|
Uno
scambio di qualunque forma di comunicazione, in particolare
linguistica, ha complesse implicazioni, di ordine sociale e
cognitivo.
q
La natura del linguaggio umano
1. Gli universali linguistici
Gli universali linguistici:
proprietà linguistiche comuni, condivise da tutte le lingue umane.
I principali universali linguistici sono:
1. La produttività
linguistica
2. Le proprietà
costruttive linguistiche
1.1 La produttività linguistica
Le lingue naturali sono produttive in due sensi:
a)
Illimitatezza:
in qualunque lingua, non vi è limite al numero di nuove frasi
suscettibili di essere generate. In linea di principio, qualsiasi
lingua del mondo può essere utilizzata per creare un numero infinito
di nuove frasi.
b)
Equipollenza:
qualunque idea o pensiero esprimibile in una lingua è esprimibile in
una qualunque altra lingua. Ciò non significa che, dato un
particolare concetto, ogni lingua abbia sempre una parola per
rappresentarlo, però si può fare ricorso a una perifrasi.
Tuttavia, spesso nel processo di traduzione permangono aree di
indeterminatezza e di vaghezza.
1.2. Le proprietà costruttive del linguaggio
Tutte le lingue sono costruttive, poichè sono costruite secondo
alcune identiche modalità fondamentali.
Le principali proprietà costruttive condivise da
tutte le lingue naturali sono:
a)
utilizzo limitato di fonemi.
Fonema=
suono linguistico rappresentante il minimo elemento distinguibile
dagli altri all'interno di una sequenza fonica. Il fonema di per sè
non ha nessun significato intrinseco.
b)
combinazione illimitata dei fonemi in parole:
i fonemi possono essere combinati per generare un numero illimitato
di parole;
Parola=
unità lessicale dotata di significato.
Morfema
= la minima unità lessicale dotata di significato. Un morfema può
essere una parola o parte di essa (es prefisso o un suffisso)
Il suono delle parole è detto anche
sostanza fonica delle parole
c)
arbitrarietà del significato delle parole:
la sostanza fonica della maggioranza delle parole non ha nulla a che
fare con il loro significato (semantica). Fanno eccezione le parole
onomatopeiche che evocano direttamente e riproducono a livello
fonetico la realtà che intendono rappresentare.
In generale:
i segni linguistici sono arbitrari e convenzionali; e, in quanto
sistema di segni, la lingua è un sistema di differenze di
suoni combinati a un sistema di differenze di significati.
Di conseguenza, è possibile coniare e inventare parole nuove in
relazione alle esigenze sociali e comunicative degli individui.
d)
combinazione illimitata di parole in discorsi:
le parole possono essere combinate fra loro per generare enunciati e
discorsi. A partire da un numero relativamente piccolo di fonemi e
di morfemi, è possibile generale un numero infinito di frasi.
2. Lingua dei sordomuti
Anche la lingua dei segni per i sordomuti, pur non
contenendo alcun suono, è una lingua naturale e possiede i caratteri
costruttivi su cui si fonda la produttività linguistica.
q
La percezione dei suoni di una lingua
Una conversazione le parole sembrano fondersi in un
incomprensibile flusso di suoni, all'interno del quale è necessario
identificare le parole. Per identificare con precisione e rapidità
le parole di una normale conversazione gli esseri umani utilizzano:
-
la propria
conoscenza generale
-
la conoscenza del linguaggio
-
la conoscenza del contesto sociale
circostante.
1. Questioni:
1)
attraverso quali abilità gli individui
riescano ad identificare con precisione e rapidità le parole di una
normale conversazione?.
2)
quando due suoni linguistici
fisicamente differenti vengono percepiti come differenti, e quando
vengono uditi come lo stesso suono?
La
situazione è più articolata di quanto sembri.
-
Tutte le persone che parlano una lingua
usano gli stessi fonemi, ma essi possono essere pronunziati secondo
molte varianti regionali e personali.
-
Molti fonemi vengono pronunziati in
modo diverso a seconda del contesto lessicale in cui si trovano,
anche se queste differenze non vengono percepite.
ES: il suono della lettera e nella parola carne è
foneticamente diverso dal suono n nella parola tinca (il primo è
dentale, il secondo è velare).
-
Per ogni lingua, due suoni linguistici
sono fonemi differenti se sostituite l'uno con l'altro cambia il
significato delle parole in cui compaiono.
ES: rane e pane: sostituire il suono r con il suono p
produce una parola con un significato differente. Per contro, rane
può essere pronunziato con la r normale e con la r vibrante. In
questo caso, abbiamo varianti del medesimo fonema (o allofoni).
In italiano i suoni r e l (per esempio, rane e lane) sono fonemi
distinti, ma non così per il giapponese che non ha due fonemi
distinti per r e l. Di conseguenza, i giapponesi tendono a non
udirli come differenti.
2. Il riconoscimento di parole:
Il riconoscimento di suoni e di parole è facilitato
da una serie di fenomeni e processi. I principali sono:
1.
la conoscenza dei suoni di una
lingua: ciò aiuta a identificare l'inizio e la fine di una
parola nel flusso linguistico.
2.
Effetto frequenza:
le parole usate più frequentemente in una lingua sono riconosciute
più facilmente e più rapidamente.
3.
Effetto del contesto:
le parole inserite nell'appropriato contesto linguistico sono
riconoscibili in modo più rapido e più accurato rispetto alle
medesime parole presentate in isolamento.
4.
Effetto della superiorità della parola:
riconoscere suoni linguistici quando essi formano parole richiede
meno tempo che identificare gli stessi suoni che formano stringhe di
lettere prive di senso.
3. Integrazione delle informazioni nella percezione
del suono linguistico.
Le persone combinano l'informazione del segnale
linguistico con ogni informazione rilevante disponibile in quel
momento.
In particolare quando l'integrazione dell'udito
avviene con la vista si ha il
Fenomeno della cattura visiva del suono linguistico:
fenomeno dovuto all'integrazione dell'informazione del segnale
linguistico con un segnale visivo.
Ciò ha diversi effetti:
a.
Anche se la fonte sonora è fisicamente
dislocata rispetto al parlante (come nel cinematografo), essa viene
attribuita a quest'ultimo.
b.
Ciò che si sente non è esattamente ciò
che viene detto.
Es: In una ricerca sull'impatto dell'informazione
visiva sulla percezione del linguaggio, veniva mostrato il filmato
di un attore che ripeteva la sillaba "ga" mentre la colonna sonora
dava, in sincronia con i movimenti delle labbra dell'attore, la
sillaba ba. In questa condizione si sente una fusione delle due, da.
Le persone non sono nemmeno consapevoli di un conflitto tra vista e
udito: le due fonti di informazione si integrano perfettamente per
produrre la percezione del suono "da".
q
Il significato di significato
Morfema
= la minima unità lessicale dotata di significato.Un morfema può
essere una parola o parte di essa (es prefisso o un
suffisso).
Parola=
unità lessicale dotata di significato. Una parola può essere
composta da uno o più morfemi.
Es: la parola "intrattabile" contiene quattro morfemi: in, tratta,
bil, e.
Morfemi legati
= morfemi che per formare una parola devono essere sempre usati con
almeno un altro morfema. (es i suffissi o i prefissi)
Morfemi liberi
= corrispondono a parole semplici, quali sempre o non.
Parole di contenuto
= gruppi nominali, verbi, avverbi, aggettivi.
Parole funzionali=
parole che specificano le relazioni tra concetti (preposizioni,
congiunzioni).
1. Significato delle parole
Significato di una parola di contenuto
= concetto, rappresentazione mentale dell'oggetto e dell'evento cui
la parola si riferisce.
Per il significato delle parole valgono le seguenti
considerazioni:
A.
Totalità unitaria multicomponenziale
Il significato è una totalità unitaria
multicomponenziale, articolata in funzione di 3 elementi:
1.
referenza:
relazione fra la parola e ciò che significa. Riferirsi a un oggetto
con una parola è conoscere ciò che la parola significa.
2.
denotazione:
specifica i possibili referenti; è l'equivalente lessicale del
concetto.
3.
senso:
è dato dall'insieme delle relazioni che una parola può assumere in
combinazione con altre parole. (Nascono intal modo fenomeni
lessicali particolari come la sinonimia, l'antinomia, l'omonimia
ecc).
Il significato non consiste in nessuno di questi tre
aspetti presi singolarmente, ma nella loro reciproca articolazione e
integrazione.
B.
Le tre dimensioni
Il significato non è un'entità omogenea e
univocamente stabilita, ma in esso si possono distinguere tre
livelli:
1.
il significato soggettivo
(idiosincratico), specifico del singolo parlante à dimensione
individuale del significato;
2.
il significato intersoggetivo
e condiviso (convenzione), appartenente a due o più interlocutori in
un dato contesto à dimensione sociale del
significato;
3.
il significato oggettivo,
inteso come depositario della cultura à dimensione culturale
del significato
C.
Due teorie:
Sul significato esistono due teorie contrapposte:
1.
Teoria strutturalista:
teoria secondo cui le parole hanno un significato stabile e
duraturo che il parlante deve assumere se vuole essere compreso
dagli altri.
2.
Teoria funzionalista:
ritiene che il parlante possa usare le parole in modo da conferire a
esse valori semantici differenti in funzione dei vari contesti e a
seconda delle proprie intenzioni (metafora, ironia, sarcasmo
ecc.).
D.
Ambiguità
Nel caso in cui la stessa parola abbia diversi
significati - è il caso della polisemia e dell'ambiguità
lessicale - l'individuo provvede a eliminare l'ambiguità del
significato facendo riferimento al contesto di produzione.
E.
Differenziale semantico
Nello studio degli aspetti soggettivi del
significato, Osgood, Suci e Tannenbaum si sono proposti di misurare
il significato attraverso il
differenziale semantico:
il procedimento che consente di valutare lo spazio semantico di una
parola secondo 3 fattori: bontà (buono-cattivo,
positivo-negativo), attività (attivo-passivo) e intensità
(forte-debole). Ogni parola può essere semanticamente misurata
attraverso una lista di coppie di aggettivi antitetici che ne
definiscono le proprietà e le qualità.
q
La struttura e il significato delle frasi
Le parole vengono combinate a formare frasi secondo le regole della
sintassi.
Al momento, non esiste una grammatica completa di
nessuna lingua naturale.
Studiosi di linguistica teorica e di scienze
cognitive come hanno stabilito che qualunque grammatica deve
contenere almeno due tipi di regole:
-
le regole
della struttura sintagmatica
-
le regale
di trasformazione.
1. La grammatica a struttura sintagmatica
1.1 Elementi della grammatica a struttura
sintagmatica
La grammatica a struttura sintagmatica si
fonda su tre elementi:
a)
un vocabolario finito;
b)
un insieme finito di simboli;
c)
un insieme finito di regole.
Una prima regola è la regola di riscrittura:
(1)
X à Y
indicante di mettere al posto di X quanto indicato da
Y
Se prendiamo la frase "Un uomo grasso colpì il cane",
vediamo che essa si può scomporre in un sintagma nominale (SN) e in
un sintagma verbale (SV) o rappresentare in una struttura ad albero. Essa può essere analizzata da alcune regole
sintattiche:
a) F -> SN + SV. (F=frase, SN=
sintagma nominale, SV=sintagma verbale);
b) SN -> Art + (Agg) + N.
(Art=articolo, (Agg)= aggettivo opzionale, N=nome);
c) SV -> V + SN. (V=verbo);
d) N -> uomo, donna, bambino, cane...
e) V -> vide, mangiò, colpì...
f) Art -> un, il...
g) Agg -> grasso, bello, felice, stanco,
piccolo...
1.2 Struttura sintagmatica e semantica
La grammatica a struttura sintagmatica fornisce anche
una descrizione delle frasi,
evidenziando così la differenza tra struttura
sintagmatica e semantica della frase.
Es:
Se
A= Giovanni ha visto Maria
B= Luca ha sentito Elena.
C= Maria è stata vista da Giovanni
allora
A e B hanno la stessa struttura sintagmatica -
perchè generate dalle stesse
regole sintattiche- ma diversa semantica;
A e C hanno struttura sintagmatica differente,
ma la stessa semantica.
2. Le regole di trasformazione
Regole di trasformazione
= regole grammaticali che descrivono le relazioni tra le frasi.
Si tratta di regole che, mostrano in che modo una frase (stringa di
parole) può essere trasformata in un'altra, e specificano in che
modo i vari tipi di frasi sono connessi tra loro.
ES: una regola di trasformazione può specificare la
seguente trasformazione
A saluta B -> B è salutato da A
3. Struttura superficiale e struttura profonda.
La grammatica a struttura sintagmatica e le regole di
trasformazione rendono esplicite alcune intuizioni che abbiamo sul
linguaggio.
Le frasi
L'automobile è stata riparata da un meccanico.
L'automobile è stata riparata da un minuto.
condividono una somiglianza superficiale, dato che
differiscono solo per una parola, minuto al posto di meccanico, ma
sono concettualmente diverse. Si dice che: esse hanno la stessa
struttura superficiale, ma diversa struttura profonda.
·
Struttura profonda e regole di trasformazione
Il fatto che queste due frasi siano differenti è
confermato applicando la stessa trasformazione
a ciascuna frase.
L'automobile è stata riparata da un meccanico à Un
meccanico ha riparato la macchina.
e
L'automobile è stata riparata da un minuto à Un
minuto ha riparato la macchina.
La differenza tra le due frasi di partenza è ora
ovvia ed esplicita. La prima può essere trasformata in questo modo e
avere ancora senso, ma non la seconda. Perciò le due frasi di
partenza hanno strutture profonde differenti.
·
Struttura profonda e ambiguità
Certi tipi di frasi ambigue possono essere meglio
comprese quando la loro struttura superficiale viene confrontata con
la loro struttura profonda. Una frase è ambigua sintatticamente
quando può essere parafrasata in due modi differenti. Per esempio,
la frase:
L'ho visto prima di te
è riconducibile a due differenti frasi che hanno la
stessa struttura superficiale. Le due
frasi possono essere parafrasate come:
L'ho visto prima che lo vedessi tu
oppure L'ho visto prima di vedere te.
q
Il significato delle frasi e il percorso di senso
1. Il principio di cooperazione
Tutti coloro che partecipano a una conversazione
devono condividere alcune regole e assunzioni di base. Grice è stato
uno tra i primi filosofi del linguaggio a sottolineare che coloro
che partecipano a una conversazione seguono implicitamente un
Principio di cooperazione:
"fornire il proprio contributo così come è richiesto, al momento
opportuno, dagli scopi e dall'orientamento dei discorsi in cui uno è
impegnato".
Questo principio generale viene declinato in 4
massime:
1.
massima di Qualità: cercate di
fornire un contributo vero; in particolare:
a)
non dite cose che credete false;
b)
non dite cose per le quali non avete
prove adeguate;
2.
massima di Quantità:
a)
fornite un contributo che soddisfi la
richiesta di informazioni in modo adeguato agli scopi del
discorso;
b)
non fornite un contributo più
informativo del necessario;
3.
massima di Relazione: fornite
contributi pertinenti;
4.
massima di Modo: siate
perspicui; in particolare:
a)
evitate oscurità di espressione
b)
evitate le ambiguità
c)
siate brevi
d)
procedete in modo ordinato.
2. Principio della pertinenza
(Sperber e Wilson)
Principio della pertinenza negli scambi comunicativi:
coerenza con il contesto e con gli scopi della conversazione.
3. Il gioco comunicativo e l’intenzione
-
Nella comunicazione hanno luogo
importanti processi di inferenza per capire ciò che
l'interlocutore vuole dire.
-
Nella comunicazione non vi è soltanto
passaggio di informazioni, ma si ha produzione di senso.
Infatti parlante e destinatario sono entrambi attivi nell'avviare,
sostenere, alimentare e modificare il gioco comunicativo
attraverso un vortice di scambi.
-
La comunicazione non è soltanto un
messaggio-da-decifrare, ma una intenzione-da-interpretare.
-
Nella comunicazione il parlante
comunica più di quanto realmente dice, e il ricevente è in
grado di intendere più di quanto il parlante dica, come nel
fenomeno delle implicature.
Le implicature:
inferenze fondate sia sul contenuto di ciò che è stato detto, sia
su conoscenze pregresse, sia sulla natura cooperativa
dell'interazione verbale.
ES:
A: Dov'è Carlo?
B: C'è una Golf nera davanti alla casa di Maria (=
vuoi dire che Carlo si trova probabilmente a casa di
Maria)
-
Aspetto centrale del significato di un
messaggio diventa allora l'intenzione, cioè il "voler dire"
qualcosa a qualcuno in una certa maniera, in una determinata
situazione (contesto).
-
Nella comunicazione:
il parlante ha l'intenzione di manifestare parte di
sè (pensieri, credenze, desideri, emozioni ecc.) a un altro,
operando una scelta di percorso fra le molte a sua disposizione,
dando avvio e sostegno all'architettura dell'intersoggettività. A
sua volta, il destinatario, nell'interpretare il messaggio del
parlante e nell'attribuire a esso un certo valore semantico, ha la
possibilità di arricchire (o di modificare) il suo significato. In
questo processo il significato diventa il risultato della
negoziazione e dell'interazione fra gli interlocutori.
-
In ogni atto comunicativo e in ogni
messaggio vi è l'intreccio di due aspetti:
a.
uno di informazione (cioè, il
contenuto e l'oggetto del messaggio; le cose che vengono dette)
b.
e uno di comando (cioè, il modo
con cui il messaggio deve essere accolto e compreso; se le cose
dette devono essere prese come una semplice descrizione, come un
desiderio, come una richiesta di aiuto, un rimprovero ecc.).
-
la comunicazione viene a stabilire, a
costruire e a definire le relazioni interpersonali fra gli
individui.
Da questo gioco comunicativo emerge il
percorso di senso di una frase:
inteso come il significato contrattato e condiviso che una frase
assume nello scambio fra i parlanti. Tra tutti i percorsi di senso
legittimi, emergerà quel significato. che, in funzione
dell'interazione fra i parlanti e in base al contesto, è
maggiormente probabile e idoneo a rendere ragione della situazione.
Es: dire "Pietro ha dimenticato di chiudere la porta"
può essere una semplice constatazione, un rimprovero, un'accusa, un
richiamo dell'attenzione sulle conseguenze di questa azione, un
giudizio sull'affidabilità di Pietro ecc. Ognuno di questi percorsi
di senso è legittimo e lecito in astratto; in pratica emergerà quel
significato. che, in funzione dell'interazione fra i parlanti e in
base al contesto, è maggiormente probabile e idoneo a rendere
ragione della situazione.
q
Linguaggio e pensiero
E’ possibile pensare in termini non verbali.
Tuttavia, sembra esserci una relazione essenziale
tra linguaggio e pensiero.
1. I concetti
Concetto:
entità del pensiero. E’ la rappresentazione mentale di un oggetto o
di un evento.
ES: se abbiamo il concetto di sedia, per
esempio, possiamo riconoscere un oggetto come una sedia anche se non
l’abbiamo mai visto prima. Il concetto di sedia è una
totalità indivisibile che consente di distinguere in un insieme
infinito gli elementi “sedia” dagli elementi “non-sedia”.
Sotto questo profilo ogni concetto è definito da due
elementi:
-
intensione:
specifica l’insieme di proprietà, funzioni e relazioni che ne
determinano la strutturazione interna (es: un oggetto, per
rientrare nel concetto di sedia, deve avere precise
caratteristiche e svolgere determinate funzioni);
-
estensione:
specifica l’insieme di elementi ciascuno dei quali possiede le
proprietà, le funzioni e le relazioni sopra indicate (è l’insieme di
tutte le sedie);
Come apprendiamo i concetti?
Nel suo classico lavoro sulla formazione dei concetti Heidbreder
scoprì che le persone imparano le regole di categorizzazione basate
su idee concrete più facilmente di quelle basate su proprietà
astratte, come i numeri .
·
Complessita’ dei concetti
I concetti presentano differenti gradi di complessità a seconda
delle regole che li definiscono. Distinguiamo così:
-
concetto semplice:
concetto, astratto o concreto che sia, definito da una singola
regola.
-
Concetto a livello superiore di difficoltà:
concetto, astratto o concreto che sia, definito da più di una sola
regola.
Tra i concetti complessi ci sono:
-
concetti congiuntivi:
oggetto o evento che deve possedere due o più proprietà per
appartenere a una categoria
Es: votante iscritto (nelle liste elettorali) è un concetto
congiuntivo: un individuo deve avere 18 anni, deve essere cittadino
italiano ed essere residente in un luogo per poter essere
classificato come tale.
-
concetti disgiuntivi:
chiamano in causa regole della forma “o ... o”. Sono più complessi
di quelli congiuntivi.
Es: un cittadino italiano è (a) una persona
nata in Italia; o (b) una persona i cui genitori sono nati in
Italia; o (c) una persona naturalizzata da un tribunale. Se una di
queste condizioni viene soddisfatta, allora la persona è un
cittadino italiano.
L’apprendimento di concetti complessi, in cui le
decisioni di classificazione devono essere basate su due o più
regole, richiede più tempo dell’apprendimento di quelli semplici.
·
Concetti fuzzy
Concetto fuzzy:
concetto naturale senza confini precisi e definiti, ma con confini
sfuocati non delineati con esattezza.
La maggior parte dei concetti sono di tipo fuzzy.
Prototipo:
concetto che possiede in massimo grado le proprietà del concetto e
in riferimento ai quali si definiscono i membri di una categoria
mentale.I concetti fuzzy sono organizzati attorno a prototipi.
Es: nell’ambito del concetto uccello i passeri
e le rondini hanno il valore di prototipi, mentre i polli e i
tacchini sono meno tipici, e gli struzzi o i pinguini ancora meno.
Somiglianze di famiglia
(Wittgenstein ): termine utilizzato per indicare le
relazioni esistenti fra gli oggetti (o eventi) che rientrano nel
medesimo concetto.
Es: c’è “un’aria di famiglia” nel concetto di
gioco (nel quale rientrano il calcio, gli scacchi, i solitari,
le scommesse, la briscola, i giochi di fantasia ecc.) che
difficilmente si lascia catturare in una definizione precisa e
univoca.
·
Livelli di categorizzazione mentale
Rosch inoltre ha distinto 3 livelli nella
categorizzazione mentale:
1.
Le categorie di base:
sono quelle i cui membri condividono il maggior numero di
attributi distintivi del prototipo (per esempio,
sedia).
2.
Le categorie subordinate:
condividono sostanzialmente le caratteristiche del livello di
base, ma se ne differenziano per alcuni attributi (per esempio,
sedia a dondolo, sedia a sdraio ecc.).
3.
Le categorie superordinate:
condividono soltanto pochi attributi generali e sono
privilegiati gli aspetti funzionali (per esempio,
arredamento).
La correlazione fra gli attributi a livelli base rende più facile
apprendere i concetti. Pertanto le categorie di base e le parole a
esse connesse sono apprese per prime rispetto alle categorie
subordinate e superordinate da parte del bambino.
2. L’ipotesi della relatività linguistica
Questioni:
a.
La cultura influenza lo sviluppo del
linguaggio?
b.
I modi di pensiero sono vincolati dalla
lingua?
c.
Ciò che una persona pensa e il modo in
cui lo pensa dipendono dalla lingua che quella persona parla.?
Ipotesi di Whorf
– il principio della relatività linguistica:
concezione secondo la quale la lingua parlata da un individuo
influenza il suo pensiero:
-
nella sostanza del pensiero stesso
-
nelle modalità di pensiero (come si
concettualizza il mondo)
-
nella percezione del mondo
-
nella sostanza del ricordo
È largamente dimostrato che il modo con cui
descriviamo le cose può influenzare il modo con cui quelle cose
possono essere percepite, ricordate o pensate. Il nome che diamo a
uno stimolo ambiguo influenza il modo con cui lo vediamo e
ricordiamo.
Un modo per la verifica del’ipotesi di Whorf: per
esempio, se lingue differenti forniscono differenti nomi per i
colori, allora persone che parlano lingue differenti dovrebbero
percepire e ricordare i colori in modo differente. Per esempio,
l’inglese dispone di sei termini di base per rappresentare i colori:
red (rosso), orange (arancione), yellow (giallo),
green (verde), blue (azzurro) e violet (viola),
più, naturalmente, black (nero) e white (bianco).
Nella lingua dei dani, una tribù della Nuova Guinea occidentale, i
colori vengono indicati da due sole parole: una si riferisce a tutti
i colori scuri e freddi, l’altra a tutti i colori chiari e caldi.
L’esperimento vuole rispondere al quesito:
chi parla inglese concettualizza i colori in modo diverso da chi
parla la lingua dei dani?
Heider ha verificato la capacità di ricordare e
di discriminare colori in un gruppo di indigeni dani e in un gruppo
di studenti universitari americani. Gli americani e i dani
riuscivano a discriminare altrettanto bene differenti tonalità
cromatiche. I colori che sono solo un po’ simili per gli americani
lo sono anche per i dani. I colori che gli americani confondono sono
gli stessi confusi anche dai dani.
Risultato:
i nomi dei colori a disposizione dei due gruppi non hanno
influenzato le proprietà fondamentali del modo in cui essi
percepiscono e concettualizzano i colori.
Questi risultati, al pari di altri, non offrono
sostegno all’ipotesi di Whorf, almeno per quel che riguarda
l’attività di denominazione. Ma Whorf non era tanto interessato alle
differenze di vocabolario tra le lingue quanto alle differenze
sintattiche. Per Whorf, a plasmare il pensiero era anzitutto
la grammatica del linguaggio, non le parole disponibili.
Risultati generali
L’influenza del linguaggio sul pensiero può essere
forte, ma le differenze tra le lingue umane non sembrano provocare
differenze importanti nel modo in cui le persone percepiscono
e concettualizzano il mondo.
Tuttavia, l’ipotesi della relatività linguistica ha
recentemente ripreso vigore non solo per quanto concerne il livello
grammaticale e lessicale (le differenze lessicali possono avere
effetti cognitivi rilevanti), ma anche per la gestione della
conversazione, per i processi di convenzionalizzazione e di
concettualizzazione, nonché per i processi di inferenza e di
interpretazione dei significati.
Sull’ipotesi della relatività linguistica il
dibattito è ancora aperto e si tratta di un tema che merita di
essere sviluppato e approfondito ulteriormente. |