| La
questione è:
l’atteggiamento influenza il comportamento? E in generale quale
relazione si stabilisce tra atteggiamento e comportamento
manifesto (non intenzione comportamentale)?
Qualcuno
ha avanzato l’ipotesi di assenza di correlazione fra
atteggiamenti e altre risposte verbali, da un lato, e
comportamento manifesto, dall’altro, o comunque una visione
pessimistica della possibilità in tale intento.
Allora,
tutti i risultati empirici concordano nel dimostrare che la
domanda: “Esiste correlazione fra atteggiamenti e
comportamento?” non si è rivelata molto fruttuosa, perché è
troppo globale e indifferenziata. Ciò che bisogna chiedersi è:
“Quando
c’è correlezione fra atteggiamenti e comportamento?”;
“Quali
fattori influenzano l’ampiezza della correlazione, se e quando
essa è presente?”;
“Attraverso
quali processi gli atteggiamenti influenzano il comportamento?”.
q
La corrispondenza fra misure
dell’atteggiamento e del comportamento
Il
problema è quello di riuscire a prevedere se e quando ci sarà un
comportamento congruente in presenza di un atteggiamento
specifico.
Una
delle critiche metodologiche più frequenti nella
misurazione dell’atteggiamento e del comportamento riguarda
la scarsa corrispondenza fra gli indici misurati negli
atteggiamenti e quelli misurati nel comportamento (scarsa
corrispondenza tra le misure in termini di specificità).
Di seguito vediamo come, una forte corrispondenza fra le
misure attitudinali e comportamentali sia un prerequisito
importante per riscontrare correlazioni elevate fra atteggiamento
e comportamento.
Tuttavia, mentre alcuni definiscono la corrispondenza
relativa alle componenti dell’azione, del bersaglio, del
contesto e del tempo in entrambe le misure (prima ipotesi), i
contributi più recenti hanno aggiunto alcune altre
caratteristiche della corrispondenza, come la funzione degli
atteggiamenti e del comportamento (seconda ipotesi), oppure il
focus cognitivo-affettivo di entrambi gli elementi (terza
ipotesi).
·
Prima ipotesi:
azione, bersaglio, contesto, e tempo come indici specifici.
Gli
atteggiamenti e il comportamento sono caratterizzati da quattro
elementi specifici diversi:
1.
l’azione (quale comportamento è messo in atto: per esempio,
votare, aiutare qualcuno, acquistare qualcosa);
2.
il bersaglio
(a quale bersaglio è diretto il comportamento: per esempio,
un candidato politico, un amico intimo o un nuovo prodotto);
3.
il contesto
(in quale situazione si osserva il comportamento: per esempio,
in un sistema politico totalitario o democratico, pubblicamente o
in privato, con un portafoglio pieno o vuoto);
4.
il tempo (qual
è il momento preciso in cui il comportamento si verifica: per
esempio, nella primavera del 1998, subito o nei due anni
successivi).
Numerosi
studi non sono riusciti a far corrispondere gli indici di
specificità dell’atteggiamento con quello del comportamento.
Abitualmente
-
gli atteggiamenti
sono misurati attraverso indici globali, che
specificano solo uno (per lo più il bersaglio) o due degli
elementi indicati (“Vi piace o no un certo candidato
politico?”).
-
per converso, il comportamento
è misurato con indici specifici, poiché
contemplano tutte e quattro le dimensioni
La
correlazione fra atteggiamenti e comportamento sembra più forte
quando gli indici mostrano una corrispondenza elevata.
Ciò
non implica che gli atteggiamenti generali – cioè specifici
solo in termini di un determinato indice (es, il bersaglio) non
siano di alcuna utilità nel prevedere il comportamento. Infatti:
nella misura in cui anche il comportamento è concettualizzato in
modo generale, si può riscontrare una forte relazione fra
atteggiamenti e comportamento.
·
Seconda ipotesi:
gli attributi salienti e
le funzioni salienti come indici specifici
Alcuni
autori hanno dimostrato che
gli atteggiamenti e il comportamento mostrano correlazioni più elevate
quando gli attributi o le funzioni degli atteggiamenti che sono
salienti al momento della valutazione corrispondono agli attributi
o alle funzioni salienti al momento dell’esecuzione del
comportamento.
·
Terza ipotesi:
aspetti salienti dei concetti cognitivi ed affettivi come indici
specifici
Altri
risultati di ricerca hanno condotto all’ipotesi che
gli atteggiamenti e il comportamento mostreranno una forte
corrispondenza ogniqualvolta ci sia una corrispondenza fra gli
aspetti salienti di entrambi i concetti, a livello cognitivo e
affettivo.
q
Caratteristiche particolari
dell’atteggiamento
Atteggiamenti
caratterizzati da coerenza affettivo-cognitivo
La
stragrande maggioranza delle ricerche che hanno preso in esame la
relazione tra atteggiamenti e comportamento hanno però ridotto
gli atteggiamenti alla loro componente affettiva, tralasciando
quella cognitivo e comportamentale, perché
-
è più facile misurare le
affermazioni di tipo valutativo, per esempio con una scala Likert;
-
nei casi in cui
la componente affettiva può riassumere adeguatamente bene un
atteggiamento complesso (per esempio, quando c’è coerenza tra
le componenti affettiva e cognitiva), è sufficiente conoscere
tale componente affettiva per prevedere con una discreta sicurezza
il comportamento.
Gli
atteggiamenti caratterizzati da una scarsa coerenza
affettivo-cognitiva sono relativamente instabili nel tempo: quando
le persone avvertono la presenza di uno squilibrio nella propria
struttura di atteggiamento, cercheranno di modificare una o
entrambe le componenti responsabili dell’incoerenza, per
ristabilire una situazione di equilibrio. La vulnerabilità
dell’atteggiamento preclude la possibilità di prevedere il
comportamento da esso stimolato.
In
generale, allora:
gli atteggiamenti internamente coerenti, cioè caratterizzati
da una forte coerenza affettivo-cognitiva,
saranno indici più attendibili del comportamento
successivo, perchè più stabili nel tempo.
In
particolare
i sentimenti e le valutazioni che le persone esprimono nei
riguardi di un particolare oggetto sono indici affidabili della
loro opinioni in proposito, solo se coerenti con la dimensione
cognitiva.
Atteggiamenti
complessi e differenziati
Anche
in caso di atteggiamento internamente coerenti, un’unica
risposta affettiva, di per sé, non è sempre in grado di
rappresentare in modo appropriato l’universo delle credenze
riguardanti un particolare oggetto di atteggiamento. Quando
l’atteggiamento è molto complesso e differenziato, si fa
l’ipotesi che sia più facile prevedere il comportamento quando,
oltre alla risposta affettiva, si considera anche il complesso
sistema delle credenze di una persona sull’oggetto di
atteggiamento (la componente cognitiva). Ciò significa che è
meglio prendere in esame l’intera struttura dell’atteggiamento.
Relazione
tra atteggiamenti e comportamento direttamente esperito
Un
fattore importante che permette alla sola componente affettiva di
un atteggiamento di essere diagnostica per il comportamento – e
più in generale di stabilire una relazione tra atteggiamento e
comportamento- è la presenza o meno di un’esperienza diretta
con il comportamento. A tale proposito esistono due visioni
differenti:
Prima
visione:
-
più i soggetti hanno esperienze personali dirette
con l’oggetto che si domanda loro di valutare, più tenderanno
ad organizzare i loro atteggiamenti in modo gerarchico e
complesso, e meno tale struttura si presterà ad essere
illustrata da un singolo fattore affettivo.
-
per gli atteggiamenti che non si fondano su
un’esperienza diretta (es, verso il consumo della
marijuana), l’indice che misura la risposta affettiva può
riassumere assai bene l’intera struttura dell’atteggiamento.
Seconda
visione
-
il repertorio
comportamentale delle persone che hanno avuto esperienze
dirette con l’oggetto di atteggiamento è più ampio. Ciò
significa che la loro conoscenza di tale oggetto è maggiore, e
che le strutture dell’atteggiamento sono più complesse, Queste
strutture complesse non sono riassumibili in un’unica
valutazione affettiva; tale valutazione non sarà pertanto un
indice adeguato per prevedere il comportamento.
-
D’altra parte, si postula
che gli atteggiamenti che sono acquisiti tramite un’esperienza
diretta, anche se più
complessi, sono più facilmente distinguibili dagli altri
atteggiamenti possibili, più stabili nel tempo, e più
convincenti. Tali atteggiamenti accresce
pertanto più disponibili e consentono una migliore
previsione del comportamento.
Visione
integrata
La
contraddizione tra le due ipotesi
è risolvibile se si assume che la relazione fra la
profondità dell’esperienza personale con l’oggetto di
atteggiamento e il potere predittivo dell’atteggiamento sia
curvilinea.
Infatti:
-
nelle prime fasi
dell’esperienza diretta, gli atteggiamenti che il soggetto
sviluppa verso l’oggetto di atteggiamento sono particolarmente
efficaci nel prevedere il suo eventuale comportamento in merito
(grazie ai meccanismi di mediazione quali la maggiore disponibilità);
-
con l’approfondirsi
dell’esperienza diretta, tuttavia, la struttura
dell’atteggiamento diviene sempre più complessa, sino al punto
in cui una semplice risposta affettiva non sarà più in grado di
rappresentarla adeguatamente. Da questo istante, le ulteriori
esperienze dirette renderanno sempre più arduo fare previsioni
sul comportamento, basandosi sulla sola componente affettiva
dell’atteggiamento.
-
tuttavia, questo declino
nella prevedibilità del comportamento può essere interamente
compensato se si aggiunge una misura cognitiva
dell’atteggiamento.
È proprio in questo caso che gli atteggiamenti che si
fondano su esperienze dirette – rispetto agli altri
atteggiamenti – si rivelano indici più accurati del
comportamento.
Vie
centrali e vie periferiche
Il
modo in cui si formano gli atteggiamenti è un tema centrale nel
modello della probabilità di elaborazione di Petty e Cacioppo
e nel modello dell’elaborazione sistematica-basata su
euristiche di Chaiken. Nel modello della probabilità di
elaborazione, Petty e Cacioppo partono dal presupposto che
esistano due percorsi distinti nella formazione e nel cambiamento
di atteggiamento: la via centrale e la via periferica (una
distinzione simile è compiuta nel modello dell’elaborazione
sistematica vs quello basata su euristiche).
Gli atteggiamenti si formano o sono modificati attraverso
la via centrale, ogniqualvolta il soggetto è motivato ed è
capace di elaborare l’informazione rilevante in maniera
completa, esaustiva ed elaborata. In questo caso, il contenuto
dell’atteggiamento dipenderà in primo luogo dalle informazioni
attendibili e valide sull’oggetto di atteggiamento. Tuttavia, se
il soggetto non è motivato, oppure non è capace, di elaborare le
informazioni rilevanti in maniera esaustiva, gli atteggiamenti si
formeranno e si modificheranno attraverso la via periferica. In
queste condizioni, gli atteggiamenti non si formano (o non si
modificano) considerando le informazioni convincenti che sono
rilevanti per l’atteggiamento, ma affidandosi ad alcuni indizi
periferici, come la credibilità della fonte oppure il numero di
persone che difendono una certa posizione attitudinale.
Circa
la relazione fra atteggiamenti e comportamento, Petty e Cacioppo
ipotizzano che
gli atteggiamenti formati o modificati mediante la via
centrale siano più efficaci del prevedere il comportamento
rispetto agli atteggiamenti formati attraverso la via periferica.
Questa
ipotesi è stata confermata da Petty, Cacioppo e Schumann e da
Cacioppo e collaboratori.
q
Fattori di personalità
Il
grado di coerenza tra atteggiamento e comportamento è determinato
anche da particolari fattori di personalità.
·
L’autocontrollo.
-
Le persone dotate di scarso autocontrollo –
cioè le persone che si comportano in modi estremamente
diversi a seconda dei loro stati interni, delle loro disposizioni,
atteggiamenti, ecc. – mostrano una corrispondenza
più elevata fra atteggiamenti e comportamento, rispetto a
chi gode di maggiore autocontrollo.
Questa
maggiore corrispondenza è imputabile, almeno in parte, alla
tendenza a preferire le situazioni dove possano esprimere
apertamente i propri atteggiamenti e tradurli più facilmente in
azioni.
-
Per decidere come comportarsi, le persone con elevato
autocontrollo si servono principalmente degli indizi situazionali
o delle eventuali reazioni mostrate dai loro partner interattivi
à
il
loro comportamento non riflette pertanto stati interni come
emozioni o atteggiamenti, e varia enormemente da situazione a
situazione.
·
L’autoconsapevolezza
oggettiva
Una
più elevata correlazione fra atteggiamenti e comportamento è
stata riscontrata anche nelle persone dotate di una maggiore
“auto-consapevolezza oggettiva”. L’autoconsapevolezza può
riferirsi ad un tratto o ad uno stato psicologico. La persona che
è molto consapevole di sé (per via di un tratto di personalità
o di giudizi relativi alla situazione) rivolge la propria
attenzione primariamente al sé, ovvero ai propri sentimenti,
emozioni, norme, atteggiamenti e altri stati interni, mentre in
una persona con scarsa autoconsapevolezza l’attenzione è
diretta alle altre persone, all’ambiente personale o
impersonale.
·
La coerenza con
se stessi (self-consistency).
Per
alcuni è pressoché assodato che solo per le persone che
definiscono se stesse come relativamente coerenti (self-consistent)
in situazioni diverse la correlazione fra atteggiamenti e
comportamento può essere elevata.
Si
è mostrato che la coerenza nel comportamento passato produce una
covariazione maggiore fra atteggiamenti e comportamento, e
viceversa per la variabilità nel comportamento passato.
q
Altri fattori che influenzano il comportamento: i modelli della relazione
fra atteggiamento e comportamento
Gli
atteggiamenti non possono essere degli indici predittivi
attendibili quando la situazione in cui ha luogo il comportamento
è tale da imporre limiti alla sua espressione, al punto da
rendere impossibile qualsiasi azione individuale. Il più studiato
fattore situazionale di questo tipo è la presenza di una norma
sociale molto potente in una situazione specifica.
·
Teoria
dell’azione ragionata – teoria del comportamento pianificato
Fishbein
e Ajzen (1975) hanno proposto un modello degli atteggiamenti e del
comportamento che incorpora, come fattore predominante, la
componente delle norme sociali. Questo modello è
detto teoria dell’azione ragionata, e la sua versione
ampliata teoria del comportamento pianificato.
Essi rappresentano la concezione più illustre ed influente sulla
relazione fra atteggiamenti e comportamento.
(A)
Teoria dell’azione ragionata
In
questo modello si assume due determinanti
1)
Determinante del
comportamento: l’intenzione che la persona ha di
compierlo (o di non compierlo)
L’intenzione comportamentale è determinata innanzitutto
dalla valutazione positiva o negativa del comportamento da parte
del soggetto, o, in altre parole, dagli atteggiamenti
verso il comportamento.
L’atteggiamento di una persona verso il comportamento (per
esempio, risparmiare energia) dipende:
-
dall’aspettativa
o credenza (la probabilità soggettiva) che questo
comportamento provocherà una determinata conseguenza positiva o
negativa (per esempio, “risparmiare energia rende la vita meno
comoda”, oppure “risparmiare energia contribuisce alla tutela
dell’ambiente”)
-
dal valore positivo
o negativo attribuito a queste conseguenze (“la diminuzione di
comodità è negativa” oppure “la tutela dell’ambiente è
positiva”).
Per prevedere l’atteggiamento si esegue una somma pesata:
si moltiplicano le componenti del valore e dell’aspettativa
associate a ciascuna conseguenza comportamentale e si sommano
questi prodotti.
Le teorie dell’azione ragionata e del comportamento
pianificato sono descritte pertanto come modelli del
valore-aspettativa.
2)
Determinante
dell’intenzione comportamentale: la norma soggettiva =
il giudizio della persona circa l’eventualità che le altre
persone più significative, come gli amici, il partner, ecc. si
aspettino da lei quel particolare comportamento.
Di nuovo, la norma soggettiva è il prodotto di due fattori:
-
le credenze normative =
le aspettative delle altre persone più significative sul
comportamento della persona in questione;
-
la motivazione
di quest’ultima a conformarsi a tali
aspettative.
(B)
La teoria del comportamento pianificato
E’
la versione ampliata della teoria del comportamento pianificato,
da cui si differenzia perchè include anche un terzo fattore
-
la
percezione di controllo sul comportamento:
concettualizzata come l’aspettativa circa la facilità o la
difficoltà di esecuzione del comportamento in oggetto.
Questa
estensione si rese necessaria perché il modello originario
consentiva di prevedere il comportamento solo nei casi in cui si
trovava sotto il controllo volitivo. Tuttavia, quando il controllo
percepito, o effettivo, sul comportamento era incompleto, il
modello ampliato consentiva di effettuare previsioni molto più
accurate. Incorporando la componente del “controllo sul
comportamento”, le previsioni del comportamento sono più
accurate di quelle compiute a partire dalla versione originaria
della teoria dell’azione ragionata.
Il
soggetto può sentirsi insicuro delle proprie capacità di
eseguire un certo comportamento, come quando si aspetta che
accadano eventi ad esso contrari (per esempio, eventi come
rompersi una gamba, o avere molta fretta, sono in conflitto con le
intenzioni di conservare l’energia usando la bicicletta).
-
Dal canto suo, la percezione
di controllo sul comportamento dovrebbe influenzare le intenzioni
(se le persone pensano di non essere capaci di eseguire un
determinato comportamento, è probabile che saranno poco motivate
a tentare).
-
Dall’altro lato, la
percezione di controllo dovrebbe influenzare direttamente il
comportamento, se il controllo percepito corrisponde in parte al
controllo effettivo (se il soggetto non possiede le doti atletiche
necessarie per essere un buon giocatore di tennis è probabile che
non riesca a vincere una partita, anche se ha tutta l’intenzione
di farlo).
Modelli
alternativi
Ricerche
hanno prodotto dati non del tutto coerenti con questi modelli.
Oltre agli atteggiamenti, alle norme sociali e alla percezione di
controllo, ad influenzare la relazione tra atteggiamento e
comportamento (facilitare o ostacolare) ci sarebbero altri
fattori, quali:
-
le
abitudini,
che sembrano esercitare un’influenza diretta sul comportamento,
e non (come postula il modello dell’azione ragionata) mediata da
norme sociali o atteggiamenti
-
il sentirsi moralmente obbligati a mostrare
un certo comportamento
-
le implicazioni del comportamento per l’identità
personale.
Ciò
ha spinto diversi autori a mettere in discussione la validità
generale dei modelli dell’azione ragionata e del comportamento
pianificato, e a proporre dei modelli alternativi, o delle
versioni ampliate (es un modello composito degli atteggiamenti e
del comportamento che sintetizza diverse variabili del modello
dell’azione ragionata, e altre variabili menzionate sopra, come
le abitudini e gli atteggiamenti nei confronti dei bersagli (oltre
agli atteggiamenti nei confronti del comportamento) e le
implicazioni per l’identità personale).
L’ottimizzazione
Simon
ha criticato l’assunto, che sta alla base del modello
dell’azione ragionata, secondo cui le decisioni sono compiute in
modo razionale. Secondo l’autore, i limiti nella capacità di
elaborazione dell’informazione degli esseri umani fanno sì che
le persone non cerchino di “ottimizzare” i risultati che
possono ricavare dalle decisioni comportamentali, ma che si
considerino in generale “soddisfatte” di qualunque risultato
che superi il livello di aspirazione soggettivo. Gli individui
lottano non per ottenere il massimo, ma per raggiungere risultati
anche molto inferiori al livello più alto teoricamente
raggiungibile.
Si
è sottolineato anche che l’assunto circa l’elaborazione
dettagliata delle scelte comportamentali alternative interessa
solo un campione limitato di decisioni comportamentali. Restano
escluse tutte le situazioni in cui le persone non sono motivate, o
non sono capaci, di elaborare in maniera intensiva i pro e contro
delle varie alternative comportamentali.
-
Per esempio, può accadere
che le persone non effettuino un’elaborazione cognitiva
dettagliata, se temono di non riuscire a prendere una decisione
ottimale, nei limiti di tempo o con gli sforzi cognitivi che sono
in grado di investire.
-
Il timore che il risultato
sia un’alternativa comportamentale indesiderabile a livello
affettivo è un’altra ragione per evitare il processo di
elaborazione; questo può avvenire ogniqualvolta l’atteggiamento
possieda una struttura incoerente (incoerenza affettivo-cognitiva
dell’atteggiamen-to, ma anche qualunque incoerenza fra
atteggiamenti e norme sociali).
Il
modello dell’azione ragionata, è stato giudicato applicabile
solo al comportamento messo in atto nelle situazioni in cui le
persone sono fortemente motivate e capaci di pensare
all’atteggiamento e/o al comportamento rilevante per questo
atteggiamento. Nel modello MODE (motivazione e opportunità come
determinanti del modo in cui gli atteggiamenti influenzano il
comportamento), si è aggiunta l’idea che ogniqualvolta manchino
la motivazione o l’opportunità di prendere decisioni
ragionevoli rispetto al comportamento rilevante per
l’atteggiamento, gli atteggiamenti facilmente accessibili
possono guidare il comportamento in modo automatico, perché
influenzano la percezione e la valutazione della situazione.
Modello
Rubicone
Alcune
ricerche recenti hanno tentato di colmare questo divario, con la
proposta del
modello
Rubicone: in esso si distinguono 4 fasi di azione distinte e sequenziali, ciascuna
caratterizzata da uno specifico assetto mentale (mind-set). Un
ruolo importante per lo sviluppo del concetto di intenzione è
svolto dalle prime due fasi del modello:
-
nella fase pre-decisionale
(quale decisione prendere), le persone riflettono sugli
scopi specifici dell’azione, fra le loro numerose preferenze e
desideri. Questa fase e è accompagnata da un assetto mentale
deliberativo, nel quale i pensieri del soggetto sono rivolti ai
valori associati agli scopi potenziali dell’azione;
-
nella fase post-decisionale
(come attuare la decisione) che precede l’azione, la
decisione di realizzare uno scopo specifico attraverso l’azione
è stata compiuta, e il soggetto si occupa di realizzarlo
concretamente. L’assetto mentale corrispondente è diretto alle
condizioni concrete di realizzazione dello scopo prescelto.
La linea
di demarcazione fra la fase pre-decisionale e quella
post-decisionale - il Rubicone - è caratterizzata dalla scelta di uno specifico scopo
dell’azione oppure, nella terminologia dei modelli dell’azione
ragionata o del comportamento pianificato, dalla formulazione di
una chiara intenzione comportamentale. Allo scopo di tradurre le
intenzioni comportamentali in azioni, nella fase post-decisionale
sarebbe formulata un’intenzione di tipo diverso (piani
comportamentali): la persona deve prospettare un piano
comportamentale: decidere quando, dove e come realizzare
lo scopo comportamentale scelto.
In
sintesi
-
Tra atteggiamento e
comportamento intervengono “variabili” che possono
ostacolare/facilitare la traduzione delle intenzioni
(atteggiamento) in azione (comportamento)
-
Fattori come le norme
sociali, le norme morali e le abitudini evocate in una certa
situazione possono esercitare una forte influenza sul
comportamento e rafforzare o attenuare la relazione fra
atteggiamento e comportamento.
-
Tuttavia, le decisioni
comportamentali non sono sempre la conseguenza di una elaborazione
dell’informazione razionale ed approfondita, come sostengono
alcuni dei più popolari modelli della relazione fra atteggiamenti
e comportamento, come la teoria del comportamento pianificato. A
volte, il comportamento può essere guidato dall’attivazione
automatica degli atteggiamenti o di altre preferenze
affettive.
-
Infine, nemmeno le
intenzioni comportamentali formulate esplicitamente possono
garantire che il comportamento si verifichi nella realtà: solo
se una persona formula dei piani completi su dove, quando e come
realizzare il comportamento, la probabilità che il comportamento
si verifichi veramente sarà massima.
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