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Principio di piacere e principio di realtà: i due poli della psiche

 
 

 Freud considera il principio di piacere e il principio di realtà come i due principi del funzionamento psichico. Ad essi sono collegati in più maniera più o meno diretta il principio di costanza e il principio di nirvana.

 
 
Principio di Piacere

Uno dei due princìpi che regolano, secondo Freud, il funzionamento mentale: l’insieme dell’attività psichica ha per scopo di evitare il dispiacere e di procurare il piacere. In quanto il dispiacere è legato all’aumento delle quantità di eccitazione e il piacère alla loro riduzione, il principio di piacere è un principio economico.

 L’idea di fondare sul piacere un principio regolatore del funzionamento mentale è lungi dall’essere caratteristica di Freud. Fechner, la cui grande influenza sulle idee di Freud è ben nota, aveva anch’egli enunciato un «principio di piacere dell’azione». Con tale principio egli intendeva, a differenza delle dottrine edonistiche tradizionali, non già che la finalità perseguita dall’azione umana sia il piacere, bensì che i nostri atti sono determinati dal piacere o dal dispiacere procurati al momento attuale dalla rappresentazione dell’azione da compiere o delle sue conseguenze. Egli nota inoltre che queste motivazioni possono non essere percepite coscientemente: «...è del tutto naturale che, quando i motivi si perdono nell’inconscio, ciò avvenga anche per il piacere e il dispiacere».

Questo carattere di motivazione attuale è anche al centro della concezione freudiana: l’apparato psichico* è regolato dall’evitamento o dall’evacuazione della tensione spiacevole. Va notato che il principio è denominato dapprima come «principio di dispiacere»: la motivazione è il dispiacere attuale e non la prospettiva del piacere da ottenere. Si tratta di un meccanismo di regolazione «automatica».

 

La nozione di principio di piacere rimane senza grandi cambiamenti lungo tutta l’opera freudiana. Per contro, ciò che è problematico in Freud e riceve risposte diverse è la posizione del principio rispetto ad altri riferimenti teorici.

Una prima difficoltà, già sensibile nell’enunciato stesso del principio, riguarda la definizione di piacere e dispiacere. Una delle ipotesi costanti di Freud, nell’ambito del suo modello dell’apparato psichico, assume che il sistema percezione-coscienza sia sensibile a tutta una varietà di qualità provenienti dal mondo esterno, mentre dall’interno percepisce soltanto gli aumenti e le diminuzioni di tensione che si traducono in una sola gamma qualitativa: la scala piacere-dispiacere. Ci si può allora attenere a una definizione puramente economica secondo cui piacere e dispiacere non sarebbero altro che la traduzione qualitativa di modificazioni quantitative? Inoltre, qual è l’esatta correlazione tra questi due aspetti: qualitativo e quantitativo? Freud ha sottolineato progressivamente quanto sia difficile dare a questo problema una risposta semplice. Se, in un primo tempo, si contenta di enunciare un’equivalenza tra il piacere e la riduzione di tensione, tra il dispiacere e l’aumento di essa, egli cessa presto di considerare questa relazione come evidente e semplice: «Malgrado la sua considerevole indeterminatezza, intendiamo attenerci scrupolosamente a tale ipotesi finché ci riesca di precisare qual è il tipo di relazione che intercorre tra piacere e dispiacere, e quali sono le oscillazioni quantitative degli stimoli che agiscono sulla vita psichica. È certo che le possibili relazioni di questo genere sono numerose, svariate e niente affatto semplici».

In Freud si trovano ben poche indicazioni sulla natura di tali relazioni. In Al di là del principio di piacere, egli nota che occorre distinguere tra dispiacere e senso di tensione: esistono infatti tensioni piacevoli: «...il senso di tensione va messo in rapporto con la grandezza assoluta, o eventualmente con il livello dell’investimento, mentre la serie piacere-dispiacere indica un’alterazione dell’entità dell’investimento nell’unità di tempo?». È ancora un fattore temporale, il ritmo, che è preso in considerazione in un testo successivo, mentre al tempo stesso viene rimesso m valore l’aspetto essenzialmente qualitativo del piacere.

Nonostante le difficoltà inerenti al problema di trovare degli esatti equivalenti quantitativi agli stati qualitativi del piacere e del dispiacere, è evidente l’interesse per la teoria psicoanalitica di una interpretazione economica di questi stati; essa consente di enunciare un principio valido sia per le istanze inconsce della per-sonalità che per i suoi aspetti coscienti. Parlare per esempio di un piacere inconscio inerente a un sintomo manifestamente penoso può sollevare obiezioni al livello della descrizione psicologica. Ponendosi dal punto di vista di un apparato psichico e delle modificazioni energetiche che in esso si effettuano, Freud dispone di un modello che gli consente di considerare ogni sottostruttura come regolata dallo stesso principio che regge l’insieme dell’apparato psichico. Lascia quindi in sospeso il difficile problema di determinare, per ciascuna di queste sottostrutture, la modalità e il momento in cui un aumento di tensione viene avvertito effettivamente come dispiacere. Questo problema tuttavia non è trascurato nell’opera di Freud. Esso è esaminato esplicitamente a proposito dell’Io in Inibizione, sintomo e angoscia concezione del segnale di angoscia* come motivo di difesa),

 

Un altro problema, che per altro non è privo di rapporti col precedente, riguarda la relazione tra piacere e costanza. Infatti, anche una volta ammessa l’esistenza di un significato economico, quantitativo, del piacere, rimane il problema di sapere se ciò che Freud chiama principio di piacere corrîsponde a un mantenimento della costanza del livello energetico o a una riduzione radicale delle tensioni al livello più basso. Numerose formulazioni di Freud, che assimilano principio di piacere e principio di costanza, sono orientate nel senso della prima soluzione. Ma, se si fa intervenire l’insieme dei riferimenti teorici fondamentali di Freud, ci si accorge al contrario che il princîpio di piacere è piuttosto in opposizione al mantenimento della costanza, sia che corrisponda al libero deflusso dell’energia mentre la costanza corrisponde a un legame di essa, sia che al limite Freud possa chiedersi se il principio di piacere non «si ponga al servizio delle pulsioni di morte».

La questione, spesso dibattuta nella psicoanalisi, dell’esistenza di un «al di là del principio di piacere» può essere posta validamente solo una volta esplicitata la problematica che fa intervenire i concetti di piacere, costanza, legame, riduzione delle tensioni a zero. Infatti, l’esistenza di princìpi o di forze pulsionali trascendenti il principio di piacere è sostenuta da Freud solo quando opta per un’interpretazione di tale principîo che tende a confonderlo col principio di costanza. Quando invece il principio di piacere tende a essere assimilato a un principio di riduzione a zero (principio del Nirvana) non è più contestato il suo carattere fondamentale e ultimo.

 

Il principio di piacere interviene nella teoria psicoanalitica soprattutto in opposizione al principio di realtà. Infatti, quando Freud enuncia in modo esplicito i due princìpi del funzionamerito psichico, egli li pone come i due poli di un asse di riferimento fondamentale. Le pulsioni cercherebbero dapprima soltanto di scaricarsi, di soddisfarsi per le vie più brevi; poi gradualmente sperimenterebbero la realtà, imparando così a conseguire il soddisfacimento cercato mediante vie indirette e rinvii nel tempo. In questa tesi semplificata, si vede come il rapporto piacere-realtà pone un problema che dipende anch’esso dal significato che si dà nella psicoanalisi al termine piacere. Se con piacere si intende essenzialmente l’appagamento di un bisogno, di cui il soddisfa-cimento delle pulsioni di autoconservazione fornirebbe il modello, l’opposizione principio di piacere-principio di realtà non offre nulla di radicale, tanto più che si può facilmente ammettere nell’organismo vivente l’esistenza di una dotazione naturale, di predisposizioni, che fanno del piacere una guida di vita, subordi-nandolo a comportamenti e a funzioni adattative. Ma la psicoanalisi ha messo in primo piano la nozione di piacere in tutt’altro contesto, in cui risulta invece come legato a processi (esperienze di soddisfacimento), a fenomeni (sogni), di cui è evidente il carattere dereale. In questa prospettiva, i due princìpi appaiono come fondamentalmente antagonistici: l’appagamento di un desiderio inconscio risponde a esigenze e funziona secondo leggi del tutto diverse da quelle del soddisfacimento  dei bisogni vitali.

 
 
Principio di Realtà

Uno dei due princìpi che regolano, secondo Freud, il funzionamento mentale. Esso forma una coppia col principio di piacere e modifica quest’ultimo: nella misura in cui esso riesce a imporsi come principio regolatore, la ricerca del soddisfacimento non si effettua più per le vie più brevi, ma passa per vie indirette e rinvia il suo risultato in funzione delle condizioni imposte del mondo esterno.

Considerato dal punto di vista economico, il principio di realtà corrisponde a una trasformazione dell’energia libera in energia legata”; dal punto di vista topico, esso caratterizza essenzialmente il sistema preconscio-conscio; dal punto di vista dinamico, la psicoanalisi cerca di fondare l’intervento del principio di realtà su un certo tipo di energia pulsionale che sarebbe già particolarmente al servizio dell’Io.

 

Prefigurato già nelle prime elaborazioni metapsicologiche di Freud, il principio di realtà è enunciato come tale nel 1911 in Precisazioni sui due princìpi dell’accadere psichico, in cui è posto in relazione, in una prospettiva genetica, col principio di piacere al quale succede. Il lattante tenterebbe dapprima di trovare, in modo allucinatorio, una possibilità di scaricare immediatamente la tensione pulsionale: «Solo la mancanza dell’at teso soddisfacimento, la disillusione, ha avuto per conseguenza l’abbandono di questo tentativo di appagamento per via allucinatoria. L’apparato psichico ha dovuto ri-solversi a rappresentare a se stesso, anziché le condizioni proprie, quelle reali del mondo esterno, e a sforzarsi di modificare la real-tà. Con ciò si è instaurato un nuovo principio di attività psichica: non è più stato rappresentato quanto era piacevole, ma ciò ch’era reale anche se doveva risultare spiacevole». Il principio di realtà, principio regolatore del funzionamento psichico, compare secondariamente come modificazione del principio di piacere, che prima era l’unico sovrano; la sua instaurazione corrisponde a tutta una serie di adattamenti che l’apparato psichico deve subire: sviluppo delle funzioni coscienti, attenzione, giudizio, memoria; sostituzione alla scarica motrice di un’azione mirante a una trasformazione appropriata della realtà; nascita del pensiero, che è definito come un“attività di esame in cui sono spostate piccole quantità di investimento, il che suppone una trasformazione dell’energia libera”, tendente a circolare senza ostacoli da una rappresentazione a un’altra, in energia legata”. Il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà non sopprime per questo il primo. Da un lato, il principio di realtà assicura l’ottenimento dei soddisfaci-menti nella realtà; dall’altro, il principio di piacere continua a regnare in tutto un campo di attività psichiche, che costituisce una specie di riservato dominio lasciato alla fantasia e funzionante secondo le leggi del processo primario": l’inconscio”.

Questo è il modello più generale elaborato da Freud nel quadro di ciò che egli stesso ha denominato «psicologia genetica». Egli rileva che questo schema si applica differentemente a seconda che sia considerata l’evoluzione delle pulsioni sessuali o quella delle pulsioni di autoconservazione*. Queste ultime sono indotte gradualmente, nel loro sviluppo, a riconoscere pienamente il dominio del principio di realtà, mentre le pulsioni sessuali verrebbero ‘educate’ solo con ritardo e sempre imperfettamente. Ne risulterebbe, secondariamente, che le pulsioni sessuali rimarrebbero il campo privilegiato del principio di piacere, mentre le pulsioni di autoconservazione rappresenterebbero presto, in seno all’apparato psichico, le esigenze della realtà. In definitiva, il conflitto psichico tra l’Io e il rimosso sarebbe radicato nel dualismo pulsionale, corrispondente a sua volta al dualismo dei princìpi.

Nonostante la sua apparente semplicità, questa concezione solleva difficoltà che molte indicazioni nell’opera di Freud spesso lasciano già intravedere.

1) Per quanto riguarda le pulsioni, l’idea che le pulsioni sessuali e le pulsioni di autoconservazione evolvano secondo uno stesso schema non sembra molto soddisfacente. Non si vede bene quale sarebbe per le pulsioni di autoconservazione questa prima fase regolata dal solo principio di piacere: non sono subito orientate sull’oggetto reale soddisfacente, come Freud stesso ha sottolineato per differenziarle dalle pulsioni sessuali?. Inversamente, il legame tra la sessualità e l’attività fantasmatica è così essenziale che l’id'ea di un graduale apprendimento della realtà diventa qui molto contestabile, come è mostrato d’altronde dall’esperienza analitica.

Ci si è spesso chiesti come il bambino, potendo soddisfarsi a volontà nel modo allucinatorio, avrebbe mai motivo di cercare un oggetto reale. La concezione che fa sorgere la pulsione sessuale dalla pulsione di autoconservazione in una doppia relazione di appoggio“ e di separazione, consente di chiarire questo difficile problema. Schematicamente, le funzioni di autoconservazione mettono in gioco dei montaggi di comportamento e degli schemi percettivi che mirano immediatamente, anche se in modo maldestro, a un oggetto reale adeguato (il seno, il cibo). La pulsione sessuale sorge marginalmente nel corso del compimento di questa funzione naturale; essa diventa effettivamente autonoma solo separandosi dalla funzione e dall’oggetto, ripetendo il piacere nel modo dell’autoerotismo“ e mirando ormai alle rappresentazioni elettive che si organizzano in fantasma. Come si vede, in questa prospettiva il legame tra i due tipi di pulsioni esaminati e i due principi non appare affatto come una acquisizione secondaria: il legame è subito stretto tra autoconservazione e realtà; inversamente, il momento di emergenza della sessualità coincide con quello del fantasma e dell’appagamento allucinatorio del desiderio.

2) Si è spesso attribuita a Freud, per criticarla, l’idea che l’es-sere umano dovrebbe uscire da uno stato ipotetico in cui realizzerebbe una specie di sistema chiuso dedito al solo piacere «narcisistico» per accedere, non si sa bene per quale via, alla realtà. Tale rappresentazione è smentita da più di una formula freudiana: esiste già in origine, almeno in certi settori, specie in quello della percezione, un accesso al reale. La contraddizione proviene forse dal fatto che, nel campo d’investigazione propriamente psicoanalitico, la problematica del reale si pone in termini del tutto diversi da quelli di una psicologia che assume come oggetto l’a-nalisi del comportamento del bambino. Ciò che Freud porrebbe indebitamente come una generalità valida per l’insieme della genesi del soggetto umano, ritroverebbe il suo valore al livello, subito dereale, del desiderio inconscio. Nell’evoluzione della ses-sualità umana, nella sua strutturazione da parte del complesso di Edipo*, Freud cerca le condizioni dell’accesso al pieno amore oggettuale. Il significato di un principio di realtà capace di modificare il corso del desiderio sessuale può difficilmente essere colto senza questo riferimento alla dialettica dell’Edipo e alle identificazioni”' correlate a quest’ultimo.

 

3) Freud attribuisce una funzione importante alla nozione di esame di realtà, ma senza mai averne elaborato una teoria coerente e senza aver mostrato bene la sua relazione con il principio di realtà. Nell’uso di questa nozione, si vede ancora più chiaramente come essa possa ricoprire due direzioni di pensiero molto diverse: una teoria genetica dell’apprendimento della realtà, di un esame della pulsione in riferimento alla realtà (come se procedesse per «prove ed errori») e una teoria quasi trascendentale che tratti della costituzione dell’oggetto attraverso tutta una serie di opposizioni: interno-esterno, piacevole-spiacevole, introiezione-proiezione.

4) Quando Freud nella sua ultima topica definisce l’Io come una differenziazione dell’Es risultante dal contatto diretto con la realtà esterna, egli ne fa l’istanza a cui è conferito il compito di garantire il dominio del principio di realtà. La prestazione costruttiva dell’Io «... consiste nell’interpolare, fra la pretesa pulsionale e l’azione di soddisfacimento, l’attività di pensiero; quest’ultima, dopo essersi orientata nel presente e aver utilizzato le esperienze del passato, si sforza, procedendo per prove ed errori, di indovinare le conseguenze delle iniziative progettate. L’Io decide in questo modo se il tentativo di raggiungere il soddisfaci-mento debba essere compiuto o rinviato, oppure se la pretesa avanzata dalla pulsione debba essere repressa del tutto in quanto pericolosa». Tale formulazione rappresenta l’espressione più netta del tentativo di Freud di far dipendere dall’Io le funzioni adattative dell’individuo. Questa concezione solleva due tipi di riserve: da un lato, non è certo che l’apprendimento delle esigenze della realtà debba essere interamente attribuito a un’istanza della personalità psichica la cui genesi e la cui funzione sono talmente contrassegnate dalle identificazioni e dai conflitti; dall’altro, nel campo proprio della psicoanalisi, la nozione di realtà è stata profondamente rinnovata da scoperte fondamentali come quella del complesso edipico e dalla graduale costituzione dell’oggetto libidico. Ciò che si intende nella psicoanalisi per «accesso alla realtà» non può essere ridotto all’idea di un potere di discriminazione tra irreale e reale, né a quella di una messa alla prova delle fantasie e dei desideri inconsci al contatto di un mondo esterno che in definitiva sarebbe il solo a dettar legge.

 
 
Principio di costanza
 
Principio di nirvana