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La domanda fondamentale della psicologia è:
perché la gente fa quel che fa?
R: la maggior parte delle azioni umane sono
guidate da scopi, vale a dire che sono dirette a raggiungere un
obiettivo.
Motivazione:
ragione che guida un’azione/comportamento per il raggiungimento di
un obiettivo.
Obiettivo:
risultato che il comportamento sembra diretto a raggiungere, spinto
da una particolare motivazione.
Azione/comportamento:
La maggior parte dell’azione umana è guidata da obiettivi e
motivazioni.
Il concetto di motivazione, per quanto possa
apparire semplice, si è dimostrato difficile da analizzare
sperimentalmente. In particolare accade che:
- le medesime azioni possono essere coerenti con
motivi differenti.
q
Concetti fondamentali
1.
Motivazione:
ragione che guida un’azione/comportamento per il raggiungimento di
un obiettivo.
2.
La motivazione è legata ad un
bisogno. Il bisogno può essere :
-
fisiologico (biologico fondamentale)
-
bisogno di cibo
-
bisogno di acqua
-
bisogno di dormire
-
bisogno sessuale
-
ecc.
-
psicologico
-
bisogno di affiliazione
-
bisogno di successo
-
bisogno di potere
-
ecc
3.
Motivazioni primarie:
motivazioni legate bisogni biologici fondamentali (fisiologici).
Esse sono geneticamente programmate.
Motivazioni secondarie:
motivazioni legate a bisogni propriamente psicologici. Esse sono
prodotto di processi di apprendimento e di influenzamento culturale,
in linea con i propri interessi e scopi.
4.
Pulsione
= componente psicologica del bisogno
fisiologico
-
fame:
pulsione legata al bisogno di cibo
-
sete
: pulsione legata al bisogno di acqua
-
pulsione sessuale:
pulsione legata al bisogno di sesso
-
ecc..
5.
Istinto
= tendenza comportamentale specie-specifica su base genetica.
q
Gli istinti
1. Prospettiva evoluzionistica
Istinto
(prospettiva evoluzionistica): motivazione principale delle azioni
umane
Per Darwin
-
L’istinto è una sorta di riflesso
complicato: uno schema innato di comportamento che viene eseguito in
risposta a uno stimolo.
-
A partire da una gamma estesa di
variazioni di un istinto, grazie al processo della selezione
naturale, diventa predominante un determinato schema (o variazione)
che assicura maggiori probabilità di sopravvivenza.
Critiche
questo modo di concepire l’istinto finisce per
confonderne il significato e per svalutarne l’importanza
scientifica. Inoltre, dire che un’azione è motivata da un istinto
non contribuisce alla sua spiegazione.
Lista degli istinti
Negli anni ‘20 alcuni psicologi americani compilarono
lunghe liste di “istinti” (dalla curiosità alla bellicosità, al
gregarismo). Per esempio, Bernard nel 1924 ha contato oltre 14.000
istinti.
2.
Prospettiva etologica
Etologia: si prefigge di esplorare il
comportamento degli animali nel loro contesto naturale.
Istinto (nella prospettiva etologica): si
articolo e si definisce come processo complesso che, pur essendo
biologicamente determinato, lascia spazi per l’apprendimento e
consente variazioni per il raggiungimento degli scopi.
Tinbergen:
Predisposizioni istintive:
nel regno animale esistono stimoli scatenanti (di segnalazione)
che innescano programmi motori. Sia lo stimolo scatenante
sia il programma motorio hanno carattere istintivo, in quanto
stereotipati e fissi.
Es durante il periodo di accoppiamento, lo spinarello
maschio attacca(= programma motorio) qualsiasi altro maschio con la
zona addominale rossa (= stimolo scatenante).
Lorenz:
·
Stato pulsionale:
stato nell’oca che inizia due settimane prima della deposizione
delle uova nel nido e che persiste per due settimane dopo la loro
schiusa. In questo periodo, se un uovo rotola, accidentalmente,
fuori dal nido, l’oca allunga il collo, lo segue con lo sguardo, si
alza e piano piano, con il becco, lo fa rotolare di nuovo nel nido.
·
Imprinting:
predisposizione istintiva del piccolo dell’oca di seguire, subito
dopo la nascita, qualsiasi oggetto in movimento che emetta un
determinato richiamo. In natura, di solito, l’oggetto da seguire è
la madre, ma pressoché ogni oggetto può andare bene per il piccolo
dell’oca, compreso se stesso.
q
Pulsioni
Pulsione
= componente psicologica del bisogno
fisiologico
Teoria della riduzione delle pulsioni:
·
Definizione:
un bisogno innesca una pulsione diretta verso comportamenti che
riducono il bisogno, e con ciò la pulsione. Ovvero: la pulsione crea
uno stato di disagio e di tensione che l’individuo tende a eliminare
o, quanto meno, a ridurre con appropriati comportamenti.
Per esempio, se uno non mangia per un po’ di tempo,
avrà bisogno di cibo; tale bisogno produce la pulsione
della fame, che motiva il comportamento alimentare, che
riduce il bisogno, e con ciò la fame.
I processi omeostatici motivazionali
Omeostasi:
in fisiologia è detto l’insieme dei processi per mantenere
nel tempo uno stato di equilibrio interno, o per ripristinarlo in
caso di squilibrio momentaneo.
Omeostasi motivazionale (Hull):
Hull ravvisa nei processi omeostatici un
modello generale della motivazione: i bisogni sono deviazioni
da uno stato di equilibrio interno. Essi producono pulsioni, che
fungono da motivo per i comportamenti volti a ridurre le pulsioni,
quindi a ripristinare lo stato di equilibrio.
Tuttavia, Hull si rese conto che i processi
omeostatici potevano dar conto solo in parte della motivazione.
Comportamentismo
e riduzione delle pulsioni
I primi teorici dell’apprendimento hanno posto la
riduzione delle pulsioni alla base del rinforzo nei processi
di condizionamento. Tale riduzione può aver luogo quando è stato
ottenuto qualcosa (rinforzo positivo), o quando viene
eliminato qualcosa di nocivo (rinforzo
negativo).
Pulsioni e bisogni
Esiste una distinzione fra bisogni e pulsioni:
1) è possibile avere un
bisogno senza avvertire una pulsione.
Es: se foste esposti al diossido di carbonio fino a
morire per mancanza d’ossigeno, non avreste alcuna pulsione a
procurarvi ossigeno.
2) si può avvertire una pulsione senza alcun bisogno
apparente.
Es: le persone obese riferiscono di aver fame anche
quando non hanno alcun bisogno fisiologico di cibo.
Incentivi - pulsioni -motivazioni
·
Gli incentivi sono degli stimoli esterni che possono
giocare un ruolo fondamentale nella motivazione nei termini
seguenti:
-
amplificando
pulsioni fondamentali (es: la vista del dessert prediletto
può amplificare la fame)
-
evocando
pulsioni che non sono sorrette da alcun bisogno evidente.
·
In generale, gli effetti motivazionali della maggior
parte degli incentivi sono appresi o acquisiti mediante
l’esperienza.
q
Motivazione primaria e motivazione secondaria
Motivazioni primarie:
motivazioni legate bisogni biologici fondamentali (fisiologici).
Esse sono geneticamente programmate.
Motivazioni secondarie:
motivazioni legate a bisogni propriamente psicologici. Esse sono
prodotto di processi di apprendimento e di influenzamento culturale,
in linea con i propri interessi e scopi.
Motivi funzionalmente autonomi
L’efficacia di un motivo secondario può sembrare
dipendere dalla esistenza di un legame con un motivo primario.
Tuttavia, quando qualcosa può essere associato a una estesa gamma di
scopi differenti, il suo possesso diventa un
motivo funzionalmente autonomo.
Es: il possesso del denaro può diventare un motivo
funzionalmente autonomo, perché il denaro può essere usato per
raggiungere un numero esteso di altri scopi.
Appunto:
Le motivazioni vengono abitualmente distinte in
"primarie" e "secondarie". Le prime sono di natura fisiologica, e
comprendono da un lato i bisogni fondamentali (la fame, la
sete, il sonno) e altre istanze molto forti come la pulsione
sessuale, d'altro lato altre esigenze il cui substrato organico non
è ancora stato chiarito, come il "bisogno" di manipolazione, di
attività, di autostimolazione, di esplorazione dell'ambiente. Le
motivazioni secondarie sono di natura personale e sociale, e vengono
acquisite mediante l'esperienza dell'individuo e della specie;
alcune, come il successo, la competizione, la cooperazione, sembrano
dipendere dalle caratteristiche dei diversi contesti socioculturali;
altre motivazioni secondarie, come l'imitazione, sembrano essere
universali, probabilmente perché derivano da esperienze ancestrali
di dipendenza della specie umana. In una terza categoria, la cui
interpretazione pone seri problemi alla psicologia scientifica,
vanno poste alcune motivazioni prettamente umane e di livello per
così dire "superiore", come gli ideali e gli obiettivi esistenziali
(per es. l'autorealizzazione)
LE MOTIVAZIONI PRIMARIE
q
La fame
Nei meccanismi della fame (ciò che fa sì che si
cominci a mangiare e ciò fa sì che si smetta) vi è una mescolanza
di bisogni fisiologici e di fattori
sociali.
1.
I meccanismi fisiologici della fame.
1.1. Contrazioni dello stomaco
Le contrazioni dello stomaco che si provano quando si
è affamati non risultano essere una causa della fame, ma
semplicemente un fenomeno che la accompagna. I soggetti, cui sia
stato asportato lo stomaco per ragioni mediche, hanno egualmente
fame e mangiano normali quantità di cibo.
1.2. Il ruolo del glucosio nel sangue.
·
Alla base della fame si trova probabilmente un
cambiamento nel livello di glucosio nel sangue associato alla
digestione e all’utilizzazione del cibo: quando una certa quantità
di glucosio viene iniettata nel circolo ematico, la fame diminuisce,
e quando viene iniettata dell’insulina (che abbassa il livello di
glucosio), la fame aumenta.
Tuttavia, la fame non è controllata solo dal
livello di glucosio del sangue. I diabetici hanno livelli
elevati di glucosio, eppure tendono a mangiare di più, non di meno,
delle persone sane.
·
Teoria glucostatica
(Mayer): un meccanismo corporeo registra il ritmo con il
quale il glucosio viene consumato dalle cellule dell’organismo: un
ritmo lento produce fame; un ritmo rapido, sazietà (teoria
glucostatica). (Questa teoria spiega anche perché i diabetici
tendono a mangiare troppo: pur avendo elevati livelli di glucosio
nel sangue, essi, essendo privi di insulina indispensabile per il
passaggio del glucosio nelle cellule, non sono nella condizione di
ottimizzarne l’azione).
1.3 Il ruolo della colecistichinina
È un ormone prodotto dall’intestino tenue dopo
un pasto che inibisce lo stimolo della fame e produce il senso della
sazietà. Infatti, se il sangue di un ratto sazio viene trasfuso in
un ratto affamato, quest’ultimo mangerà assai meno. Le trasfusioni
in senso inverso non hanno, invece, nessun effetto.
1.4. Il ruolo dell’ipotalamo
·
Il nucleo laterale dell’ipotalamo: sede per
l’attivazione degli stimoli della fame e della sete.
Esperimenti: a) quando il nucleo laterale
dell’ipotalamo di un ratto viene distrutto, esso smette di mangiare
e bere e, se non viene nutrito a forza, finisce con il morire
(condizione di afagia). Se viene conservato in vita, il ratto
riprende a mangiare e bere, ma mangerà solo cibi che abbiano un buon
sapore;
b) la stimolazione elettrica del nucleo laterale
dell’ipotalamo fa sì che un ratto che era sazio, diventi affamato e
assetato.
·
Il nucleo venero-mediale dell’ipotalamo: il
centro della sazietà.
Esperimenti: se esso viene distrutto, l’animale
mangerà una quantità maggiore di cibo per pasto, pesando in breve
tempo il doppio o il triplo di un ratto normale (condizione di
iperfagia). Il ratto non continua a mangiare smodatamente e a
guadagnare peso indefinitamente. A un certo punto, il suo peso si
stabilizza e l’animale mangia quanto basta per mantenere il peso
raggiunto [Teitelbaum 1961]. Inoltre, benché il ratto iperfagico
mangi più di un ratto normale, sotto vari aspetti esso sembra
meno affamato: è più pignolo circa quel che mangia ed è meno
attivo nel procurarsi il cibo.
Fami specifiche
Forse, data la varietà di fattori che possono
provocare la sensazione di fame, non esiste nulla di simile a una
fame, ma vi sono piuttosto diverse fami
specifiche.
Esperimento: Rozin permise a dei ratti di scegliere
liberamente la propria dieta da una varietà di cibi, alcuni ricchi
di proteine, altri di carboidrati, altri di grassi o di certe
vitamine e così via. I ratti scelsero una dieta ben bilanciata.
2.
Alimentazione e obesità
Raramente capita di vedere un animale grasso in un
ambiente naturale, a meno che esso non si stia preparando per il
letargo.
Solo gli esseri umani (e gli animali domestici)
sembrano diventare obesi.
La definizione di obesità.
1.
Def 1:
un aumento di circa il 15 per cento rispetto al peso “ideale”.
Problema: cosa è il “peso ideale”? Inoltre la cultura
su questo punto ha una notevole influenza.
2.
Def2:
proporzione del 30 % di tessuto adiposo rispetto al tessuto
muscolare.
Le caratteristiche delle persone obese.
1)
analogie di comportamento alimentare
fra le persone obese e i ratti con lesioni al nucleo ventro-mediale
dell’ipotalamo:
a.
maggiore sensibilità al gusto
dei cibi, ovvero, quando il cibo è buono, gli obesi mangiano di più
rispetto alle persone normali, quando il cibo è cattivo mangiano di
meno
b.
minore attività
nel procurarsi il cibo (minore propensione a
evitare le fatiche e le difficoltà nel procurarsi il cibo).
c.
gli obesi mangiano meno spesso lungo
il giorno ma con pasti più abbondanti.
d.
mangiano più velocemente
e.
sono più reattivi sul piano emotivo.
2)
Livello di reattività agli stimoli esterni
(Schachter): rispetto agli individui normali, quelli obesi non
avrebbero tanto meccanismi fisiologici differenti, ma
presenterebbero un diverso livello di reattività agli stimoli
esterni. È molto più probabile che gli obesi siano indotti a
mangiare dalla presenza di indizi (o incentivi) che rimandano
al cibo; mentre, in loro assenza, cerchino meno il cibo.
Ricerca: in una ricerca nella quale i soggetti
dovevano sollevare dei pesi con le dita e come compenso ottenevano
dei panini avvolti in plastica trasparente o in carta bianca opaca,
con la possibilità di assaggiarli o meno, è risultato che i soggetti
obesi in presenza dei due incentivi (o indizi: trasparenza
dell’involucro e possibilità di assaggio) lavoravano quasi il doppio
rispetto ai soggetti non obesi. In assenza di indizi i soggetti
obesi non lavoravano di più dei soggetti normali.
3)
Teoria del punto di regolazione
(Nisbett): negli obesi i meccanismi omeostatici sono regolati a un
valore superiore. Quando essi si trovano al di sotto di
questo valore (o punto), si trovano in uno stato di squilibrio
omeostatico (deprivazione), anche se pesano più del normale.
Esperimento: un ratto con una lesione al nucleo
ventro-mediale dell’ipotalamo si stabilizza su un peso superiore a
quello che aveva prima dell’operazione; parimenti un ratto con
lesioni al nucleo laterale si stabilizza su un peso inferiore. In
entrambi i casi, il processo omeostatico continua a funzionare, ma
con una regolazione differente.
4)
Il numero di cellule lipidiche:
secondo Nisbett, il peso di un individuo dipende dal numero di
cellule lipidiche presenti nell’organismo. Infatti, è stato
riscontrato che il numero delle cellule lipidiche è tre volte più
elevato negli obesi che in quelli normali. Knittle ritiene che tale
numero sia già fissato all’età di due anni, determinato in parte
dall’informazione genetica e in parte dalle abitudini alimentari
precoci. Il numero delle cellule lipidiche rimarrebbe costante tutta
la vita; l’alimentazione eccessiva fa sì che esse aumentino di
dimensioni e la dieta fa sì che esse rimpiccioliscano. Pertanto,
quando un obeso perde peso, le cellule lipidiche saranno anch’esse
“affamate”, inducendo il senso di deprivazione.
Fattori esterni influenti sul peso
Sul peso incidono molte altre variabili quali:
-
la tensione emotiva
-
lo stress
-
la mancanza di esercizio fisico
-
i modelli culturali di riferimento.
Il peso e il benessere psicologico
È sempre più frequente cadere in forme
nutrizionali patologiche (anoressia mentale e la bulimia). È
tuttavia opportuno rammentare che il mantenimento del proprio
peso-forma, senza variazioni repentine e senza eccessi ricorrenti,
costituisce un valido segnale di benessere psicologico e di un buon
adattamento emotivo e sociale.
q
La sessualità
Sessualità:
pulsione profonda e potente, pervasiva della condotta
dell’individuo, necessaria per la continuità della specie umana
ma non indispensabile per la sopravvivenza individuale.
Per Freud, ogni comportamento umano risulta motivato
e va interpretato in funzione delle pulsioni sessuali, anche se
attraverso processi e meccanismi inconsci (ipotesi del
pansessualismo).
1. Fisiologia dell’attività sessuale umana
Ci sono 4 fasi successive (stadi) della risposta
sessuale maschile e femminile:
1)
Fase di eccitamento:
erezione del pene nel maschio, dalla lubrificazione vaginale e
dall’erezione dei capezzoli nella femmina.
2)
Fase di plateau:
prolungamento della fase di eccitazione; contraddistinta
dall’aumento del ritmo respiratorio e della frequenza cardiaca,
nonché da un’ulteriore vasodilatazione degli organi genitali.
3)
Fase di orgasmo:
eiaculazione nel maschio, con contrazioni vaginali e uterine nella
femmina, nonché con forti tensioni dei muscoli pelvici in entrambi.
4)
Fase di risoluzione:
nella quale il corpo ritorna alla sua condizione di non attivazione.
Nel maschio, la fase di risoluzione segna l’inizio di un periodo
refrattario, che dura da qualche minuto a qualche ora, durante
il quale non è possibile avere un altro orgasmo. Per contro, le
femmine possono avere due o più orgasmi in successione, intervallati
da un breve periodo di plateau, prima di entrare nella fase di
risoluzione.
2.
Aspetti biologici della sessualità
La differenziazione sessuale.
Sesso anagrafico: se l’uovo femminile con X si
unisce con uno spermatozoo con X, si ha una femmina (sesso
anagrafico); se l’uovo si unisce con uno spermatozoo che porta un
cromosoma Y, si ha un maschio (sesso anagrafico).
Tuttavia, non tutti gli esseri umani cadono nella
categoria XX o XY. Per esempio, vi sono uomini con una
configurazione XXY (sindrome di Klinefelter). Essi hanno organi
genitali non completamente sviluppati, ma chiaramente maschili. Da
adulti sono sterili e hanno una costituzione fisica di tipo
femminile (ginecomastia). Vi sono anche uomini con una
configurazione XYY; essi sono più alti della media (eccesso
staturale), e i loro organi genitali presentano a volte delle
anomalie. Gli individui che hanno un solo cromosoma X sono
considerati femmine, ma sono privi di ovaie e perciò non raggiungono
la maturità sessuale (disgenesia gonadica; sindrome di Turner).
Gli ormoni.
Che siano destinati a diventare maschi o femmine,
tutti gli embrioni umani, all’inizio, sono eguali. Ognuno possiede
una coppia di ghiandole sessuali primitive che possono diventare
ovaie o testicoli. Sette od otto settimane dopo il concepimento
queste ghiandole iniziano a svilupparsi come ovaie se la
configurazione dei cromosomi sessuali è XX, e come testicoli se la
configurazione è XY.
Ciascuna di queste ghiandole sessuali, o gonadi,
produce un caratteristico tipo di ormone. Le ovaie producono gli
ormoni femminili, detti estrogeni; i testicoli producono gli
ormoni maschili, detti androgeni, dei quali il testosterone è
il più importante. Gli ormoni secreti dalle gonadi dell’embrione
determinano i suoi caratteri sessuali primari: i suoi organi
riproduttivi interni ed esterni. Se le gonadi secernono
testosterone, il feto assumerà le caratteristiche di un maschio; in
caso contrario, assumerà le caratteristiche di una femmina, che le
sue gonadi secernano o no estrogeni.
Gli ormoni controllano anche lo sviluppo dei
caratteri sessuali secondari, che compaiono nella pubertà
(sviluppo del seno e allargamento dei fianchi nelle femmine;
crescita della barba e cambiamenti della voce nei maschi),
caratterizzata da un notevole aumento della produzione di ormoni
sessuali. L’ipofisi (e precisamente l’adenoipofisi) produce ormoni
detti gonadotropine, che stimolano le gonadi a produrre
androgeni ed estrogeni. Entrambi questi ormoni (la cui struttura
biochimica è piuttosto simile) sono prodotti da entrambi i sessi, ma
i testicoli tendono a produrre più androgeni e le ovaie più
estrogeni.
3.
La manifestazione della sessualità umana
·
Essere maschi ed essere femmine.
Nelle pratiche di allevamento e nei processi di
socializzazione dei bambini e delle bambine si mettono in atto una
serie di interventi (impliciti o espliciti) e si applicano criteri
(impliciti o espliciti) per favorire in loro la progressiva
conformità ai comportamenti sessuali standard, in atto presso una
determinata società. In questo processo svolgono un ruolo importante
gli stereotipi sessuali, che suggeriscono qual
è la condotta sessuale auspicabile e desiderabile in un uomo o in
una donna, come pure assumono rilevanza le norme culturali
di riferimento.
Di conseguenza, si assiste a un processo di
differenziazione selettiva nei ruoli e nella condotta
sessuale da parte di bambini e di bambine, benché si tratti di un
processo relativo, e non assoluto. In esso i genitori
svolgono una funzione fondamentale non soltanto come modelli, ma
soprattutto come agenti in grado di privilegiare nei bambini o nelle
bambine certi atteggiamenti e comportamenti, nonché di inibirne
altri.
Per esempio, nella cultura occidentale si è osservato
che le madri tollerano il pianto delle bambine assai più di quello
dei bambini, in conformità agli stereotipi culturali dominanti.
Anche presso le scimmie esiste un trattamento differenziato da parte
dei genitori; per esempio, presso le scimmie rhesus le madri
trattengono vicino a sé le femmine quasi tre volte di più dei
maschi.
Profilo della femminilità-mascolinità:
Il profilo della femminilità-mascolinità si delinea
in funzione di:
a.
predisposizione genetica
b.
pratiche di accudimento
c.
influenze delle norme e degli standard
culturali
Il profilo femminilità/mascolinità è
dimensione della personalità misurabile con appositi
test.
·
Variazioni e cambiamenti culturali nel comportamento
sessuale.
Tra le società esistono grandi differenze della
condotta sessuale dovute ad una profonda influenza dei modelli
culturali.
In alcune popolazioni, l’omosessualità è approvata,
mentre in altre è condannata; in alcune culture i figli possono
assistere alle attività sessuali dei genitori e gli adolescenti
vengono incoraggiati alla sperimentazione sessuale, mentre in altre
questi comportamenti sono proibiti. A seconda dei modelli culturali,
la frequenza dei rapporti sessuali è molto varia; tra i mangaia, una
popolazione del Pacifico Meridionale, gli adolescenti hanno rapporti
sessuali ogni notte e, in media, tre orgasmi per notte. Sull’isola
di Ines Beag, al largo della costa irlandese, le coppie sposate
indossano indumenti intimi anche durante il rapporto sessuale, e le
donne riferiscono di non avere mai orgasmi .
LE MOTIVAZIONI PSICOLOGICHE
Motivazioni psicologiche (secondarie)
Non collegate al soddisfacimento di esigenze
biologiche, ma connesse:
-
all’immagine di sé
-
al mantenimento del livello di
autostima
-
alla realizzazione delle proprie
aspirazioni e aspettative
-
al conseguimento di una determinata
posizione sociale
-
alla conservazione dei legami
sociali con gli altri
Si tratta di motivazioni strettamente in sintonia con
il proprio sistema di credenze, di valori e di desideri.
L’apprendimento delle motivazioni
Le motivazioni sono prodotto di processi di
apprendimento e di influenzamento culturale, in linea con i propri
interessi e scopi.
La dinamica motivazionale dipende dalla necessità di
mantenere un rapporto ottimale fra l’organismo e l’ambiente
(McClelland). Determinate situazioni ambientali diventano
incentivi grazie all’associazione ricorrente con le proprie
esperienze di soddisfazione (piacevolezza) o di insoddisfazione
(spiacevolezza). Le motivazioni sono quindi apprese, generate
dall’anticipazione di uno stato finale affettivamente qualificato,
capaci di attivare l’organismo per raggiungere una certa meta
(oggetto del desiderio) o per evitare una condizione spiacevole
(fonte di insoddisfazione).
Costellazioni di motivazioni e le 3 aree motivazionali (McClelland)
·
In questo percorso i vari incentivi (naturali e
sociali) si intrecciano fra loro per dar luogo a nuovi incentivi, in
linea con lo sviluppo di sé e della propria personalità. Lungo
questo itinerario è possibile individuare costellazioni di
motivazioni che diventano dominanti e che si possono raggruppare
attorno a tre aree motivazionali:
1.
il bisogno di affiliazione
2.
il bisogno del successo
3.
il bisogno del potere.
·
La strategia generale di condotta dell’individuo nei
confronti dell’ambiente è orientata in funzione delle motivazioni
maggiormente dominanti e ricorrenti, all’interno di una gerarchia
motivazionale.
q
Il bisogno di affiliazione
Bisogno di affiliazione:
spinta a ricercare la presenza degli altri per la
gratificazione intrinseca che deriva dalla loro compagnia e
dalla sensazione di fare parte di un gruppo.
I soggetti prevalentemente motivati
dall’affiliazione:
-
riservano ampio spazio alla cura delle
relazioni sociali;
-
sono propensi a evitare le critiche e
le situazioni di conflitto;
-
vanno alla ricerca di profondi legami
di intimità
-
per mantenere le relazioni
interpersonali, sono disposti ad assumere posizioni stabili di
accondiscendenza e di acquiescenza (in taluni casi, anche
eccessive).
1. Affiliazione e attaccamento.
La prima e più importante condotta affiliativa è la
relazione di attaccamento che il bambino sviluppa con la figura
di accudimento nel corso della prima infanzia.
Teoria dell’attaccamento
(Bowlby, Main e Solomon)
§
La relazione di attaccamento è definita da:
a)
ricerca di vicinanza a una figura preferita;
b)
la funzione di una “base sicura”
(la figura di attaccamento, in quanto disponibile e
pronta a rispondere, a incoraggiare e a dare assistenza, diventa
fonte di sicurezza per il bambino e costituisce la “base” per la sua
curiosità, la sua attività di esplorazione dell’ambiente e della sua
successiva autonomia, fino al distacco dalla figura di accudimento
nell’adolescenza);
c)
la protesta per la separazione
(in caso di allontanamento del genitore, il bambino
risponde con pianto, urla, morsi e calci per la minaccia della
rottura del legame).
§
3 stili di attaccamento:
1)
insicuro-evitante
(o tipo A: avendo sperimentato ripetuti rifiuti, il
bambino mostra pochi segni manifesti di angoscia per la separazione
ed evita l’aiuto e il sostegno della madre);
2)
sicuro
(o tipo B: il bambino non è angosciato in caso di
separazione, ma è rassicurato dalla fiducia nella disponibilità e
nell’appoggio dell’adulto);
3)
insicuro-ambivalente/ansioso
(o tipo C: angosciato in caso di separazione, il
bambino cerca e rifiuta nello stesso tempo il contatto con la madre;
ha uno stato di insicurezza sulla sua disponibilità);
4)
insicuro-disorganizzato
(o tipo D: in caso di separazione, il bambino mostra
un comportamento incoerente e contraddittorio, disorientato sul
piano motorio e cognitivo, come se fosse confuso).
§
Modelli operativi interni:
Gli stili di attaccamento consentono l’elaborazione
di
modelli operativi interni
(working models):
rappresentazioni organizzate sulle aspettative di risposta da
parte della figura di accudimento, in modo da predire e prevedere,
anticipandola, la relazione con esse.
I modelli operativi interni:
-
sono relativamente stabili, anche se
soggetti a modificazioni in funzione delle esperienze di
attaccamento dell’individuo;
-
possono essere valutati attraverso
l’Adult Attachment Intervieu;
-
sono efficaci nella scelta del partner,
nella costruzione del legame di coppia e delle sue caratteristiche
(supporto, vicinanza, conflitto), nonché nei processi di separazione
della coppia.
§
Validi processi di attaccamento
Come conseguenza di un valido processo di
attaccamento si ha:
-
la sicurezza
-
l’autonomia
-
la capacità di stabilire e mantenere
relazioni e legami con altri
-
la capacità di stabilire e mantenere il
senso di appartenenza al proprio gruppo.
2. Il comportamento prosociale.
Il comportamento prosociale nel bambino:
-
inizia nei bambini già dal 2° anno di
età, in relazione alle precoci esperienze di attaccamento;
-
si caratterizza per una sensibilità
nei confronti di coetanei che soffrono, offerta di protezione, aiuto
nella condivisione e nella partecipazione della sofferenza,
tentativi di consolazione e alleviazione del disagio altrui. Ciò è
alla base della relazione di aiuto, della cooperazione
e della condivisione delle esperienze.
Nota:
è interessante osservare che, nel periodo della
comparsa del comportamento prosociale, il bambino sviluppa
contemporaneamente l’abilità di far soffrire gli altri, di provocare
loro intenzionalmente disagio e danno.
Il comportamento prosociale nell’adulto:
si manifesta nella capacità di
-
collaborazione
-
ricerca di compagnia
-
relazione di aiuto e di supporto verso
gli altri
-
stabilire e mantenere buoni rapporti di
amicizia
-
condivisione di esperienze e di
prospettive di vita con altri.
Il comportamento prosociale implica altresì la
capacità di assumere il punto di vista altrui, in modo da
comprenderne credenze, aspettative e desideri.
4.
La relazione di amore.
Relazione d’amore:
modo elettivo con cui negli adulti si manifestano il bisogno di
affiliazione e i modelli dell’attaccamento. Definita da un “gioco
psicologico a due”, nel quale occorre negoziare e individuare la
vicinanza interpersonale ottimale: né troppo distanti né troppo
vicini (il dilemma dei porcospini - Schopenhauer).
§
Nella relazione d’amore gli aspetti biologici
di attrazione sessuale si intrecciano strettamente con gli
aspetti sociali:
-
l’attaccamento
-
la cura e la protezione reciproca
-
l’accoppiamento e la condivisione
profonda di scopi e di credenze
§
Varie forme nella relazione di amore:
-
“eros” (amore passionale)
-
“ludus” (amore giocoso)
-
“mania” (amore possessivo)
-
“agape” (amore altruistico)
§
Relazione d’amore e stili di attaccamento
La relazione di amore si costruisce sulla base delle
precedenti esperienze personali, ovvero dello stile di attaccamento
del soggetto:
a)
i soggetti sicuri tendono a credere
nell’amore duraturo e a scegliersi come partner un altro soggetto
sicuro;
b)
i soggetti insicuri tendono a
scegliessi un partner insicuro ma con uno stile di attaccamento
diverso dal proprio, in modo da confermare la percezione di sé e
degli altri.
q
Il bisogno di successo
Bisogno di successo:
articolato nel bisogno di affermazione, di perfezione
e di eccellenza su cui si fonda la motivazione a fare le cose
al meglio.
Chi ha un forte bisogno di successo tende ad
assegnarsi scopi impegnativi ma realistici.
Es1: in un compito che consiste nel lanciare anelli
per riuscire a infilarli in un piolo, i bambini con un elevato
bisogno di successo scelgono di restare a una distanza intermedia
dal piolo: né troppo vicini (compito facile), né troppo lontani
(compito impossibile); per contro, i bambini con un modesto bisogno
di successo scelgono di stare o molto vicini (certezza del successo)
o esageratamente lontani.
Es2: lo stesso fenomeno si osserva con studenti
universitari ed è predittivo dell’attività occupazionale futura:
gli studenti con un bisogno di successo elevato svolgono, da adulti,
attività imprenditoriali con maggiore frequenza rispetto agli
studenti con un modesto bisogno di successo.
Genesi e intensità del bisogno di successo
§
Genesi del bisogno di successo.
Genesi ßà Aspettative genitoriali:
il bisogno di successo appare strettamente associato alla quantità e
alla qualità delle aspettative che le figure di
accudimento nutrono nei confronti dei propri figli. In paricolare:
-
Quando le aspettative genitoriali sono
elevate e realistiche à
vi è una buona probabilità che il figlio sviluppi un
consistente bisogno di successo.
-
quando le aspettative sono troppo alte
ed eccessive (standard irraggiungibili) oppure troppo basse
(standard facili e, al limite, svalutanti) à è probabile che il
bambino cresca con un modesto bisogno di successo.
§
Intensità del bisogno di successo
Alcuni elementi incidenti sull’intensità del bisogno
di successo sono:
-
Incoraggiamento
materno: i bambini con un’elevata motivazione al
successo tendono ad avere madri che li incoraggiano maggiormente
all’indipendenza e che sono inclini a premiare le loro buone
prestazioni con manifestazioni di affetto anziché essere svalutanti
e critiche.
-
Intromissione e irritabilità paterna:
i padri dei bambini con un basso bisogno di successo si
intromettevano di più e si irritavano di più se i loro figli
trovavano difficoltà con il compito.
Bisogno di successo e motivazione al lavoro
Le 3 principali costellazioni motivazionali sottese
al lavoro (Schei):
1.
Motivazione razionale-economica:
legata agli incentivi economici e nella soddisfazione dei bisogni
fondamentali (cibo, sicurezza ecc.) attraverso un programma di
ricompense e di rinforzi.
2.
Motivazione sociale:
legata al soddisfacimento dei bisogni sociali del lavoratore
attraverso i gruppi di lavoro, l’interazione sociale, le attività di
collaborazione e così via.
3.
Motivazione all’autorealizzazione:
riguarda il soddisfacimento dei bisogni di curiosità, di
apprendimento e di successo dei lavoratori. Essi hanno l’esigenza di
essere stimolati, di migliorare e di progredire. L’arricchimento dei
contenuti del lavoro può accrescere sia la motivazione sia la
soddisfazione, mentre i lavori noiosi e ripetitivi tendono a essere
rifiutati. Di conseguenza, la varietà, l’impegno e la difficoltà dei
compiti servono a incentivare i lavoratori e a sostenere la loro
produttività. Il riuscire a fare bene la propria attività consente
di mantenere un buon livello di autostima e un’immagine di sé
positiva e favorevole.
q
Il bisogno di potere
Bisogno di potere:
bisogno di esercitare ovunque sia possibile la propria influenza
e il proprio controllo sulle altre persone. Tale bisogno
a.
si manifesta con un atteggiamento
affettivo positivo nei confronti dei mezzi che favoriscono la
manipolazione e il controllo delle decisioni dell’altro;
b.
nasce da uno stato di disagio e
di insicurezza interiore che si placa soltanto
attraverso la strumentalizzazione degli altri per dimostrare
la propria capacità di dominio sociale.
c.
è traducibile in bisogno di un altro
che, accettando la propria subordinazione e dipendenza, rassicuri e
gratifichi chi ha l’esigenza di potere.
Chi ha un forte bisogno di potere:
d.
mira a occupare posizioni di comando;
e.
mira a concentrare l’attenzione altrui
su di sé;
f.
non teme il confronto e la
competizione;
g.
non esita di fronte a quelle
situazioni, spesso rischiose, da cui può risultare un aumento del
proprio potere e prestigio.
La
relazione di potere.
Il potere può anche essere concepito come una
relazione fra A e B definita dalla presenza di alcuni aspetti:
a)
le risorse possedute da A;
b)
l’asimmetria
(nel senso di A “maggiore di” B);
c)
la sfera del potere (di solito,
il potere di A su B riguarda determinati ambiti dell’esistenza, non
tutti);
d)
la creazione di aspettative (A
ha potere su B, se B si aspetta che, adeguandosi ad A, ottenga dei
vantaggi; oppure che, rifiutando le indicazioni di A, vada incontro
a sanzioni).
e)
la bidirezionalità (se è vero
che A influenza B, è egualmente vero che B influenza A).
In questa prospettiva, possiamo affermare che:
potere
= una relazione asimmetrica, riguardante
ambiti specifici nella quale A, in virtù delle risorse che si
presume disponga, appare in grado di indirizzare e di modificare in
modo intenzionale la condotta di B verso la realizzazione dei propri
obiettivi.
e per la relazione di potere valgono le seguenti
considerazioni:
1.
la relazione di potere è frutto di un
processo di percezione sociale, in
quanto viene attribuita ad A una quantità di risorse (conoscenze,
ruolo, presa di decisione ecc.) superiore a quella di B.
2.
la relazione di potere è caratterizzata
da una forma intrinseca di instabilità, perché
è un continuo oggetto di contrattazione, di negoziazione e di
influenzamento reciproco.
3.
per sua natura, la relazione di potere
è “polemica”, luogo di scontro, di contesa e di rivalità reciproca
fra gli individui o i gruppi. Infatti, per la sua instabilità, la
relazione di potere rimanda al concetto di coercizione
e di costrizione; ma nel momento stesso in cui il potere diventa
coercizione, va incontro al proprio fallimento e alla propria
distruzione
Potere
e leadership.
Leadership:
attività di comando, in grado di prendere decisioni nei
confronti degli altri e di dirigere le loro azioni verso un
determinato traguardo.
Stili
di leadership
in psicologia:
-
autoritario
(accentratore e verticistico)
-
democratico
(partecipativo e condiviso)
-
permissivo
(“laissez-faire”, di delega piena).
Leadership
contestuale o situazionale:
Ogni stile ha vantaggi e svantaggi e non c’è in
assoluto uno stile migliore dell’altro; ma la leadership va sempre
riferita a una determinata situazione e al grado di maturazione
psicologica dei collaboratori.
I
2 profili psicologici di leader:
-
il leader funzionale: centrato
sul raggiungimento degli obiettivi e sulla realizzazione dei
compiti; è attivo e dinamico; possiede idee e strategie per la
soluzione dei problemi
-
il leader socioemotivo:
impegnato a mantenere la coesione del gruppo; si impegna a favorire
i rapporti interpersonali; propone soluzioni di conciliazione in
caso di conflitto ed è pronto alla negoziazione e a rafforzare il
senso di appartenenza del gruppo.
q
La competizione fra le motivazioni
Nella vita quotidiana, le diverse motivazioni
(bisogni) sono intrecciate e, in taluni casi, in competizione fra
loro.
Per affrontare e risolvere questo problema, è
utile concepire la dinamica motivazionale non in modo seriale ma in
parallelo, dando pesi diversi ai vari bisogni e motivi in funzione
dell’obiettivo da perseguire e del contesto di riferimento.
Gerarchia dei bisogni di Maslow
- piramide motivazionale:
modello, secondo cui alcuni bisogni vanno soddisfatti prima che
altri possano essere presi in considerazione. In altri
termini, vi è un ordine nella sequenza dei bisogni che
implica che la soddisfazione dei bisogni più primitivi è la
condizione per l’emergere dei bisogni più evoluti e complessi.
La piramide motivazionale:
1.
alla base si trovano i bisogni
fisiologici (fame, sete, sesso ecc.), connessi alla
sopravvivenza dell’organismo.
2.
una volta soddisfatti questi bisogni,
compaiono i bisogni di sicurezza:
-
bisogno di protezione
-
l’evitamento della paura degli stati di
precarietà e di imprevedibilità, ecc…
3.
sui bisogni di sicurezza si innestano i
bisogni di appartenenza e di attaccamento:
-
bisogno di amore
-
bisogno di affiliazione
-
bisogno di partecipazione, ecc..
4.
quando anche i precedenti bisogni sono
soddisfatti, emergono i bisogni di stima:
-
bisogno di essere rispettato
-
bisogno di essere apprezzato e
approvato
-
bisogno di sentirsi competente, ecc…
5.
al vertice della piramide si trovano i
bisogni di autorealizzazione:
-
il senso della propria identità
-
il compimento delle proprie
potenzialità e aspettative, ecc…
Secondo Maslow si distinguono:
Bisogni di carenza:
i bisogni alla base della piramide sono bisogni di carenza
che scompaiono con il loro soddisfacimento;
Bisogni di crescita:
i bisogni al vertice della piramide che continuano a
svilupparsi man mano che vengono soddisfatti.
q
Le motivazioni come sistemi gerarchici di scopi
Prima ipotesi (McClelland):
le motivazioni vanno intese come sintesi fra
incentivi, pulsioni e abitudini.
Seconda ipotesi:
le motivazioni vanno intese come una meta (o
un valore) che crea aspettative e che guida il comportamento. In
tale ottica si parla di:
comportamento guidato da scopi
(Miller, Galanter e Pribram ): concetto descrivibile attraverso
l’unità TOTE, cioè test, operate, test, exit. Ogni
azione è diretta verso uno scopo e ogni volta che un individuo vuoi
compiere un’azione deve formulare un piano di comportamento per
ottenere lo scopo prestabilito. Alla verifica iniziale della
situazione (test) segue l’azione (operate), che viene, a sua volta,
controllata (test): se il test è favorevole, l’azione è conclusa
(exit); in caso contrario, si effettua una nuova operazione fino al
raggiungimento della meta.
e le motivazioni possono essere ridefiniti nei seguenti
temini:
motivazioni = sistemi gerarchici di scopi
e sistemi di sorveglianza e di controllo sul raggiungimento degli
scopi medesimi:
vi è uno scopo generale che si articola in sottoscopi fino a
raggiungere le singole azioni, tutte orientate per il conseguimento
della stessa meta.
All’interno di questa concezione della motivazione
psicologica viene sottolineata l’importanza dei processi
cognitivi sottesi a:
-
l’individuazione della meta (o
scopi)
-
la valutazione dei mezzi e dei
percorsi per raggiungerla,
-
la verifica delle probabilità di
successo (o di insuccesso),
-
il cambiamento degli
scopi in funzione del variare delle condizioni del contesto
-
la capacità di continuare in
accordo con i propri piani.
Quanto più la meta è rilevante e complessa, tanto
maggiore può essere la variabilità delle situazioni e delle
condizioni che il soggetto deve saper gestire.
Relativamente ai processi cognitivi nelle motivazioni
riveste una forte importanza
lo
stile attribuzionale:
tendenza ad attribuire la causalità degli eventi a
fattori esterni (indipendenti dal soggetto) o a fattori interni
(dipendenti da sé) ai fini della percezione del controllo sulle
azioni per raggiungere la meta prestabilita.
In particolare
-
se le cause del successo sono
attribuite alle abilità del soggetto, egli si sentirà competente e
valido;
-
se le cause dell’insuccesso vengono
attribuite a sé e alle proprie debolezze per far fronte
all’ambiente, egli entrerà in uno stato di impotenza appresa
e di depressione.
-
In entrambi i casi si assiste a
notevoli variazioni della dinamica motivazionale dell’individuo.
La variabile tempo
La variabile del tempo contribuisce a spiegare
in modo rilevante il processo motivazionale nei seguenti termini:
azioni e le mete che in passato sono state associate
a esperienze di successo (o di insuccesso) forniscono precise
aspettative per il futuro, nonché utili indicazioni per il proprio
impegno e sforzo. Il successo e l’insuccesso del passato ipotecano e
condizionano i piani per il futuro, così come le esperienze di
successo (o di insuccesso) del passato e i piani per il futuro
orientano le proprie scelte nel presente.
q
Motivazioni intrinseche ed estrinseche
Motivazione intrinseca:
motivazione a fare un’attività perché è gratificante per se stessa
Motivazione estrinseca:
motivazione a compiere un’azione per ottenere qualcosa d’altro.
Esperimento1:
è stato verificato l’incidenza di questo fenomeno sui bambini: a un
gruppo di essi venne chiesto di fare dei disegni per un certo
periodo di tempo; a un altro veniva detta la stessa cosa e poi
venivano loro dati dei premi; al terzo gruppo veniva detto in modo
esplicito e anticipato che i loro disegni sarebbero stati premiati.
Dopo due settimane si è osservato che i bambini del terzo gruppo
facevano meno della metà dei disegni rispetto ai bambini degli altri
due gruppi, che, invece, avevano prestazioni simili. Di conseguenza,
i premi e le ricompense, che costituiscono motivazioni
estrinseche, possono in determinate circostanze ridurre (anziché
aumentare) l’originaria motivazione intrinseca.
Esperimento2:
Tale situazione è stata verificata anche in altri ambiti,
soprattutto nel comportamento prosociale: le persone che venivano
pagate per aiutare altri, in seguito li aiutavano meno volentieri, e
i bambini che venivano premiati per giocare con un certo bambino,
tendevano in seguito a giocare di meno con lui.
q
Competenza e autoefficacia
La motivazione alla competenza
Il bambino fin da piccolo attraverso l’apprendimento
e in funzione dello sviluppo di capacità cognitive, emotive e
sociali giunge ad avere un progressivo controllo su di sé e
sull’ambiente. Questa condizione costituisce una fonte basilare di
soddisfazione.
Volere raggiungere la competenza in un certo
ambito è un’attività gratificante per se stessa che ben presto
diventa una motivazione autonoma nel bambino. È il piacere di
funzionare per funzionare (il cosiddetto piacere funzionale).
Nota: è sulla base di questa rilevazione che è stata
proposta la distinzione fra motivazione estrinseca e motivazione
intrinseca.
Autoefficacia
La motivazione alla competenza è stata
successivamente approfondita attraverso il concetto di
autoefficacia (self-efficacy):
valutazione della probabilità di portare a compimento con successo
un certo compito (o attività).
L’autoefficacia presuppone:
-
presuppone il buon funzionamento della
propria struttura psichica
-
implica una corretta valutazione dei
rapporti fra le risorse dell’organismo, gli obiettivi da perseguire
e le condizioni ambientali in cui si deve operare.
Declinazione e dinamica motivazionale
Il declinarsi delle varie motivazioni nella vita
quotidiana risulta
-
un processo complesso
-
variabile in funzione dei diversi scopi
e del contesto
-
flessibile per adattarsi attivamente ai
cambiamenti interni ed esterni
-
sufficientemente ricco da coprire i
diversi settori dell’esperienza.
Per contro:
-
la povertà e la rigidità della dinamica
motivazionale depongono a favore di una personalità in difficoltà e
a disagio nel rispondere alla gamma degli interessi personali e
delle sollecitazioni che provengono dal mondo. |