerosi fenomeni in cui vi è rîtorno dal processo secondario al processo primario possano essere classificati sotto questa denominazione (passaggio dal funzionamento secondo l’identità di pensiero* al funzionamento secondo l’identità di percezione*). Si può accostare ciò che Freud chiama regressione formale a ciò che la «psicologia della forma» e la neurofisiologia d’ispirazione jacksoniana chiamano destrutturazione (di un comportamento, della coscienza, ecc.). L’ordine che è qui presupposto non è quello di una successione di fasi effettivamente percorse dall’individuo, ma quello di una gerarchia delle funzioni o delle strutture.

Nel quadro della regressione temporale, Freud distingue – secondo diverse linee genetiche – una regressione riguardante l’oggetto, una regressione riguardante la fase libidica e una regressione nell’evoluzione dell’Io.

Tutte queste distinzioni non rispondono soltanto a un intento di classificazione. Esiste infatti in alcune strutture normali o patologiche uno scarto tra i diversi tipi di regressione; Freud nota per esempio che «... nell’isteria vi è sì, e del tutto regolarmente, una regressione della libido agli oggetti sessuali primari, incestuosi, ma non vi è praticamente regressione alcuna a stadi precedenti dell’organizzazione sessuale». 

Freud ha spesso insistito sul fatto che il passato infantile – dell’individuo e dell’umanità – rimane sempre in noi: «... gli stati primitivi possono sempre ristabilirsi: quel che vi è di primitivo nella psiche è imperituro, nel vero senso della parola».

Egli ritrova questa idea di un ritorno indietro nei campi più diversi: psicopatologia, sogni, storia delle civiltà, biologia, ecc. Il riaffiorare del passato nel presente è implicito anche nel concetto di coazione a ripetere”.

Come Freud stesso ha notato, il concetto di regressione è piuttosto un concetto descrittivo. Non basta evidentemente addurre il fatto della regressione per comprendere in quale forma il soggetto ritorna al passato. Alcuni stati psicopatologici inducono nettamente a intendere la regressione in modo realistico: lo schizofrenico, si dice talora, ridiventerebbe un lattante, il catatonico ritornerebbe allo stato fetale. Evidentemente non si può dire nello stesso senso dell’ossessivo che egli è regredito allo stadio anale. Nel transfert si può parlare di regressione solo in un senso ancora più limitativo, riferendosi cioè al comportamento globale del paziente.

Notiamo che le distinzioni freudiane, pur non fornendo un fondamento teorico rigoroso al concetto di regressione, hanno tuttavia un interesse teorico in quanto impediscono che la regressione venga concepita come un fenomeno globale. In questa direzione, va notato inoltre che la nozione di regressione è accoppiata a quella di fissazione e che quest’ultima non può essere ridotta alla formazione di un pattern di comportamento. Nella misura in cui la fissazione va intesa come una «trascrizione», la regressione può essere interpretata come una riattivazione di ciò che fu «trascritto». Quando si parla, specie nella cura, di «regressione orale» bisognerebbe intendere, in questa prospettiva, che il soggetto ritrova nelle proprie parole e nei propri atteggiamenti ciò che Freud ha chiamato «il linguaggio dei più antichi moti pulsionali orali».