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Rimozione, censura e resistenza

 
 
Rimozione

A) Nel senso proprio: operazione con cui il soggetto cerca di respingere o di mantenere nell’inconscio rappresentazioni (pensieri, immagini, ricordi) legate a una pulsione. La rimozione si attua nei casi in cui il soddisfacimento di una pulsione – atta di per sé a procurare piacere – rischierebbe di provocare del dispiacere rispetto ad altre esigenze.

La rimozione è particolarmente manifesta nell’isteria, ma svolge un ruolo importante anche nelle altre affezioni mentali, come pure nella psicologia normale. Essa può essere considerata come un processo psichico universale in quanto sarebbe all’origine della costituzione dell’inconscio come campo separato dal resto dello psichismo.

B) In un senso più vago: il termine rimozione è talora assunto da Freud in una accezione che lo avvicina a quello di «difesa»*: da un lato in quanto l’operazione della rimozione intesa nel senso A si incontra almeno come una fase in numerosi processi difensivi complessi (la parte è allora presa per il tutto), dall’altro in quanto il modello teorico della rimozione è utilizzato da Freud come prototipo di altre operazioni difensive.

 

La distinzione tra i sensi A e B è necessaria se si tiene conto di quanto afferma Freud in Inibizione, sintomo e angoscia  in merito alla propria utilizzazione dei termini rimozione e difesa: «Adesso sono del parere che ritornare al vecchio concetto di difesa presenti un sicuro vantaggio a patto che si stabilisca che esso dev’essere la designazione generale per tutte le tecniche di cui l’Io si avvale nei suoi conflitti che possono eventualmente sfociare nella nevrosi; mentre ‘rimozione’ rimane il nome di uno speciale fra questi metodi di difesa, che abbiamo conosciuto in un primo tempo meglio degli altri in conseguenza della direzione presa dalle nostre ricerche».

In realtà l’evoluzione delle concezioni di Freud sul problema del rapporto tra rimozione e difesa non corrisponde esattamente a ciò che egli dice nel testo citato. A proposito di tale evoluzione, si possono fare le seguenti osservazioni:

1) Nei testi anteriori a L’interpretazione dei sogni  si trovano usati con pari frequenza i termini rimozione e difesa. Ma solo in rari casi essi sono utilizzati da Freud come se fossero puramente e semplicemente equivalenti, e sarebbe erroneo considerare – sulla base della testimonianza successiva di Freud – che il solo modo di difesa allora noto fosse la rimozione, modo di difesa specifico dell’isteria, come se il genere coincidesse con la specie. Infatti, Freud specifica in questa epoca le diverse psiconevrosi in base a modi di difesa nettamente diversi tra cui egli non fa rientrare la rimozione; per esempio, nei testi sulle neuropsicosi da difesa (1894-1896), il meccanismo di difesa dell’isteria è la conversione-, quello della nevrosi ossessiva la trasposizione o lo spostamento dell’affetto, mentre nella psicosi Freud considera meccanismi quali la reiezione della rappresentazione e dell’affetto o la proiezione. Inoltre, il termine rimozione è usato per designare la sorte delle rappresentazioni tagliate fuori dalla coscienza, che costituiscono il nucleo di un gruppo psichico separato, processo che si ritrova sia nella nevrosi ossessiva che nell’isteria.

Anche se i due concetti di difesa e di rimozione trascendono il quadro di una affezione psicopatologica particolare, è chiaro che esse non sono orientate nello stesso senso: come scrive Freud nella Afinuta K, difesa è senz’altro un concetto generico, indicante una tendenza generale «... connessa coi più fondamentali attributi del meccanismo psichico (la legge della costanza)», che può assumere forme sia normali che patologiche e che, in queste ultime, si specifica in meccanismi complessi in cui l’affetto e la rappresentazione hanno destini diversi. Se la rimozione è anch’essa presente universalmente nelle varie affezioni e non specifica, in quanto meccanismo di difesa particolare, l’isteria, ciò è dovuto al fatto che le diverse psiconevrosi implicano tutte un inconscio* separato che è istituito appunto dalla rimozione.

2) Dopo il 1900, il termine «difesa» tende ad essere utilizzato meno frequentemente da Freud, ma è lungi dallo scomparire come egli stesso ha sostenuto («‘rimozione’, come io cominciai a dire in luogo di ‘difesa’»)  e conserva lo stesso significato generico. Freud parla di «meccanismi di difesa», di «lotta difensiva», ecc.

Quanto al termine rimozione, esso non perde mai la sua specificità per confondersi in modo puro e semplice con un concetto generale che designi l’insieme delle tecniche difensive utilizzate per affrontare il conflitto psichico. Va notato, per esempio, che Freud, quando tratta delle difese secondarie (difese contro il sintomo stesso) non le chiama mai «rimozioni» secondarie. Fondamentalmente, nel testo del 1915 a essa dedicato, la nozione di rimozione conserva l’accezione definita più sopra: «... la sua essenza consiste semplicemente nell’espellere e nel tener lontano qualcosa dalla coscienza». In questo senso la rimozione è talora considerata da Freud come «un meccanismo di difesa» particolare o piuttosto come un destino pulsionale suscettibile di essere utilizzato come difesa. Essa svolge un ruolo prevalente nell’iste-ria, mentre nella nevrosi ossessiva è inserita in un processo difensivo più complesso. Non si deve quindi trarre argomento, come fanno gli editori della Standard Edition, dal fatto che la rimozione è descritta in varie nevrosi per inferirne che «rimozione» equivale ormai a «difesa»: essa è ritrovata in ogni affezione come una delle fisi dell’operazione difensiva, e ciò nella sua accezione ben precisa di rimozione nell’inconscio.

Rimane che il meccanismo della rimozione studiato da Freud nelle sue varie fasi costituisce per lui una specie di prototipo per altre operazioni difensive; per esempio nel Caso clinico del presidente Schreber , mentre cerca di esplicitare un meccanismo di difesa specifico della psicosi, fa riferimento alle tre fasi della rimozione di cui egli formula nella stessa occasione la teoria. Probabilmente è in questo testo che si è più vicini alla confusione tra rimozione e difesa, confusione che non è allora soltanto terminologica, ma conduce a difficoltà di fondo.

3) Va notato, infine, che dopo aver sussunto la rimozione sotto la categoria dei meccanismi di difesa, Freud, commentando il libro di Anna Freud, scrive: «Sul fatto che la rimozione non sia l’unico procedimento di cui l’Io può avvalersi per attuare i suoi propositi non vi fu mai dubbio. Va detto però che essa è qualcosa di assolutamente particolare, che si differenzia più nettamente dagli altri meccanismi di quanto questi si differenzino tra loro» 

«La teoria della rimozione è dunque il pilastro su cui poggia l’edificio della psicoanalisi». Il termine rimozione si trova già in Herbart , e alcuni autori hanno supposto che Freud conoscesse, per il tramite di Meynert, la psicologia di Herbart .

 Ma la rimozione si è imposta come fatto clinico già nei primi trattamenti degli isterici. Nella Comunicazione preliminare (1892) degli Studi sull’isteria, Freud costata che i pazienti non hanno a loro disposizione certi ricordi che pure hanno ancora tutta la loro vivacità quando sono ritrovati: «... si trattava di cose che il malato voleva dimenticare, e che perciò intenzionalmente rimuoveva dal suo pensiero cosciente, inibendole e reprimendole».

Come si vede, la nozione di rimozione, colta qui alla sua origine, appare subito come correlata a quella di inconscio (il termine «rimosso» sarà a lungo per Freud, fino alla formulazione dell’idea di difese inconsce dell’Io, sinonimo di inconscio). Quanto al termine «intenzionalmente», Freud già in quest’epoca non l’impiega senza riserve: la scissione della coscienza è solo introdotta da un atto intenzionale. I contenuti rimossi, infatti, sfuggono alla presa del soggetto e sono regolati, come «gruppo psichico separato», da leggi proprie (processo primario*). Una rappresentazione rimossa costituisce essa stessa un primo «nucleo e centro di cristallizzazione» capace di attrarre altre rappresentazioni intollerabili senza che debba intervenire un’intenzione conscia. Da questo punto di vista, l’operazione della rimozione è anch’essa caratterizzata dal processo primario, che la specifica anche come difesa patologica rispetto a una difesa normale, del tipo dell’evitamento per esempio. Infine, la rimozione è senz’altro descritta come un’operazione dinamica, che implica il mantenimento di un controinvestimento e può sempre essere bloccata dalla forza del desiderio inconscio che cerca di ritornare nella coscienza e nella motilità.

Negli anni 1911-15, Freud ha cercato di formulare una teoria articolata del processo della rimozione distinguendovi diverse fasi. Va notato a questo proposito che non si tratta in realtà della sua prima elaborazione teorica, Secondo noi, infatti, la sua teoria della seduzione* va considerata come un primo tentativo sistematico per spiegare la rimozione, tentativo tanto più interessante in quanto non isola la descrizione del meccanismo dall’oggetto elettivo su cui esso opera, cioè la sessualità.

Nel suo articolo La rimozione, Freud distingue una rimozione in senso lato (comprendente tre fasi) e una rimozione in senso stretto, che non è altro che la seconda fase della precedente. La prima fase sarebbe una «rimozione originaria»"‘, essa non riguarda la pulsione in quanto tale, ma i suoi segni, le sue «rappresentanze», che non accedono alla coscienza e alle quali la pulsione rimane fissata. Viene cosi creato un primo nucleo inconscio funzionante come polo d’attrazione nei confronti degli elementi da rimuovere.

La «rimozione propriamente detta» o «post-rimozione» è quindi un processo duplice, che unisce a questa attrazione una repulsione da parte di una istanza superiore.

La terza fase, infine, è costituita dal «ritorno del rimosso» sotto forma di sintomi, sogni, atti mancati, ecc..

Su cosa agisce la rimozione? Occorre sottolineare che essa non agisce né sulla pulsione, che, in quanto è organica, sfugge all’alternativa conscio-inconscio, né sull’affetto. Quest’ultimo può subire diverse trasformazioni corrispondentemente alla rimozione, ma non può diventare inconscio stricto sensu. Solo le «rappresentanze ideative» (idea, immagine, ecc.) della pulsione sono rimosse. Questi elementi ideativi sono legati al rimosso primario, sia che provengano da esso, sia che entrino con lui in connessione fortuita. La rimozione riserva a ciascuno di essi una sorte distinta del tutto individuale, secondo il suo grado di deformazione, la sua distanza dal nucleo inconscio e il suo valore affettivo.

 

L’operazione della rimozione può essere considerata in riferimento ai tre punti di vista della metapsicologia:

a) Dal punto di vista topico: sebbene la rimozione sia descritta nella prima teoria dell’apparato psichico come mantenimento fuori della coscienza, non per questo Freud assimila l’istanza rimovente alla coscienza. È la censura’ che ne fornisce il modello.

Nella seconda topica, la rimozione è considerata un’operazione difensiva dell’Io (parzialmente inconscio).

b) Dal punto di vista economico, la rimozione suppone un gioco complesso di disinvestimenti, reinvestimenti e controinvestimenti riguardanti le rappresentanze della pulsione.

c) Dal punto di vista dinamico, il problema principale è quello dei motivi della rimozione: come avviene che una pulsione il cui soddisfacimento genera per definizione piacere possa suscitare un dispiacere tale da provocare l’operazione della rimozione?

 
 
Rimozione primaria

Processo ipotetico descritto da Freud come prima fase dell’ope-razione della rimozione. Esso ha come effetto la formazione di un certo numero di rappresentazioni inconsce o «rimosso originario». I nuclei inconsci così costituiti collaborano poi nella rimozione propriamente detta mediante l’attrazione che essi esercitano sui contenuti da rimuovere, unitamente alla repulsione proveniente dalle istanze superiori.

 Il concetto di rimozione originaria, per quanto oscuro, costituisce un elemento fondamentale della teoria freudiana della rimozione e lo si incontra lungo tutta l’opera di Freud, a partire dal Caso clinico.del presidente Schreber. La rimozione originaria è postulata soprattutto a partire dai suoi effetti: una rappresentazione può essere rimossa – secondo Freud – solo se subisce, oltre a una azione proveniente da un’istanza superiore, una attrazione da parte dei contenuti che sono già inconsci. Ma ciò presuppone che esistano formazioni inconsce che non sono state a loro volta attratte da altre formazioni: in ciò consiste il ruolo della «rimozione originaria», che si distingue così dalla rimozione propriamente detta o post-rimozione. Sulla natura della rimozione originaria, Freud dichiara ancora nel 1926 che le nostre conoscenze sono molto limitate. Pare tuttavia che si possano mettere in evidenza alcuni punti nelle ipotesi freudiane.

1) Esistono strette relazioni tra la rimozione originaria e la fissazione”'. Nel Caso clinico del presidente Schreber, la prima fase della rimozione è descritta già come fissazione. In questo testo la fissazione è concepita come «inibizione dello sviluppo», ma altrove il termine ha un senso meno strettamente genetico e designa non solo la fissazione a uno stadio libidico, ma anche la fissazione della pulsione a una rappresentazione e la «trascrizione» di questa rappresentazione nell’inconscio: «Abbiamo dunque motivo di supporre l’esistenza di una rimozione originaria, e cioè di una prima fase della rimozione che consiste nel fatto che alla ‘rappresentanza’ psichica (ideativa) di una pulsione viene interdetto l’accesso alla coscienza. Con ciò si produce una fissazione: la rappresentanza in questione continua da allora in poi a sussistere immutata, e la pulsione rimane ad essa legata»

 

2) Se la rimozione originaria è all’origine delle prime formazioni inconsce, il suo meccanismo non può essere spiegato con un investimento”' da parte dell’inconscio; esso non procede neppure da un disinvestimento del sistema preconscio-conscio, ma unicamente da un controinvestimento‘. È il controinvestimento che «... rappresenta il permanente dispendio (di energia) di una rimozione originaria, garantendone però anche la permanenza. Il controinvestimento è il solo e unico meccanismo che interviene nel caso della rimozione originaria, mentre nel caso della rimozione propriamente detta (post-rimozione) si aggiunge la sottrazione dell’investimento prec».

3) Il punto oscuro è la natura di questo controinvestimento. Per Freud, è poco probabile che esso provenga dal Super-io, la cui formazione è successiva alla rimozione originaria. Probabilmente bisognerebbe cercarne l’origine in esperienze arcaiche molto forti. «E del tutto plausibile che a determinare le rimozioni originarie siano fattori quantitativi come l’eccessiva intensità degli eccitamenti e la rottura dello scudo che protegge dagli stimoli».

 
 
Censura

Funzione che tende a proibire ai desideri inconsci e alle formazioni che ne deriuano l’accesso al sistema preconscio-conscio.

      Il termine censura si incontra principalmente nei testi freudiani che si riferiscono alla «prima topica». Freud l’usa per la prima volta in una lettera a Fliess del 22 dicembre 1897 per rendere conto del carattere apparentemente assurdo di certi deliri: «Hai mai visto un giornale estero dopo che è passato per la censura russa alla frontiera? Parole, interi periodi e frasi, tutti cancellati in nero in modo da rendere incomprensibile tutto il resto». La nozione di censura è sviluppata in L’interpretazione dei sogni , in cui essa è postulata per spiegare diversi meccanismi di deformazione”  del sogno.

Secondo Freud, la censura è una funzione permanente: essa costituisce uno sbarramento selettivo tra il sistema inconscio ' e quello preconscio* ed è quindi all’origine della rimozione*. Si individuano più chiaramente i suoi effetti quando essa si allenta parzialmente, come nel sogno: lo stato di sonno impedisce ai contenuti dell’inconscio di aprirsi una via fino alla motilità, ma la censura continua a funzionare in modo attenuato poiché tali contenuti rischiano di opporsi al desiderio di dormire.

Freud non ritiene che la censura agisca soltanto tra i sistemi inconscio e preconscio ma anche tra preconscio e conscio: «... sarà opportuno [...] adottare l’ipotesi che ad ogni transizione da un sistema a quello immediatamente superiore, e cioè ad ogni passo avanti verso un più alto livello di organizzazione psichica, corrisponda una nuova censura». In realtà, nota Freud, si dovrebbe pensare, anziché a due censure, a una sola che «si sia spostata di un passo innanzi».

Nel quadro della sua seconda teoria dell’apparato psichico, Freud è indotto a includere la funzione censoria nel campo più vasto della difesa', e a chiedersi a quale istanza essa vada attribuita.

È stato spesso notato che la nozione di censura prefigura quella di Super-io"; il carattere ‘antropomorfico’ di quest’ultimo è già manifesto in alcune descrizioni che Freud dà della censura: tra l’«anticamera» in cui si accalcano i desideri inconsci e il «salotto» in cui dimora la coscienza, vigila un guardiano più o meno attento e perspicace: il censore. Quando si delinea la nozione di Super-io, Freud la pone in rapporto con ciò che ha precedentemente descritto come censura: «L’istanza autosservatrice ci è nota come il censore dell’Io, la coscienza morale; è la stessa che nottetempo esercita la censura onirica, dalla quale hanno origine le rimozioni contro impulsi di desideri inammissibili».

Nelle opere successive di Freud, sebbene il problema non sia posto esplicitamente, le funzioni della censura, in particolare la deformazione del sogno, sono attribuite all’Io.

Va notato che in ogni uso di questo termine è sempre presente la sua accezione letterale, ossia l’idea di una soppressione, rivelata da ‘vuoti’ o da modificazioni, di passi di un testo considerati inaccettabili.

 
 
Repressione

A) In senso lato: operazione psichica che tende a far scomparire dalla coscienza un contenuto spiacevole o inopportuno: idea, affetto, ecc. In questo senso, la rimozione sarebbe una particolare forma di repressione.

B) In senso più ristretto, designa alcune operazioni del senso A diverse dalla rimozione:

a) per il carattere conscio dell’operazione e per il fatto che il contenuto represso diventa semplicemente preconscio e non inconscio;

b) oppure, nel caso della repressione di un affetto, perché quest’ultimo non viene trasposto nell’inconscio, ma viene inibito o addirittura soppresso.

C) In alcuni testi tradotti dall’inglese, equivalente erroneo di Verdrangung (rimozione).

 

Il termine repressione è usato spesso nella psicoanalisi, ma il suo uso non è ben codificato.

Anzitutto, va escluso da un uso corrente il senso C. I traduttori inglesi di Freud rendono in generale Verdrangung con repression, utilizzando all’occorrenza per Unterdrkckung il termine suppression. Ma il calco sull’inglese repression non è giustificato, giacché il termine «rimozione» è consacrato e soddîsfacente, mentre il termine «repressione» possiede già un uso corrente che corrisponde bene al tedesco Unterdruckung. Sarebbe anche opportuno, nelle traduzioni di testi inglesi, rendere repression con «rimozione».

Il senso A si incontra talora in Freud, per esempio in Tre saggi sulla teoria sessuale, ma in generale non è d’uso corrente, Va notato che questo senso non ricopre l’insieme dei «meccanismi di difesa», giacché alcuni di essi non implicano l’esclusione di un contenuto dal campo della coscienza (per esempio, l’annullamento retroattivo”).

Il senso più frequente, presente già in L’interpretazione dei sogni, è il senso B, specie il senso B a). In questo senso la repressione si oppone, soprattutto dal punto di vista topico, alla rimozione, nella quale l’istanza rimovente (l’Io), l’operazione e il suo risultato sono inconsci. La repressione sarebbe invece un meccanismo conscio che opera al livello della «seconda censura» che Freud colloca tra il conscio e il preconscio; si tratterebbe di una esclusione dal campo della coscienza attuale e non del passaggio da un sistema (preconscio-conscio) a un altro (inconscio). Dal punto di vista dinamico, le motivazioni morali svolgono nella repressione un ruolo predominante.

La repressione va inoltre distinta dalla condanna*, che può motivare un rigetto fuori della coscienza, ma non lo implica necessariamente.

Notiamo infine che il senso B b) s’incontra soprattutto nella teoria freudiana della rimozione per designare la sorte dell’affet-to. Infatti, per Freud, solo la rappresentanza ideativa” della pulsione è, propriamente parlando, rimossa, mentre l’affetto non può diventare inconscio: esso è trasformato in un altro affetto oppure è represso, oppure non gli corrisponde nel sistema inconscio che «... una potenzialità, uno spunto che non ha potuto dispiegarsi».

 
 
Resistenza

Nel corso della cura psicoanalitica, si dà il nome di resistenza a tutto ciò che, negli atti e nei discorsi dell’analizzato, si oppone all’accesso di questi al proprio inconscio. Per estensione, Freud ha parlato di resistenza alla psicoanalisi per designare un atteggiamento di opposizione alle sue scoperte in quanto svelano i desideri inconsci e infliggono all’uomo una «umiliazione psicologica».

 Il concetto di resistenza è stato introdotto presto da Freud; e si può dire che esso ha esercitato un ruolo decisivo nell’avvento della psicoanalisi. Freud, infatti, ha rinunciato all’ipnosi e alla suggestione essenzialmente perché la resistenza massiccia che a essa opponevano certi pazienti gli sembrava da un lato legittima, e d’altro impossibile da superare e da interpretare. Ciò è reso invece possibile dal metodo psicoanalitico, il quale permette di esplicitare gradualmente le resistenze, che si esprimono soprattutto nei vari modi in cui il paziente viola la regola fondamentale. Negli Studi sull’isteria si trova una prima enumerazione di vari fenomeni clinici, evidenti o discreti, di resistenza.

La resistenza è stata scoperta in quanto ostacolo alla elucidazione dei sintomi e al progresso della cura. «La resistenza [...] costituisce, in ultima analisi, il maggiore ostacolo per il lavoro (terapeutico)». Freud cercherà dapprima di superare questo ostacolo con l’insistenza – forza di senso contrario alla resistenza – e con la persuasione, prima di riconoscere in questo stesso ostacolo un mezzo di accesso al rimosso e al segreto della nevrosi; infatti nella resistenza e nella rimozione agiscono le stesse forze. In questo senso, come insiste Freud nei suoi scritti tecnici, tutto il progresso della tecnica analitica è consistito in una valutazione più corretta della resistenza, cioè del fatto che non bastava comunicare ai pazienti il senso dei loro sintomi perché , fosse eliminata la rimozione. È noto che Freud non ha cessato di considerare l’interpretazione della resistenza e del transfert come i caratteri specifici della sua tecnica. Anzi, il transfert va considerato parzialmente come una resistenza, in quanto sostituisce la ripetizione «agita» alla rievocazione parlata; occorre aggiungere tuttavia che la resistenza lo utilizza, ma non ne è all’origine.

Sulla spiegazione del fenomeno della resistenza, le idee di Freud sono più difficili da determinare. Negli Studi sull’isteria, egli formula la seguente ipotesî: si possono considerare i ricordi come raggruppati, secondo il loro grado di resistenza, su strati concentrici intorno a un nucleo centrale patogeno; nel corso del trattamento, a ogni passaggio da uno strato a un altro più vicino al nucleo aumenterà in pari misura la resistenza. Già in quest’epoca, Freud fa della resistenza una manifestazione, propria del trattamento e della rievocazione da esso imposta, della stessa forza esercitata dall’Io contro le rappresentazioni penose. Pare tuttavia che egli veda l’origine ultima della resistenza in una repulsione proveniente dal rimosso in quanto tale, nella sua difficoltà a diventar cosciente e soprattutto a essere pienamente accettato dal soggetto. Troviamo quindi in questa concezione due elementi esplicativi: la resistenza è regolata dalla sua distanza rispetto al rimosso; inoltre, essa corrisponde a una funzione difensiva. Gli scritti tecnici mantengono questa ambiguità.

Tuttavia, con la seconda topica, l’accento è posto sull’aspetto difensivo e tale difesa, come è sottolineato in vari testi, è attribuita all’Io. «L’inconscio, e cioè il ‘rimosso’, non oppone alcuna resistenza agli sforzi della cura; il suo unico scopo è anzi quello di vincere la pressione cui è soggetto e riuscire o a farsi largo nella coscienza o a scaricarsi nell’azione reale. La resistenza che si manifesta durante la cura proviene da quegli stessi strati e sistemi superiori della vita psichica che originariamente hanno attuato la rimozione». Questo ruolo prevalente della difesa dell’Io, Freud lo manterrà fino a uno dei suoi ultimi scritti: «... i meccanismi di difesa contro i pericoli del passato ritornano nella cura sotto forma di resistenze contro la guarigione. Ciò significa che la guarigione stessa è trattata dall’Io alla stregua di un nuovo pericolo». L’analisi delle resistenze non viene distinta, in questa prospettiva, dall’analisi delle difese permanenti dell’Io che affiorano nella situazione analitica (Anna Freud).

Rimane che Freud afferma esplicitamente che la resistenza evidente dell’Io non basta a spiegare le difficoltà incontrate nel progresso e nel completamento del lavoro analitico; l’analista, nella sua esperienza, incontra resistenze che non può attribuire ad alterazioni dell’Io".

Alla fine di Inibizione, sintomo e angoscia, Freud distingue cinque forme di resistenza; tre sono attribuite all’Io: la rimozione, la resistenza di traslazione e il tornaconto secondario della malattia «che si fonda sull’inclu-sione del sintomo nell’Io». A queste vanno aggiunte la resistenza dell’inconscio o dell’Es e quella del Super-io. La prima rende tecnicamente necessaria la rielaborazione terapeutica*: è «... la forza della coazione a ripetere, cioè l’attrazione dei modelli inconsci sul processo pulsionale rimosso». Infine, la resistenza del Superio deriva dal senso di colpa inconscio e dal bisogno di punizione.

Questo tentativo di classificazione metapsicologica non soddisfaceva Freud, ma esso ha almeno il merito di sottolineare che egli si è sempre rifiutato di assimilare il fenomeno inter- e intra-personale della resistenza ai meccanismi di difesa inerenti alla struttura dell’Io. Il problema del chi resiste, rimane per lui aperto e problematico. Al di là dell’Io «... il quale si attiene ai suoi controinvestimenti», bisogna riconoscere come ostacolo ultimo al lavoro analitico una resistenza radicale, sulla natura della quale le ipotesi freudiane sono variate, ma che comunque è irriducibile alle operazioni difensive.