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Il concetto di Pulsione: tra il biologico e lo psichico

 
 
La Pulsione

La pulsione è definita da Freud come il processo dinamico coesistente in una spinta (carica energetica, fattore di motrici) che fa tendere l’organismo verso una meta. Secondo Freud, una pulsione ha la sua fonte in un eccitamento somatico (stato di tensione); la sua meta è di sopprimere lo stato di tensione che regna nella fonte pulsionale; la pulsione può raggiungere la sua meta nell’oggetto o grazie a esso.

 I. – Dal punto di vista terminologico, il termine «pulsione» è stato introdotto nelle traduzioni italiane di Freud come equivalente del tedesco Trieb per evitare le implicazioni di termini d’uso più antico come «istinto» e «tendenza». Questa convenzione, che non è stata sempre rispettata, è tuttavia giustificata.

1) Nella lingua tedesca, esistono due termini: Instinkt e Trieb. Il termine Trieb, di radice germanica, è d’uso molto antico e conserva sempre la sfumatura di spinta. L’accento è messo non tanto su una finalità precisa quanto su un orientamento generale e sottolinea il carattere irreprimibile della spinta anziché la fissità della meta e dell’oggetto.

Alcuni autori sembrano usare indifferentemente Instinkt e Trieb; altri sembrano operare una distinzione implicita, riservando Instinkt per designare, in zoologia per esempio, un comportamento fissato ereditariamente e presente in forma quasi identica in tutti gli individui di una stessa specie.

2) In Freud, si trovano i due termini con accezioni nettamente distinte. Quando parla di Instinkt, Freud si riferisce a un comportamento animale fissato ereditariamente, caratteristico della specie, preformato nel suo svolgimento e adattato al suo oggetto.

In italiano il termine «istinto» ha le stesse implicazioni di Instinkt in Freud e dovrebbe quindi essere riservato per tradurre quest’ultimo; se esso è utilizzato per tradurre Trieb, si viene a falsare l’uso del concetto in Freud.

Il termine pulsione, sebbene non faccia parte della lingua come Trieb in tedesco, ha tuttavia il merito di mettere in evidenza il senso di spinta.

 Il. – Sebbene il termine Trieb compaia nei testi freudiani solo nel 1905, esso trova la sua origine come nozione energetica nella distinzione operata da Freud molto presto tra due tipi di eccitazione ai quali l’organismo è sottoposto e che esso deve scaricare conformemente al principio di costanza*. Accanto alle eccitazioni esterne che il soggetto può fuggire o da cui può proteggersi, esistono fonti interne che apportano costantemente un afflusso di eccitazioni al quale l’organismo non può sfuggire e che costituisce la molla del funzionamento dell’apparato psichico.

I Tre saggi sulla teoria sessuale introducono il termine Trieb, nonché le distinzioni, che da allora in poi non cesseranno di essere utilizzate da Freud, tra fonte, oggetto, meta“.

La nozione freudiana della pulsione emerge dalla descrizione della sessualità umana. Freud, basandosi soprattutto sullo studio delle perversioni e delle modalità della sessualità infantile, demolisce la concezione detta «popolare» che attribuisce alla pulsione sessuale una meta e un oggetto specifici e la localizza nelle eccitazioni e nel funzionamento dell’apparato genitale. Egli mostra invece come l’oggetto sia variabile, contingente, e venga scelto nella sua forma definitiva solo in funzione delle vicissitudini della storia del soggetto. Egli rileva inoltre come le mete siano molteplici, parcellari, e strettamente dipendenti da fonti somatiche; anche queste sono molteplici e capaci dî assumere e di conservare per il soggetto una funzione prevalente (zona erogena), in quanto le pulsioni parziali si subordinano alla zona genitale e si integrano nel compimento del coito solo al termine di un’evoluzione complessa, che la maturazione biologica non basta a garantire.

L’ultimo elemento che Freud introduce a proposito della nozione di pulsione è quello di spinta, concepita come un fattore quantitativo economico, una «misura delle operazioni richieste» all’apparato psichico. Freud raggruppa questi quattro elementi – spinta, fonte, oggetto, meta – e dà una definizione generale della pulsione in Pulsioni e loro destini

III. – Come collocare questa forza che attacca l’organismo dall’interno e lo spinge a compiere talune azioni capaci di provocare una scarica di eccitazione? Si tratta di una forza somatica o di una energia psichica? La questione, posta da Freud, riceve risposte diverse in quanto la pulsione è definita come <<uno dei concetti che stanno al limite tra lo psichico e il corporeo». Essa è legata per Freud al concetto di «rappresentanza», con cui egli intende una specie di delegazione inviata dal somatico nello psichismo.

 IV. – Come abbiamo notato, la nozione di pulsione è analizzata in base al modello della sessualità, ma nella teoria freudiana alla pulsione sessuale sono subito opposte altre pulsioni. È noto che la teoria delle pulsioni in Freud rimane sempre dualista; il primo dualismo proposto è quello tra pulsioni sessuali‘ e pulsioni dell’Io” o di autoconservazione*; queste ultime pulsioni corrispondono per Freud ai bisogni fondamentali o alle grandi funzioni indispensabili alla conservazione dell’individuo, di cui il modello è costituito dalla fame e dalla funzione di nutrizione.

Questo dualismo è presente, secondo Freud, già alle origini della sessualità in quanto la pulsione sessuale si distacca dalle funzioni di autoconservazione su cui prima si appoggiava; egli cerca di spiegare il conflitto psichico mostrando che l’Io trova nella pulsione di autoconservazione l’essenziale dell’e-nergia necessaria alla difesa contro la sessualità.

Il dualismo pulsionale introdotto in Al di là del principio di piacere contrappone le pulsioni di vita* alle pulsioni di morte e modifica la funzione e la collocazione delle pulsioni nel conflitto.

1) Il conflitto topico (tra l’istanza difensiva e l’istanza rimossa) non corrisponde più al conflitto pulsionale, in quanto l’Es è concepito come serbatoio pulsionale includente i due tîpi di pulsioni. L’energia utilizzata dall’Io“ è presa da questo fondo comune, specie sotto forma di energia desessualizzata e sublimata.

2) I due grandi tipi di pulsioni, in quest’ultima teoria, sono postulati non tanto come motivazioni concrete del funzionamento stesso dell’organismo quanto come princìpi fondamentali che regolano in ultima analisi l’attività di esso: «Chiamiamo pulsioni le forze che supponiamo star dietro le tensioni dovute ai bisogni». Questo cambiamento di accento è particolarmente sensibile nel famoso testo: «La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia. Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro indeterminatezza».

 La nozione freudiana della pulsione – come si vede da questa esposizione sommaria – porta a una disintegrazione del concetto classico di istinto, e ciò in due direzioni opposte. Da un lato, il concetto di «pulsione parziale» sottolinea l’idea che la pulsione sessuale esiste anzitutto allo stato «polimorfo» e tende principalmente alla soppressione della tensione al livello della fonte somatica, e che essa si lega nella storia dell’individuo a rappresentanze che specificano l’oggetto e il modo di soddisfacimento: la spinta interna dapprima indeterminata subirà un destino che la marche-rà con tratti altamente individualizzati. Ma d’altro lato Freud, lungi dal postulare, come sono inclini a fare i teorici dell’istinto, dietro ogni tipo di attività una forza biologica corrispondente, fa rientrare l’insieme delle manifestazioni pulsionali in una sola grande opposizione fondamentale, che è ripresa dalla tradizione mitica: opposizione tra Fame e Amore, poi tra Amore e Discordia.

Il moto pulsionale

Freud parla anche di moto pulsionale per designare la pulsione sotto il suo aspetto dinamico, cioè in quanto si attualizza e si specifica in una determinata stimolazione interna.

 Il termine Triebregung compare per la prima volta in Pulsioni e loro destini,  ma l’idea che esso esprime è molto antica in Freud. Nel Progetto di una psicologia , per esempio, egli parla di stimoli endogeni per indicare esattamente la stessa cosa.

Fra Triebregung e Trieb (pulsione), vi è poca differenza: spesso Freud usa un termine per l’altro. Tuttavia, se è possibile trarre una distinzione dall’insieme dei testi, essa è la seguente: il moto pulsionale è la pulsione in atto, considerata nel momento in cui è messa in moto da una modificazione organica.

 Il moto pulsionale si colloca quindi, secondo Freud, allo stesso livello della pulsione; quando la pulsione è concepita come una modificazione biologica e di conseguenza, strettamente parlando, al di qua della distinzione conscio-inconscio, anche il moto pulsionale è concepito allo stesso modo: «...quando [...] parliamo di un moto pulsionale inconscio o di un moto pulsionale rimosso, si tratta solo di un’innocua negligenza espressiva. Ci riferiamo certamente a un moto pulsionale la cui rappresentanza ideativa è inconscia, poiché d’altro non può trattarsi». 

Proponiamo di tradurre Triebregung col termine «moto», che ci sembra vicino al termine Regung, sostantivo tratto dal verbo regen, «muovere», e ai suoi usi freudiani. Notiamo che «moto pulsionale» si inserisce nella serie dei termini psicologici usuali, motivo, movente, motivazione che fanno tutti intervenire la nozione di movimento.

 
 
Fonte della pulsione

Origine interna specifica di ogni determinata pulsione: o il luogo in cui appare l’eccitamento (zona erogena, organo, apparato) o il processo somatico che si attua in quella parte del corpo e tiene percepito come eccitamento.

 Il senso del termine fonte si precisa nell’opera di Freud a partire dal suo uso metaforico comune, In Tre saggi sulla teoria sessuale, Freud enumera sotto la categoria delle «fonti della sessualità infantile» dei fenomeni molto diversi, ma che in ultima analisi possono essere raggruppati in due classi: eccitamento di zone erogene mediante stimoli vari, e «fonti indirette» quali «l’eccitamento meccanico», «l’attività muscolare», «i processi affettivi», <<il lavoro intellettuale». Questa seconda classe di fonti non è all’origine di una determinata pulsione parziale, ma contribuisce ad aumentare «l’eccitamento sessuale» in senso generale.

Nella misura in cui Freud dà in questo scritto una enumerazione esaustiva dei fattori esterni e interni che provocano l’ecci-tamento sessuale, si direbbe che sia stata abbandonata l’idea che la pulsione corrisponda a una tensione di origine interna. Quest’ultima idea risale al Progetto di una psicologia: l’afflusso degli stimoli endogeni sottopone l’organismo a una tensione a cui non può sottrarsi come si sottrae fuggendo agli stimoli esterni.

In Pulsioni e loro destini Freud procede a una analisi più sistematica dei vari aspetti della pulsione parziale: fonte e spinta, meta e oggetto. Questa distinzione è valida per tutte le pulsioni, ma è applicata particolarmente alle pulsioni sessuali.

In questo testo, la fonte è intesa in un senso preciso che si ricollega alle tesi del primo scritto metapsicologico del 1895: è la fonte interna all’organismo, la «fonte organica», la «fonte somatica». Il termine fonte designa quindi talvolta l’organo stesso in cui risiede l’eccitamento. Ma in generale Freud riserva questo termine più precisamente al processo organico, fisico-chimico, che è all’origine di questo eccitamento. La fonte è quindi «quel processo somatico che si svolge in un organo o parte del corpo il cui stimolo è rappresentato nella vita psichica dalla pulsione». Questo processo somatico è inaccessibile alla psicologia e per lo più rimane sconosciuto, ma esso sarebbe specifico di ogni pulsione parziale* e determinante per la sua meta* particolare.

Freud intende assegnare a ogni pulsione una determinata fonte: oltre alle zone erogene* che sono le fonti di pulsioni ben definite, la muscolatura sarebbe la fonte della pulsione di appropriazione*, l’occhio la fonte della «pulsione di guardare».

 In questa evoluzione, la nozione di fonte si è precisata in modo univoco: la specificità delle pulsioni sessuali viene ricondotta in ultima analisi alla specificità di un processo organico. In una sistematizzazione coerente, bisognerebbe indicare anche per ogni pulsione di autoconservazione una fonte distinta. Ci si può chiedere peraltro se, fissando così la terminologia, non si sia scelta allo stesso tempo una soluzione unilaterale per il problema teorico dell’origine delle pulsioni sessuali. Nei Tre saggi, infatti, l’e-numerazione delle «fonti della sessualità infantile» convergeva verso l’idea che la pulsione sessuale sorge come <<effetto collaterale», come «prodotto secondario>>  di varie attività non sessuali: ciò vale per le fonti cosiddette «indirette», ma anche per il funzionamento delle zone erogene (a eccezione della zona genîtale) in cui la pulsione sessuale si appoggia  su una attività legata all’auto-conservazione. Il carattere comune di tutte queste <<fonti» è quindi che esse non generano la pulsione sessuale come loro prodotto naturale e specifico, così come un organo secerne il suo prodotto, ma in quanto effetto aggiuntivo di una funzione vitale. È l’insieme di questa funzione vitale (che può anch’essa comprendere una fonte, una spinta, una meta e un oggetto) che sarebbe l’origine, la «fonte» in senso lato, della pulsione sessuale.

La libido viene specificata come orale, anale, ecc. a seconda del modo di relazione che le fornisce una determinata attività vitale (amare, nella fase orale per esempio, si costituisce secondo il modo mangiare-essere mangiato).

 
 
Meta della pulsione

Attività a cui spinge la pulsione e che porta a una risoluzione della tensione interna; tale attività è sostenuta e orientata da fantasmi,

 La nozione di meta pulsionale è legata all’analisi freudiana del concetto di pulsione nei suoi diversi elementi: spinta*, fonte”, meta e oggetto.

In senso lato, si può dire che la meta pulsionale è una sola: in tutti i casi è il soddisfacimento, cioè, secondo la concezione economica di Freud, una scarica non qualitativa di energia, retta dal «principio di costanza»“. Tuttavia, anche quando parla di «meta finale»  della pulsione, Freud si riferisce a una meta specifica, legata a una pulsione determinata. Questa meta finale può a sua volta essere raggiunta grazie a mezzi, o «mete intermedie», più o meno intercambiabili; ma la nozione di una specificità della meta di ogni pulsione parziale è affermata già in Tre saggi sulla teoria sessuale: «La meta sessuale della pulsione infantile consiste nel provocare il soddisfacimento mediante stimolazione appropriata della zona erogena scelta in un modo o nell’altro». Tale nozione risale probabilmente al Progetto di una psicologia  sotto la forma dell’«azione specifica» che è l’unica capace di sopprimere la tensione interna. Essa è ribadita ancora più esplicitamente nell’edizione del 1915 dei Tre saggi: «Ciò che distingue le pulsioni l’una dall’altra e le fornisce di qualità specifiche è la relazione che esse hanno con le loro fonti somatiche e le loro mete».

Questi testi affermano allo stesso tempo l’esistenza di uno stretto legame tra la meta e la fonte, rappresentata per lo più da una zona erogena”: nella sessualità infantile la «meta sessuale è dominata da una zona erogena». Oppure: «La meta, cui mira ciascuna di queste pulsioni (quelle sessuali), è il conseguimento del ‘piacere d’organo’*». Per esempio, la meta corrispondente alla pulsione orale sarà la soddisfazione legata all’attività di suzione. Inversamente, la fonte della pulsione”, nel senso del processo organico che si produce nell’organo erogeno, può essere conosciuta solo attraverso la meta pulsionale: «...benché la sua provenienza dalla fonte somatica la condizioni certamente in modo decisivo, la pulsione non ci è nota nella vita psichica che attraverso le sue mete. [...] Talvolta ci è data la possibilità di risalire dalle mete della pulsione alle sue fonti». 

La fonte sarebbe quindi la ratio essendo della meta, che a sua volta sarebbe la ratio cognoscendi della fonte. Come conciliare questa rigorosa determinazione recîproca con l’esistenza di quelle «deviazioni riguardo alla meta sessuale» che costituiscono l’ar-gomento di tutto un capitolo dei Tre saggi? L’intenzione di Freud in questo testo è di mostrare – contro l’opinione comune – che la sessualità include un campo molto più vasto dell’atto sessuale adulto considerato come normale, cioè limitato a una sola fonte, l’apparato genitale, e a una sola meta, «l’unione sessuale o perlomeno quelle azioni che ad essa conducono». Le «deviazioni» da lui indicate non sono modificazioni della meta di una stessa pulsione parziale, ma le diverse varietà possibili di mete sessuali. Esse sono o mete legate a fonti, a zone erogene, diverse dalla zona genitale (baciare, per esempio, legato alla zona orale), o modificazioni dell’atto sessuale che riguardano uno spostamento dell’oggetto (Freud, per esempio, descrive il feticismo tra le «deviazioni della meta», ma riconosce che in realtà si tratta essenzialmente di una «deviazione» concernente l’oggetto).

In Pulsioni e loro destini, il punto di vista è molto diverso. Non si tratta di fare l’inventario delle varianti della meta sessuale in generale, bensì di mostrare come la meta di una pulsione parziale determinata possa mutare. In questa prospettiva, Freud è indotto a stabilire una distinzione tra le pulsioni autocratiche e le pulsioni dirette immediatamente verso l’oggetto (sadismo e «pulsione di guardare»). Per le prime, «...la funzione della fonte organica è così preminente che, secondo un’attendibile ipotesi di Federn e di Jekels, la forma e la funzione dell’organo determinerebbero l’attività o la passività della meta pulsionale». È soltanto per le seconde che esiste quella modificazione della meta che è la trasformazione nel contrario (trasformazione del sadismo in masochismo e del voyeurismo in esibizionismo); ma va notato che questo cambiamento di meta è, di nuovo, strettamente legato a un cambiamento di oggetto: il «vol-gersi di una pulsione sulla persona stessa del soggetto».

Nella sublimazione“, la modificazione della pulsione consiste essenzialmente in un cambiamento di meta. Ma questo cambiamento è condizionato anche in questo caso da una modificazione negli altri elementi della pulsione: cambiamento dell’oggetto, sostituzione di una pulsione con un’altra (sostituzione con una pulsione di autoconservazione su cui «si appoggiava» la pulsione sessuale). 

Se ci si attiene alle categorie proposte esplicitamente dalla concezione freudiana, si vede che la nozione di meta è come smembrata tra le due nozioni di fonte e di oggetto della pulsione. Se la si definisce in base al suo stretto legame con la fonte organica, la meta pulsionale è allora specificata in modo molto preciso, ma piuttosto povero: è la suzione per la bocca, la visione per l’occhio, la ‘presa’ per la muscolatura, ecc. Se si considera, come suggerisce l’evoluzione della teoria psicoanalitica, ogni tipo di attività sessuale nel suo rapporto col tipo di oggetto perseguito, allora la nozione di meta pulsionale perde d’importanza rispetto a quella di «relazione oggettuale»~. 

Si possono forse chiarire le difficoltà in cui s’imbatte il problema della meta pulsionale in Freud, se si considera ciò che vi è di equivoco nella sua stessa nozione di pulsione. È infatti sotto questa categoria che egli sussume sia la pulsione sessuale che la pulsione di autoconservazione, mentre tutta la sua teoria della sessualità mostra ciò che le differenzia profondamente nel loro funzionamento e, precisamente, nella loro meta, ovvero in ciò che conduce al loro soddisfacimento.

La meta di una pulsione di autoconservazione non può essere intesa che come un’azione specifica* che pone termine a uno stato di tensione provocato dal bisogno, localizzabile in un certo apparato somatico ed eliminabile solo con un’azione efficace (apporto di nutrimento, per esempio). La meta della pulsione sessuale è invece molto più difficile da determinare. Essa infatti – dato che si confonde dapprima, nell’appoggio, con la funzione di autoconservazione, ed emerge poi distaccandosi da essa – trova il suo soddisfacimento in una attivîtà che è a un tempo contrassegnata dalla funzione vitale che le serviva da supporto e sfasata, profondamente deviata, rispetto a essa. È in questo sfasamento che viene a inserirsi una attività fantasmatica, che può comprendere elementi rappresentativi spesso molto distanti dal prototipo corporeo.

 
 
Oggetto della pulsione

Il termine "oggetto"  è utilizzato in psicoanalisi con diverse accezioni. In quanto correlato della pulsione esso è ciò in cui e con cui essa cerca di raggiungere la sua meta, cioè un certo tipo di soddisfa-cimento. Può trattarsi di una persona o di un oggetto parziale, di un oggetto reale o di un oggetto fantasmatico.

Negli scritti psicoanalitici si incontra il termine «oggetto» sia da solo sia in numerose espressioni come scelta oggettuale, amore oggettuale, perdita dell’oggetto, relazione oggettuale*, ecc, che possono sviare il lettore non specialista. Oggetto è inteso nel senso affettivo che ha in certi contesti nella lingua letteraria («oggetto della mia fiamma, del mio risentimento, oggetto amato»). Esso non deve evocare la nozione di «cosa», di oggetto inanimato e manipolabile, che si oppone comunemente alle nozioni di essere animato o di persona.

  Questi diversi usi del termine nella psicoanalisi hanno la loro origine nella concezione freudiana della pulsione. Analizzando la nozione di pulsione, Freud distingue l’oggetto e la meta-: «Introduciamo due termini: chiamiamo la persona dalla quale parte l’at trazione sessuale, oggetto sessuale, l’azione verso la quale la pulsione spinge, meta sessuale». Egli conserva questa opposizione nell’intera sua opera e la ribadisce in particolare nella definizione più completa che egli ha dato della pulsione: «Oggetto della pulsione è ciò in relazione a cui, o mediante cui, la pulsione può raggiungere la sua meta»; allo stesso tempo, l’oggetto è definito come mezzo contingente del soddisfacimento: «E l’ele-mento più variabile della pulsione, non è originariamente collegato ad essa, ma le è assegnato soltanto in forza della sua pro-prietà di rendere possibile il soddisfacimento». Questa tesi fondamentale e costante di Freud, la contingenza dell’oggetto, non significa che qualsiasi oggetto possa soddisfare la pulsione, bensì che l’oggetto della pulsione, spesso contrassegnato da tratti individuali, è determinato dalla storia – soprattutto infantile – di ciascuno. L’oggetto rappresenta, nella pulsione, ciò che è meno legato intrinsecamente ad essa.

Tale concezione non ha mancato di sollevare obiezioni. Si possono riassumere i termini del problema utilizzando la distinzione proposta da Fairbairn: la libido è alla ricerca del piacere  o dell’oggetto? Per Freud, non vi è dubbio che la libido, anche se subisce molto presto l’impronta di questo o quell’oggetto, in origine è completamente orientata verso il soddisfacimento, la risoluzione della tensione per le vie più brevi secondo le modalità appropriate all’attività di ciascuna zona erogena. Tuttavia l’idea, sottolineata dalla nozione di relazione oggettuale, che esiste uno stretto rapporto tra la natura e i «destini» della meta e dell’og-getto, non è estranea al pensiero di Freud.

 Inoltre, la concezione freudiana dell’oggetto della pulsione si è formata nei Tre saggi sulla teoria sessuale  a partire dall’analisi delle pulsioni sessuali. Come stanno le cose per l’oggetto delle altre pulsioni e in particolare, nel quadro del primo dualismo freudiano, per quello delle pulsioni di autoconservazione*? Per quanto riguarda queste ultime, l’oggetto (per esempio il cibo) è nettamente più specificato dalle esigenze dei bisogni vitali.

La distinzione tra pulsioni sessuali e pulsioni di autoconservazione non deve tuttavia portare a una opposizione troppo rigida per quanto riguarda lo status dei loro oggetti: contingente in un caso, rigorosamente determinato e specificato biologicamente nell’altro. Freud ha infatti mostrato che le pulsioni sessuali funzionano «appoggiandosi>> sulle pulsioni di autoconservazione, il che significa in particolare che queste indicano alle prime la via dell’oggetto.

Il ricorso a questa nozione di appoggio consente di districare il complesso problema dell’oggetto della pulsione. Se ci si riferisce, a titolo di esempio, alla fase orale, l’oggetto – nel linguaggio della pulsione di autoconservazione – è ciò che nutre; in quello della pulsione orale, è ciò che viene incorporato, con tutta la dimensione fantasmatica inerente all’incorporazione. L’analisi dei fantasmi orali mostra che questa attività di incorporazione può riguardare oggetti del tutto diversi dagli oggetti alimentari, e definisce allora la relazione oggettuale orale.

 
 
Spinta della pulsione

Si intende quel fattore quantitativo variabile di cui è dotata ogni pulsione e che spiega in ultima analisi l’azione avviata per ottenere il soddisfacimento; anche quando il soddisfacimento è passivo (essere guardato, essere picchiato), la pulsione è attiva in quanto esercita una «spinta». 

Nell’analisi del concetto di pulsione che si trova all’inizio di Pulsioni e loro destini  Freud definisce, accanto alla fonte, all’oggetto e alla meta, la spînta della pulsione nel modo seguente: «Per spinta di una pulsione s’intende l’elemento motorio di questa, la somma di forze o la misura delle operazioni richieste che essa rappresenta. [...] Ogni pulsione è un frammento di attività; quando nel linguaggio corrente si parla di pulsioni passive, ciò non può significare altro che pulsioni aventi una meta passiva».

Due caratteri della pulsione sono sottolineati in questo testo:

1) Il fattore quantitativo, su cui Freud ha sempre insistito e in cui egli vede un elemento determinante del conflitto patologico.

2) Il carattere attivo di ogni pulsione. Su questo punto Freud si oppone a Adler, che fa dell’attività l’appannaggio di una pulsione distinta, la pulsione di aggressione: «Mi sembra che Adler abbia a torto eretto a pulsione speciale quello che è un carattere generale e indispensabile di tutte le pulsioni, ossia proprio ciò che vi è in loro di ‘impulsivo’, urgente, quella che potremmo definire la loro capacità di dar avvio alla motilità».

L’idea che le pulsioni siano definite essenzialmente dalla spinta che esse esercitano risale alle origini del pensiero teorico freudiano, sotto l’influenza delle concezioni di Helmholtz. Il Progetto di una psicologia  comincia con una distinzione fondamentale tra gli stimoli esterni a cui l’orga-nismo può sfuggire con la fuga e gli stimoli endogeni provenienti dagli elementi somatici: «L’organismo non può sfuggirli [...]. Esso (il sistema nervoso) deve imparare a mantenere una scorta di  quantità dell’energia interneuronica sufficiente a soddisfare le esigenze di un’azione specifica». È l’urgenza vitale che spinge l’organismo all’azione specifica“, che è la sola capace di risolvere la tensione.

 
 
I tipi di pulsioni

Freud ha sempre mostrato un atteggiamento critico nei confronti di ogni teoria degli istinti o delle pulsioni che porti a stabilirne un catalogo: tante pulsioni quanti sono i tipi noti di attività. Egli distingue soltanto due grandi tipi di pulsioni: le pulsioni sessuali e le pulsioni di autoconservazione dette anche pulsioni dell'Io o, in una seconda fase del suo pensiero, le pulsioni di vita e le pulsioni di morte.