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La Sensazione

 

Sensazioni: sono eventi privati e soggettivi.

È possibile descrivere agli altri le proprie sensazioni, ma nessuno, se non noi, può averne un’esperienza diretta.

 Relazioni psicofisiche : relazione tra lo stimolo fisico (o stimolo distale),  e la sensazione dell’individuo.

Tale relazione:

-          è sistematica nel senso che un certo cambiamento nell’ambiente fisico viene descritto in modo simile da persone diverse;

-          è definita psicofisica perchè vi è correlazione tra variabili fisiche (gli stimoli) e variabili psicologiche (le sensazioni).

 Psicofisica: studio delle relazioni che intercorrono fra gli attributi soggettivamente definibili di una data sensazione e gli attributi fisici controllabili dello stimolo corrispondente.

 

I sistemi sensoriali e la sensibilià umana

Ogni sistema sensoriale è sensibile a una determinata forma di energia fisica:

-          il sistema uditivo risponde a rapide variazioni della pressione dell’aria (il suono);

-          il sistema visivo risponde a specifiche forme di energia elettromagnetica (la luce);

 

La sensibilità dell’uomo agli stimoli ambientali ha dei limiti di vario tipo:

1.       l’uomo è sensibile soltanto alle forme di energia per le quali possiede gli opportuni organi recettori (organi di senso).

Per esempio, siamo circondati dall’energia elettromagnetica proveniente da molte stazioni radiotelevisive, ma, a meno di non avere una radio o una televisione accesa, non percepiamo alcunché.

2.       l’energia a cui l’uomo è sensibile, deve comunque essere abbastanza intensa da produrre una sensazione avvertibile.

3.       un altro tipo di limite della sensibilità si ha nell’avvertire una variazione ell’intensità dell’energia. Per esempio, è necessario che l’intensità di una forite luminosa aumenti o diminuisca di una certa quantità, affinché sia possibile avvertire la variazione. 

La psicologia sperimentale ha iniziato i suoi studi proprio sui limiti della nostra sensibilità. I metodi elaborati per determinare la soglia assoluta e la soglia differenziale furono i primi tentativi di eseguire misurazioni precise in psicologia.

  

q       La misura della sensibilità sensoriale

Tre proposte:

1)       Misura delle soglie: assoluta e differenziale – Legge di Weber

2)       Descrizione della funzione della sensibilità: legge di Fechner

3)       Descrizione della funzione della sensibilità: legge di Stevens

  

Proposta 1: Soglia assoluta - Soglia differenziale – legge di Weber

 

I) Soglia assoluta

Soglia assoluta: valore di energia che segna il confine tra i livelli di energia sufficienti per suscitare una sensazione avvertibile e quelli troppo deboli per farlo. E’ utilizzata per determinare il  livello minimo di energia di uno stimolo fisico capace di  suscitare una sensazione.   

Misurazione:

a.       metodo dell’aggiustamento: si chiede ad un soggetto di aggiustare il livello di intensità di uno stimolo finché esso non comincia a suscitare una sensazione. Svantaggio: non è molto preciso: 1) ogni volta che ai soggetti viene richiesto di ripetere la procedura l’intensità della soglia viene fissata a un valore lievemente differente; 2) si ottengono differenze di valutazione a seconda se lo stimolo viene aggiustato aumentandolo, o aggiustato diminuendolo (errore della direzione della serie)

b.       metodo degli stimoli costanti: un certo numero di stimoli di differente intensità viene presentato più volte, in ordine casuale, a dei soggetti. Per ogni stimolo presentato il soggetto deve riferire se ha avvertito o meno una sensazione (con un SI o un NO). Si considera come soglia assoluta il valore dello stimolo che nel 50 per cento dei casi ha la probabilità di suscitare la sensazione corrispondente (valore liminare). 

Il metodo degli stimoli costanti è stato elaborato nel tentativo di ottenere misurazioni più coerenti.

 

II) Soglia differenziale

Definizione:

Soglia differenziale o Just Noticeable Difference (JND): rappresenta il minimo valore di energia con cui uno stimolo fisico deve essere variato perchè la variazione sia avvertita. E’ utilizzato per misurare la sensibilità si ha nell’avvertire una variazione nell’intensità dell’energia. 

Misurazione

metodo degli stimoli costanti: in ogni prova viene presentata una coppia di segnali di intensità differente (invece di un singolo segnale di una certa intensità come nel caso della soglia assoluta): lo stimolo standard tenuto costante e lo stimolo di paragone variabile. Il soggetto deve riferire se è in grado di cogliere una differenza tra i due stimoli. Si considera soglia differenziale  il valore della differenza che viene rilevato nel 50 per cento delle volte. (Vi è una gamma di differenze di intensità così piccole da non suscitare quasi mai un giudizio di differenza, una gamma di differenze di intensità abbastanza grandi da farlo quasi sempre, e una gamma intermedia in cui l’entità delle differenze a volte viene percepita e altre volte no. Questa differenza è nota come differenza appena rilevabile o Just Noticeable Difference, Jnd).

 

III) Legge di Weber (per la soglia differenziale)

Weber verificò che la soglia differenziale (AR) di ciascun tipo di stimolo è una frazione (o proporzione) costante (K) dell’intensità dello stimolo (R) iniziale; cioè:

K=AR/R   à legge di Weber; K= costante di Weber

 

Proposta 2: Descrizione della funzione della sensibiltà: legge di Fechner

 Un altro modo misurare le nostre capacità sensoriali è esaminare in che modo può variare la sensazione S al variare continuo dell’intensità della stimolazione R (dal tedesco Reiz), cioè descrivere la funzione S=f(R).  

I) Legge di Fechner:

 S =c logR + C

dove c è la costante di proporzionalità di Weber e C una costante di integrazione.

 Le ricerche condotte per le diverse modalità sensoriali hanno dimostrato la validità della legge di Fechner a un livello di approssimazione decisamente soddisfacente, salvo che per i valori più alti e più bassi delle scale di intensità.

 II) Metodo della stima di grandezza e Legge di Stevens

 Metodo stima di grandezza (magnitude estimation): si presenta uno stimolo con una certa intensità di luce e si dice al soggetto che ha una chiarezza pari a un numero N (es 10). Per ogni altro stimolo presentato di intensità diversa, si chiede al soggetto di associarla a un numero che ne rappresenti la chiarezza relativamente al primo stimolo. (Es: se i soggetti credono che la seconda luce sia due volte più luminosa della prima, assegneranno a essa il numero 20; se pensano che la chiarezza sia la metà, sceglieranno il numero 5 ecc.). Da ciò si ricava un’indicazione precisa del valore medio assegnato a ognuna.

Per la luce: gli aumenti nell’intensità della luce producono cambiamenti progressivamente più piccoli nella chiarezza in conformità con la legge di Fechner.

 Per gli stimoli in genere: Stevens stabilì che la legge di Fechner era applicabile solo per certi tipi di stimolazione. Per esempio, la stima di grandezza della sensazione suscitata da una scossa elettrica al crescere dell’intensità della scossa, aumenta dapprima lentamente, poi più rapidamente  – l’opposto del risultato predetto dalla legge di Fechner.

 

Legge di Stevens

Nello studio della psicofisica soggettiva, Stevens propose la legge di potenza, secondo cui la sensazione (S) è proporzionale all’intensità dello stimolo (I) elevata a una certa potenza (n):

 S= k In  

q       La teoria della detezione del segnale

 I concetti di soglia assoluta e di soglia differenziale sono fondati sull’idea che, quando viene presentato uno stimolo a un soggetto, questi o lo rileva o non lo rileva. Ma questa rivelazione è associata con i processi di decisione, in quanto il soggetto deve decidere la presenza (o assenza) di uno stimolo rispetto a un rumore di fondo.

Egli ha quindi un compito di rilevazione dello stimolo secondo quattro possibilità:

-          H: dire si  (che il segnale esiste) quando questo esiste realmente;

-          FA (falso allarme): dire si  quando vi è solo rumore di fondo;

-          O (omissione): dire no (che il segnale non esiste) quando questo esiste realmente;

-          RC (rifiuto corretto): dire no  quando il segnale non esiste davvero. 

Teoria della detenzione del segnale: negli esperimenti per la misurazione della sensibilità sensoriale bisogna tener conto di una sovrapposizione  tra la sensibilità dell’organismo e il criterio soggettivo di decisione. In tal senso vi può essere:

-          un atteggiamento più di azzardo (gambler)

-          un atteggiamento più prudente (conservative).

Chi azzarda sceglie di compiere più H che RC, ma in questo modo aumenterà il numero degli FA; chi è prudente opterà per gli RC, ma in tal modo aumenterà gli O.

Sicchè l’errore che si commette negli esperimenti di psicofisica è quello di attribuire alla sensibilità  fattori che dovrebbero essere riferiti ai processi di decisione del soggetto.

 

L’UDITO

 q       Gli stimoli uditivi

 Lo stimolo ambientale che normalmente produce la sensazione sonora è una rapida variazione della pressione dell’aria che giunge all’organo dell’udito. Le rapide variazioni di pressione dell’aria causate dalla vibrazione della superficie di un oggetto si propagano a una velocità di circa 330 metri al secondo, in modo tale che una configurazione di variazioni simile, ma più debole, si produca in prossimità degli orecchi. 

L’onda sonora. Il suono è una variazione della pressione atmosferica registrata dall’organo dell’udito. Queste variazioni hanno la forma di onde che, di solito, si propagano nell’aria. Un oggetto, passando da uno stato di quiete a uno stato di vibrazione, produce una serie di compressioni (quando l’oggetto si muove verso l’esterno) e rarefazioni (quando l’oggetto si muove verso l’interno).

Per vibrazione si intende il passaggio dallo stato di quiete a una estremità e poi all’altra dell’oscillazione per giungere infine al punto di partenza. Essa viene detta periodo.

La vibrazione si caratterizza per

-          la frequenza: il numero di periodi per secondi, o hertz (Hz) e determina la tonalità o altezza (il suono appare grave se la frequenza è bassa, acuto se è alta).

-          l’ampiezza (cioè, la grandezza delle vibrazioni) dipende dall’energia che mette in moto il corpo stesso e determina l’attributo dell’intensità (il suono appare debole o forte).. 

La maggior parte delle persone può sentire toni di frequenza variabile tra i 20 e 20.000 Hz, e la sensibilità ai toni compresi entro questa gamma può differire da un individuo all’altro.   

 

q       Teorie dell’udito 

Il problema principale posto dall’udito consiste nel capire

 come gli impulsi nervosi vengano codificati per fornire differenti tipi di informazione acustica. 

-          Teoria topica (o teoria della sede di stimolazione): i suoni di frequenza differente attivano zone differenti della membrana basilare del dotto cocleare. In tal modo, l’informazione relativa all’altezza dei suoni (toni) viene codificata mediante la stimolazione di definite parti dell’organo di Corti che risponderebbero in modo specifico a suoni di differente tonalità. 

Una difficoltà della teoria topica è che non tutte le frequenze sembrano causare modificazioni della membrana maggiori in certi punti che in altri. Infatti, solo le frequenze alte (toni alti) sembrano far questo; l’informazione sull'altezza delle frequenze più basse (toni gravi) deve essere trasmessa altrimenti. 

-          Teoria della frequenza (o della scarica): l’informazione relativa all’altezza dei suoni è codificata in funzione del ritmo con il quale le cellule acustiche ciliate vengono attivate.  

In effetti, per una vasta gamma di frequenze vi è corrispondenza tra la frequenza di un tono e la frequenza degli impulsi che raggiungono il cervello attraverso le vie acustiche. In pratica, gruppi distinti di fibre condurrebbero scariche di impulsi, sfasate fra un gruppo e l’altro e in successione, in modo da realizzare una frequenza sommata corrispondente a ciascuna frequenza sonora udibile. Tale processo vale soprattutto per le frequenze basse. Il numero di fibre che entrano in azione in ogni gruppo aumenterebbe con l’aumentare dell’intensità del suono, permettendo così alla corteccia di discriminare – oltre alla tonalità – anche l’intensità del suono stesso.

  

q       La localizzazione dei suoni 

La capacità di localizzazione dei suoni ci permette di discernere il suono dello voce di una, persona durante una festa affollata, o di renderci conto, quando andiamo in bicicletta, che un’automobile si sta avvicinando alle nostre spalle.

La localizzazione dei suoni avviene grazie a lievi differenze nel modo in cui un suono arriva separatamente alle due orecchie. Esistono due tipi di differenze:  

-          Differenza di tempo, per la quale un suono proveniente dalla nostra sinistra arriva lievemente prima  l’orecchio sinistro che per quello destro (e viceversa). Questa differenza è specialmente utile per i suoni a bassa frequenza (meno di 2.000 Hz).

-          Differenza di intensità,  per la quale un suono proveniente dalla nostra sinistra arriva con una intensità lievemente maggiore per l’orecchio sinistro che per quello destro (e viceversa). Questa differenza è più utile per i suoni a frequenza elevata (ciò dipende dal fatto che una differenza di tempo è più facilmente rilevabile nel caso di basse frequenze, mentre le frequenze elevate, per raggiungere l’altro lato della testa, perdono una maggiore quantità di energia)  

 

LA VISIONE 

La visione è il più importante sistema sensoriale. È il sistema dal quale otteniamo più informazioni, e la sua perdita è terribilmente penosa. 

q       Gli stimoli visivi 

I nostri occhi sono sensibili a una ristretta gamma di energia elettromagnetica, di lunghezza d’onda compresa tra i 400 e i 760 nm. Questa gamma è nota come spettro visibile o, più semplicemente, luce.

Le varie sorgenti di luce differiscono per

-          chiarezza

-          bianchezza

in funzione, tra l’altro, della quantità di energia proveniente dalle diverse parti dello spettro.  

Le configurazioni luminose

L’esperienza visiva riguarda complesse configurazioni luminose:

-          configurazioni spaziali:  definite dalle variazioni della luce nel campo visivo

-          configurazioni temporali: definite dalle variazioni della luce nel tempo.  

La nostra capacità di interpretare questi due tipi di configurazione ha dei limiti. Si parla a tale proposito di :

-          acuità visiva (misurata dal test di Snellen) , ossia la capacità di discernere dettagli sempre più fini delle configurazioni spaziali della luce;

-          acuità temporale, ossia la capacità di discernere rapide variazioni della luce nel tempo. (Per esempio, una normale lampada fluorescente non è continuamente accesa; la luce va e viene 60 volte al secondo, senza che ce ne rendiamo conto).

 

Campo visivo e grandezza degli oggetti.

Se si sta in piedi al centro di un grande cerchio, la visione combinata di entrambi gli occhi, il campo visivo, comprende più di 200 gradi (dei 360 della circonferenza del cerchio).

La grandezza di un oggetto che appare nel campo visivo dipende sia dalle sue dimensioni fisiche, sia dalla sua distanza dall’osservatore. Ecco perché è utile riferire la grandezza di un oggetto all’ampiezza del campo visivo che esso occupa; cioè quanti gradi della circonferenza del cerchio immaginario che circonda l’osservatore vengono da esso occupati. In questo caso la grandezza dell’oggetto viene espressa in gradi di angolo visivo. Per esempio, l’unghia di un dito, vista alla distanza di un braccio, ha una larghezza di circa un grado di angolo visivo.

 

Lo stimolo visivo e i reticoli.

Stimolo visivo: (al pari delle onde sonore semplici) è una variazione periodica regolare della chiarezza nello spazio.  

Reticolo: onda sinusoidale originata dalla successione delle variazioni periodiche regolare della chiarezza nello spazio.

Ogni reticolo è definito da due parametri fisici:

-          la frequenza spaziale: data dal numero di cicli per unità di angolo visivo;

-          il contrasto: definito dalla differenza di chiarezza tra la banda più luminosa del ciclo e quella più scura.

 

q       L’occhio

L’occhio proietta un’immagine dello stimolo sulla sua parete posteriore. Questa parete è rivestita internamente da un complesso tessuto detto retina. È nella retina che le cellule sensibili alla luce convertono l’immagine proiettata in una informazione nervosa.

Sulla retina vi sono due punti di riferimento principali: la fovea e il punto cieco. La fovea (o macula lutea) è una piccola area della retina situata dietro il cristallino. Essa si trova al centro del campo visivo, dove l’acuità visiva è massima. Il punto cieco (o macula cacca), situato al centro di un fitto reticolo di vasi sanguigni, è l’area in cui i vasi sanguigni e i neuroni attraversano la parete dell’occhio ed è completamente insensibile alla luce. 

Coni e bastoncelli. Nella retina vi sono due tipi di cellule sensibili alla luce, diverse anzitutto per la loro forma:

- bastoncelli: circa 120 milioni; sono distribuiti sulla maggior parte della retina (a parte la fovea e il punto cieco), ma la loro concentrazione è maggiore nell’area di qualche grado al di fuori della fovea. I bastoncelli sono più sensibili alla luce, e perciò dipendiamo da essi per vedere di notte o in condizioni di scarsa luminosità. Benché sensibili alla luce, non sono in grado di distinguere i colori.

- coni: circa 6-8 milioni di coni. La maggioranza dei coni si trova nella fovea, essi sono in grado di cogliere i dettagli più fini e di percepire i colori; funzionano meglio alla luce del giorno o con luce intensa.

 

q       L’adattamento visivo: visione scotopica e visione fotopica.

Adattamento visivo: adeguamento della sensibilità visiva in risposta alle variazioni del livello di illuminazione. Per l’adattamento è importante la differenza tra coni e  bastoncelli nella sensibilità alla luce e nella velocità con cui avvengono lo scolorimento e la ricostituzione del pigmento.

Visione scotopica e acromatica: corrisponde all’adattamento all’oscurità. Ha luogo quando si lascia un ambiente illuminato e si entra in un ambiente scuro

Visione fotopica e cromatica: corrisponde all’adattamento alla luce () ha luogo quando questa sequenza viene invertita. 

Il processo fondamentale della visione è di tipo fotochimico: è la scomposizione o lo scolorimento di pigmenti chimici nei coni e nei bastoncelli (per esempio, la rodopsina) a trasformare l’energia chimica in impulsi nervosi. In buona parte, il fenomeno dell’adattamento alla luce e all’oscurità può essere spiegato nei termini dell’equilibrio tra lo scolorimento e la ricostituzione dei pigmenti nei coni e nei bastoncelli. 

 

q       Immagini consecutive negative e positive 

Immagine consecutiva negativa: visone di una regione illusoria scura su uno schermo che in verità è uniformemente illuminato. Ciò si verifica quando si espone, anche per pochi secondi, zone differenti della retina a intensità differenti di luce, il che produce differenti gradi di adattamento alla luce. Guardando lo schermo illuminato uniformemente, la zona della retina resa meno sensibile alla luce fa sì che sullo schermo si veda una regione illusoria più scura, perchè la regione meno sensibile della retina invia sensazioni più deboli al cervello, come se quella parte dell’immagine riflettesse realmente meno luce.

 

q       Contrasto al margine

L’attività nervosa che ha luogo nella rete di cellule che si trovano sopra i coni e i bastoncelli è complessa.

Due importanti interazioni  nervose che hanno luogo nella retina sono:

-          la confluenza: molti coni e bastoncelli convergono nel trasmettere il messaggio a una sola cellula ganglionare. In tal modo l’attività della medesima cellula ganglionare può rispondere alla stimolazione proveniente da una regione della retina più vasta rispetto al singolo cono o bastoncello, ed essere perciò più sensibile. Tuttavia, l’aumento dell’area di sensibilità è accompagnato da una relativa perdita di informazione spaziale, poiché la scarica della cellula ganglionare non è sufficiente a stabilire quale dei coni o dei bastoncelli sia stato stimolato.

-          l’inibizione laterale à il contrasto al margine: la stimolazione di una cellula recettrice provoca l’inibizione dell’attività nelle cellule vicine. L’inibizione laterale provoca un’accentuazione del contrasto marginale, che aiuta a discernere i contorni delle forme.