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Organizzazione e fase della libido

 
 
Pulsione parziale

Con questo termine tengono designati gli elementi ultimi a cui giunge la psicoanalisi nell’analisi della sessualità. Ciascuno di questi elementi è specificato da una fonte (per esempio: pulsione orale, pulsione anale) e una meta (per esempio: pulsione di guardare, pulsione di appropriazione).

Il termine <<parziale» non significa soltanto che le pulsioni parziali sono specie appartenenti alla classe generale della pulsione sessuale; esso deve essere assunto soprattutto in un senso genetico e strutturale:le pulsioni parziali funzionano dapprima indipendentemente e tendono a unirsi nelle diverse organizzazioni libidiche.

 Freud ha sempre mostrato un atteggiamento critico nei confronti di ogni teoria degli istinti o delle pulsioni che porti a sta-bilirne un catalogo postulando altrettante pulsioni quanti sono i tipi noti di attività, per esempio invocando una «pulsione gregaria» per spiegare la vita in comunità. Dal canto suo, egli distingue soltanto due grandi tipi di pulsioni: le pulsioni sessuali e le pulsioni di autoconservazione o, in una seconda fase del suo pensiero, le pulsioni di vita e le pulsioni di morte.

Tuttavia, già nella prima edizione dei Tre saggi sulla teoria sessuale  egli introduce la nozione di pulsione parziale. Lo scopo di questa differenziazione dell’attività sessuale è di esplicitare delle componenti, che egli si sforza di attribuire a fonti organiche e di definire mediante mete specifiche.

La pulsione sessuale nel suo insieme può essere analizzata in un certo numero di pulsioni parziali: la maggior parte di esse può essere facilmente attribuita a una zona erogena determinata; altre sono definite piuttosto dalla loro meta (per esempio, la pulsione di appropriazione“), sebbene si possa assegnare anche ad esse una fonte somatica (muscolatura nell’esempio dato).

Si può osservare il gioco delle pulsioni parziali nel bambino in attività sessuali parcellari («perversione polimorfa»), nell’adulto sotto forma di piaceri preliminari all’atto sessuale e nelle perversioni.

Il concetto di pulsione parziale è il correlato di quello di insieme, di organizzazione. L’analisi di una organizzazione sessuale pone in evidenza le pulsioni che si integrano in essa. L’oppo-sizione è anche genetica, in quanto la teoria freudiana suppone che le pulsioni funzionino dapprima allo stato anarchico per or-ganizzarsi successivamente.

Nella prima edizione dei Tre saggi, Freud ammette che la ses-sualità raggiunge la sua organizzazione solo al momento della pu-bertà, il che implica che l’insieme dell’attività sessuale infantile è definito dal gioco disorganizzato delle pulsioni parziali.

L’idea di organizzazione pregenitale infantile porta ad allontanare maggiormente nel tempo quella fase di libero gioco delle pulsioni parziali, fase autocratica «...nella quale le singole pulsioni parziali cercano, ciascuna per sé, il soddisfacimento delle proprie voglie sul corpo stesso del soggetto».

 Da notare il seguente passo di Freud: «La pulsione sessuale, la cui espressione dinamica nella vita psichica chiamiamo libido, si compone di pulsioni parziali nelle quali essa può nuovamente frammentarsi e che soltanto gradualmente convergono a unità in determinate organizzazioni. [...] In un primo tempo le singole pulsioni parziali tendono all’appagamento l’una indipendentemente dall’altra, ma nel corso dello sviluppo vengono sempre maggiormente riunite e concentrate. Primo gradino dell’organizzazione sessuale (pregenitale) appare quello orale».

 
 
Organizzazione della libido

Insieme organizzato di rappresentazioni e di ricordi con forte valore affettivo, parzialmente o totalmente inconsci. Un complesso si costituisce a partire dalle relazioni interpersonali della storia infantile e può strutturare tutti i listelli psicologici: emozioni, atteggiamenti, condotte adattate.

      Il termine «complesso» ha incontrato grande favore nel linguaggio comune («avere dei complessi>>, ecc.), mentre è sempre meno usato dagli psicoanalisti, se si eccettuano le espressioni complesso di Edipo* e complesso di evirazione*.

La maggior parte degli autorî, compreso Freud, scrivono che la psicoanalisi è debitrice del termine «complesso» alla scuola psicoanalitica di Zurigo (Bleuler, Jung). In realtà, lo si trova già negli Studi sull’isteria, per esempio quando Breuer espone le vedute di Janet sull’isteria o quando egli sostiene l’esistenza di «rappresentazioni attuali ma inconsce o subconsce»: «Si tratta quasi sempre di complessi di rappresentazioni, di ricordi di fatti esterni e di sequenze ideative del soggetto. Occasionalmente, ogni singola rappresentazione contenuta in tali complessi di rappresentazioni può essere pensata coscientemente, e solo la specifica combinazione è bandita dalla coscienza».

Gli «esperimenti associativi» di Jung dovevano fornire all’ipotesi del complesso, formulata a proposito dei casi di isteria, una base a un tempo sperimentale e più ampia. Nel primo commento che ne fa, Freud scrive: «Le loro esperienze (di Bleuler e di Jung) acquistarono valore in virtù del presupposto che la rea-zîone alla parola-stimolo non potesse essere qualcosa di casuale, ma dovesse essere determinata da un contenuto rappresentativo presente nel soggetto che reagiva. È invalso l’uso di designare un tale contenuto rappresentativo, in grado di influire sulla reazione alla parola-stimolo, col termine di ‘complesso’. Tale influsso è attivo allorché la parola-stimolo sfiora direttamente il complesso, oppure allorché quest’ultimo riesce a mettersi in contatto con la parola-stimolo attraverso elementi intermedi».

Ma Freud, pur riconoscendo l’interesse degli esperimenti associativi, formula presto delle riserve sull’uso del termine «complesso». È un «... termine adeguato e spesso indispensabile per la descrizione riassuntiva di uno stato di fatto psicologico. Nessun altro fra i nomi e le designazioni coniati per le esigenze della psicoanalisi ha raggiunto popolarità così grande, né è incorso così spesso in applicazioni abusive a detrimento di formulazioni concettuali più precise».

Lo stesso giudizio compare in una lettera a O. Poster: il complesso non è un concetto teorico soddisfacente; vi è una mitologia junghiana dei complessi.

Secondo Freud, il termine «complesso» potrebbe quindi servire a fini dimostrativi o descrittivi per mettere in evidenza, a partire da elementi apparentemente distinti e contingenti, «... cerchie di pensieri e di interessi potenti dal punto di vista affettivo»; ma non avrebbe un valore teorico. Di fatto, Freud lo userà molto poco, a differenza di numerosi autori che si rifanno alla psicoanalisi.

Si possono addurre varie spiegazioni di questa cautela di Freud. Egli era contrario a una certa tipizzazione psicologica (per esempio, il complesso di scacco), che rischia a un tempo di dissimulare la singolarità dei casi e di presentare come una spiegazione ciò che di fatto è un problema. Inoltre, il concetto di complesso tende a confondersi con quello di un nucleo puramente patogeno che andrebbe eliminato; si perderebbe cosi. di vista la funzione strutturante dei complessi, specie di quello edipico, in determinati momenti dello sviluppo umano.

 Sî potrebbe semplificare l’uso ancora confuso del termine «complesso», distinguendo tre sensi:

1) II senso originario che designa un assetto relativamente fisso di sequenze associative. A questo livello il complesso è ipotizzato per spiegare il modo particolare in cui si susseguono le associazioni.

2) Un senso più generale che designa un insieme più o meno organizzato di tratti personali – compresi quelli che sono meglio integrati – con l’accento posto soprattutto sulle reazioni affettive. A questo livello, si riconosce l’esistenza del complesso principalmente dal fatto che le nuove situazioni sono inconsciamente ricondotte a situazioni infantili; la condotta appare allora modellata da una struttura latente invariata. Ma tale accezione rischia di provocare una generalizzazione abusiva: si può infatti esser tentati di creare un complesso per ogni tipo psicologico. Secondo noi, è questa deviazione ‘psicologizzante’ che avrebbe suscitato le riserve e poi il disinteresse di Freud per il termine.

3) Un senso più rigoroso che si trova nell’espressione – sempre mantenuta da Freud – di complesso edipico e che designa una struttura fondamentale delle relazioni interpersonali e il modo in cui la persona vi trova il suo posto e lo fa proprio.

Taluni termini che appartengono alla lingua di Freud, come «complesso di evirazione», «complesso paterno», oppure termini che si incontrano più raramente, come «complesso materno», «complesso fraterno», «complesso parentale», vanno inseriti in questo contesto. Va notato che l’apparen-te varietà dei termini «paterno», «materno» rinvia in ogni caso a dimensioni della struttura edipica: o in quanto una delle dimensioni predomina in un soggetto, o in quanto Freud intende mettere in rilievo un determinato momento della sua analisi. Col nome di complesso paterno, per esempio, egli pone l’accento sulla relazione ambivalente nei confronti del padre. Il complesso di evirazione, anche se il suo tema può essere relativamente isolato, si inserisce completamente nella dialettica del complesso edipico.

 
 
Fasi della libido

Per fase della libido  si intende una tappa dello sviluppo del bambino caratterizzata da una organizzazione* più o meno accentuata della libido sotto il primato di una zona erogena e dal predominio di un modo di relazione oggettuale "'. Nella psicoanalisi è stata data una maggiore estensione al concetto di fase, cercando di definire alcune fasi dell’euoluzione dell’Io. 

Quando nella psicoanalisi si parla di fase, in generale si designano con questo termine le fasi dell’evoluzione libidica. Ma va notato che l’intento freudiano di differenziare delle ‘età della vita’, delle ‘epoche’, dei ‘periodi’ di sviluppo si manifesta prima che inizi a delinearsi il concetto di organizzazione della libido; esso è concomitante alla scoperta che le diverse affezioni psiconevrotiche hanno la loro origine nell’infanzia. Intorno agli anni 1896-97 Freud, nella sua corrispondenza con W. Fliess – il quale aveva pure elaborato una teoria dei periodi – cerca di stabilire una successione di periodi, nell’infanzia e nella pubertà, databili con maggiore o minor precisione; questo tentativo è in stretto rapporto con la nozione di posteriorità“ e con la teoria della seduzione“", che Freud stava allora elaborando. Infatti, alcuni dei periodi considerati («periodi dell’evento») sono quelli in cui avvengono gli «episodi sessuali», mentre altri sono «fasi della rimozione». Freud mette in rapporto la «scelta della nevrosi» con questa successione: «Le diverse nevrosi dipendono dal periodo nel quale si sono verificati gli episodi sessuali [...] Così non ha nessun significato nella scelta della nevrosi il periodo nel quale avviene la rimozione, mentre il periodo nel quale si verifica l’eoento ha un’importanza decisiva». Infine, lo stesso passaggio da un periodo all’altro viene messo in rapporto con la differenziazione dell’apparato psichico in sistemi di «trascrizioni», e il passaggio da un periodo all’altro e da un sistema all’altro è paragonato a una «traduzione» che può essere più o meno riuscita.

Ben presto si fa strada l’idea di collegare la successione di questi diversi periodi al predominio e all’abbandono di determinate «zone sessuali» o «zone erogene» (regione anale, regione bucco-faringea e, nella bambina, regione clitoridea). Freud sviluppa notevolmente questo tentativo teorico, come è testimoniato dalla lettera a Fliess del 14 novembre 1897: il processo della rimozione detta normale è messo in stretto rapporto con l’abbandono di una zona per un’altra, col «tramonto» di una zona sessuale.

Tali concezioni prefigurano in numerosi punti ciò che diven-terà, nella sua forma più completa, la teoria delle fasi della libido, Ma colpisce il fatto che esse scompaiano dalla prima esposizione che Freud dà dell’evoluzione della sessualità per essere poi riscoperte e precisate solo più tardi. Nell’edizione del 1905 dei Tre saggi sulla teoria sessuale  l’opposizione principale si situa tra la sessualità puberale e adulta da un lato, organizzata sotto il primato genitale, e la sessualità infantile, dall’altro, in cui sono molteplici le mete sessuali e le zone erogene che le sostengono, senza che si instauri in alcun modo il primato di una di esse o una scelta oggettuale. Probabilmente, questa opposizione è particolarmente accentuata da Freud a causa del carattere didattico che riveste l’opera in questione e a causa dell’originalità della tesi che egli deve far accettare: il carattere originariamente pervertito e polimorfo della sessualità.

Gradualmente, tra il 1913 e il 1923, questa tesi viene emendata con l’introduzione del concetto di fasi pregenitali che precedono l’instaurazione della fase genitale: fase orale, sadico-anale, fallica.

Ciò che caratterizza queste fasi è un certo modo di organizzazione della vita sessuale. La nozione del primato di una zona erogena è insufficiente per spiegare ciò che vi è di strutturante e di normativo nel concetto di fase, il quale trova il suo fondamento solo in un tipo di attività, legato certo a una zona erogena, ma reperibile a diversi livelli della relazione oggettuale’. Per esempio l’incorporazione, caratteristica della fase orale, sarebbe uno schema che si incontra in molte fantasie sottostanti ad attività diverse dalla nutrizione («mangiare con gli occhi», per esempio).

 

Sebbene nella psicoanalisi il concetto di fase si riferisca prevalentemente all’evoluzione dell’attività libidica, va notato che sono state abbozzate diverse altre linee evolutive:

1) Freud ha notato una successione temporale per quanto riguarda l’accesso all’oggetto libidico: il soggetto passa successivamente attraverso l’autoerotismo, il narcisismo, la scelta omosessuale e la scelta eterosessuale.

2) Un’altra direzione induce a scorgere diverse fasi nell’evo-luzione che porta a un predominio del principio di realtà sul principio di piacere. Un tentativo in questo senso è stato fatto da Ferenczi.

3) Alcuni autori ritengono che solo la formazione dell’Io” possa spiegare il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà. L’Io «... si inserisce nel processo come variabile indipendente». È lo sviluppo dell’Io che permette la differenziazione tra sé e il mondo esterno, il differimento del soddisfacimento, il relativo dominio delle stimolazioni pulsionali, ecc.

Freud, pur notando l’interesse di una precisa determinazione dell’evoluzione e delle fasi dell’Io, non si è inoltrato in questa via, Notiamo per altro che, all’epoca in cui egli accenna a questo problema, per esempio in La disposizione alla nevrosi ossessiva, il concetto di Io non è ancora limitato al senso topico preciso che assumerà a partire da L’Io e l’Es. Freud suppone che: «... nella disposizione alla nevrosi ossessiva si debba includere una anticipazione nel tempo dello sviluppo dell’Io sullo sviluppo della libido»; ma nota che «... gli stadi evolutivi delle pulsioni dell’Io ci sono sinora assai poco noti».

Va notato altresì che Anna Freud, in L’Io e i meccanismi di difesa , rinuncia a stabilire una successione temporale nella comparsa dei meccanismi di difesa dell’Io.

In che modo possono essere sintetizzate queste diverse linee di pensiero? Il tentativo più comprensivo per stabilire una corrispondenza tra questi vari tipi di fasi rimane quello di Abraham (Tentativo di una storia evolutiva della libido sulla base della psicoanalisi dei disturbi psichici; Robert Fliess ha completato il quadro proposto da Abraham.

Va sottolineato che Freud, dal canto suo, non ha preso la strada di una teoria olistica delle fasi, che raggruppi non solo l’evoluzione della libido, ma anche quella delle difese dell’Io, ecc.; tale teoria, imperniata sulla nozione di relazione oggettuale, finisce per inglobare in un’unica linea genetica l’evoluzione dell’insieme della personalità. Non si tratta, secondo noi, di una semplice incompletezza del pensiero di Freud; sono infatti lo sfasamento e la possibilità di una dialettica tra queste diverse linee evolutive che per lui sono essenziali nel determinismo della nevrosi.

In questo senso, anche se la teoria freudiana è una di quelle che nella storia della psicologia hanno maggiormente contribuito a promuovere la nozione di fase, non pare che questa coincida, nella sua ispirazione fondamentale, con l’uso che la psicologia genetica ha fatto di questo concetto, postulando, a ogni livello della evoluzione, una struttura complessiva a carattere integrativo.