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Invece di affidarsi agli effetti incerti della persuasione,
le istituzioni più importanti spesso influenzano il comportamento
servendosi di incentivi, norme sociali o
sanzioni legali (es: aumentare il prezzo dell’alcool
perchè la gente ne diminuisca l’uso).
Pertanto, i governi possono usare le tasse o sanzioni legali
per accrescere i costi dell’adozione di determinati comportamenti
come il fumo, bere alcolici e l’uso di cinture di sicurezza.
Queste strategie si sono dimostrate efficaci nell’influenzare il
comportamento in oggetto, ma hanno anche prodotto cambiamenti
considerevoli a livello di atteggiamenti.
Gli incentivi per la modifica di comportamenti, in genere hanno l’effetto
di cambiare l’atteggiamento verso un comportamento non centrale
(l’acquisto di alcool) ma non l’atteggiamento verso il
comportamento critico di per sè (il bere l’alcool, che rimane
sempre appetibile sicché
anche se è probabile che un forte aumento del prezzo delle bevande
alcoliche si traduca in una diminuzione degli acquisti, i livelli di
consumo potrebbero rimanere inalterati se non fossero vincolati dal
prezzo (come ad una festa in cui le bevande sono liberamente
disponibili) ).
Anche se gli incentivi sembrano produrre effetti limitati,
esistono delle condizioni in cui le modificazioni del comportamento
provocate da incentivi potrebbero produrre cambiamenti di
atteggiamenti a livello generale:
1.
le esperienze
fatte (o non fatte) adottando certi comportamenti
2.
le conseguenze
dell’adozione di un comportamento antiattitudinale sugli
atteggiamenti.
1.
Effetti
degli incentivi sul comportamento e sulle esperienze
Si
consideri l’uso di incentivi per convincere i soggetti ad adottare
un comportamento dal quale si aspettano conseguenze negative. Se
queste aspettative fossero irrealisticamente negative,
l’esperienza del comportamento dovrebbe consentire di vederlo
sotto una luce più positiva.
2.
Il comportamento antiattitudinale e il
cambiamento di atteggiamenti
Ci
chiediamo cosa accade all’atteggiamento verso un comportamento
antiattitudinale (cioè contrario alle convinzioni più radicate),
quando un soggetto è indotto (tramite incentivi economici o
minaccia di sanzioni negative) ad adottare tale comportamento, dal
quale si aspetta conseguenze negative, e queste conseguenze si
verificano veramente.
Saremmo
tentati di affermare che in queste condizioni non si avrà alcun
cambiamento di atteggiamento.
Tuttavia,
non è ciò che è stato scoperto dalle ricerche che hanno esaminato
gli effetti del comportamento antiattitudinale sugli atteggiamenti.
Esperimenti hanno trovato che:
è probabile che le persone modifichino i propri
atteggiamenti se sono libere di scegliere se adottare o meno un
comportamento antiattitudinale che provoca conseguenze negative.
1.
Relazione
tra libertà di scelta / incentivi / cambiamento del comportamento
1)
Le persone che sono
costrette (tramite incentivi economici o minaccia di sanzioni
negative) a comportarsi in modo contrario ai propri atteggiamenti
possono modificare tali atteggiamenti. E l’ampiezza
del cambiamento dipenderà da:
a)
la libertà di scelta
del soggetto
b)
la grandezza
dell’incentivo
c)
le conseguenze del
comportamento.
2)
La relazione fra adesione e cambiamento di atteggiamento però è
complessa:
a)
se i soggetti hanno notevole
libertà di scelta di rifiutare il compito
antiattitudinale e le conseguenze sono negative, il cambiamento
di atteggiamento sarà maggiore se l’incentivo è piccolo,
piuttosto che quando è grande.
b)
quando c’è poca
libertà di scelta, invece, si ottiene un cambiamento
maggiore se gli incentivi offerti per l’adesione sono consistenti.
Questi
risultati sono stati discussi nel quadro di tre teorie
(A)
Un’analisi in termini di teoria della dissonanza.
Ricordiamo che ogni qualvolta un individuo debba scegliere
fra corsi di azione alternativi, vi sono delle informazioni – le cognizioni
consonanti - che giustificano l’azione scelta (mi piace
fumare), e delle informazioni – le cognizioni dissonanti -
che avrebbero giustificato una decisione differente (il fumo fa
male).
Quando ci si serve di incentivi economici o della minaccia di
sanzioni negative per convincere una persona a dire o fare qualcosa
di contrario alle sue convinzioni più radicate (comportamento
antiattitudinale), l’incentivo economico o la sanzione
legale rappresentano cognizioni consonanti poiché giustificano
l’azione scelta.
Sperimentatori
misero alla prova queste ipotesi facendo eseguire ai soggetti due
prove di abilità motoria noiose. Poi gli sperimentatori domandarono
loro, con un pretesto, se sarebbero stati disposti a raccontare al
soggetto successivo (complice dello speimentatore) che il compito
sperimentale era interessante. I soggetti ricevevano poi 20 dollari,
oppure un dollaro come ricompensa per aver mentito.
Secondo
la teoria della dissonanza, ciò che le persone provano dipende
dalla quantità di denaro che è offerto loro à
I
soggetti che ricevono 20 dollari dovrebbero sperimentare una
dissonanza ridotta, poiché una quantità di denaro simile
giustifica ampiamente la “menzogna”. I soggetti che guadagnano
solo un dollaro dovrebbero sperimentare una notevole dissonanza,
perché il denaro non può giustificare veramente il fatto di
mentire.
Un modo per ridurre la dissonanza è convincersi che il compito
sperimentale è in realtà abbastanza divertente.
Coerentemente alle previsioni, si trovò che i soggetti che ricevevano 1
dollaro, rispetto a quelli che guadagnavano 20 dollari, mostravano
atteggiamenti più favorevoli verso il compito sperimentale.
In
questo disegno sperimentale sono introdotte due caratteristiche, le
quali si rivelano essenziali per provocare dissonanza:
a)
la
libertà di scelta:
dal momento che la richiesta dello sperimentatore non era
apparentemente parte dell’esperimento, i soggetti erano liberi di
rifiutarla, e godevano così di una notevole libertà di scelta;
b)
conseguenze
negative del comportamento:
siccome il secondo soggetto (complice) dichiarava che non avrebbe
preso parte all’esperimento finché il soggetto non avesse detto
che l’argomento era interessante, il comportamento del soggetto
produsse delle conseguenze negative (cioè ingannò lo studente,
convincendolo a partecipare ad una prova noiosa).
L’importanza
della libertà di scelta per l’attivazione della dissonanza
fu dimostrata verificando l’ipotesi che se i soggetti avessero
creduto che accettando per iscritto di prendere parte
all’esperimento si sarebbero impegnati ad aderire a qualsiasi
richiesta posta durante la sessione sperimentale, avrebbero concluso
di non avere altra scelta che eseguire il comportamento
anti-attitudinale richiesto dallo sperimentatore. In queste
condizioni, il comportamento anti-attitudinale non avrebbe dovuto
provocare dissonanza. Al contrario, il fatto di ricevere una
ricompensa (per esempio del denaro) per comportarsi in modo
contrario ai propri atteggiamenti, dovrebbe agire da rinforzo
modificando tali atteggiamenti. Linder, Cooper e Jones condussero
due esperimenti dove manipolarono la libertà di scelta, oltre alla
grandezza della ricompensa. In linea con le loro aspettative, la
relazione inversamente proporzionale prevista dall’ipotesi della
dissonanza (cioè un cambiamento minore con l’incentivo più
consistente rispetto all’incentivo ridotto) fu riscontrata solo
nelle condizioni di libera scelta. Quando i soggetti non avevano
molte possibilità di rifiutarsi di eseguire il compito
anti-attitudinale, si osservava un cambiamento maggiore quando
l’incentivo era più consistente rispetto a quando era ridotto.
L’importanza
delle conseguenze negative del comportamento anti-attitudinale
per l’attivazione della dissonanza cognitiva fu dimostrata in
altri esperimenti simili, aggiungendo delle condizioni nelle quali
il complice non si dimostrava apparentemente convinto dal soggetto
vero. Conformemente alle previsioni, si osservò una relazione
inversamente proporzionale fra la grandezza dell’incentivo e il
cambiamento di atteggiamento, ma solo nelle condizioni dove si
verificavano conseguenze negative. Nei casi in cui il
complice non si dimostrava convinto e non accettava pertanto di
partecipare all’esperienza noiosa, la grandezza dell’incentivo
non produceva alcun effetto sul cambiamento di atteggiamento.
(B) Un’analisi in termini di teoria dell’autopercezione.
L’interpretazione
del cambiamento di atteggiamento provocato dal comportamento
anti-attitudinale che viene offerta dalla teoria della dissonanza,
si scontrò ben presto con una prospettiva concorrente,
rappresentata dalla
Teoria dell’autopercezione: assume che
poiché gli indizi interni sono sovente deboli, ambigui o non
interpretabili, non di rado i soggetti si trovano nella stessa
situazione affrontata dagli osservatori esterni quando devono
esprimere i propri atteggiamenti, cioè inferiscono i propri
atteggiamenti verso un particolare oggetto valutando il
comportamento che hanno tenuto in passato nei confronti di tale
oggetto.
Ricevere come ricompensa una
grossa somma di denaro per agire in un modo particolare costituisce
una valida ragione per dubitare del valore informativo del proprio
comportamento. Pertanto, la teoria dell’autopercezione consente di
dar conto dei risultati di Festinger e Carlsmith, senza ricorrere
all’ipotesi degli stati emotivi negativi o delle cognizioni
contrastanti.
Secondo la teoria dell’autopercezione
-
i soggetti che ricevono un
dollaro, di fronte al fatto di aver raccontato ad un altro studente
che l’esperimento era interessante, inferiscono che devono aver
trovato il compito abbastanza interessante;
-
i soggetti che guadagnano 20
dollari, invece, attribuiscono il proprio comportamento al denaro e
non si servono di questa informazione per fare inferenze sul proprio
atteggiamento verso la prova sperimentale.
Conseguentemente a ciò, il loro atteggiamento verso il
compito sperimentale sarà meno favorevole di quello dei soggetti
della condizione “un dollaro”.
·
Teoria
della dissonanza cognitiva vs autopercezione
La teoria della dissonanza cognitiva e la teoria dell’autopercezione
sono molto diverse. L’unico aspetto che le distingue sono le loro
assunzioni circa i processi che determinano il cambiamento di
atteggiamento
La controversia è risolta suggerendo che le due teorie vanno
considerate come concezioni complementari, applicabili ciascuna in
un settore specifico. Si sostiene che
-
la teoria dell’autopercezione
descrive in modo accurato il cambiamento di atteggiamento che si
verifica nei casi in cui il comportamento è conforme
all’atteggiamento
-
la teoria della dissonanza
è appropriata per spiegare il cambiamento di atteggiamento nel
contesto del comportamento antiattitudinale.
(C) Un’analisi in termini di gestione delle impressioni.
La teoria della gestione delle impressioni ha rappresentato
la sfida principale alle interpretazioni in chiave di dissonanza
cognitiva, nelle ricerche sul fenomeno dell’accordo forzato.
La gestione delle impressioni si riferisce alle strategie
comportamentali che le persone mettono in atto per creare le
immagini, o identità sociali desiderate. Capovolgendo
un’assunzione di base della teoria della dissonanza, viene
suggerito che gli individui hanno un interesse a mostrarsi
coerenti di fronte agli altri.
Pertanto,
la teoria della gestione delle impressioni presume che:
la valutazione fornita da un soggetto su una scala di atteggiamenti, dopo
aver preso parte ad un esperimento sull’accordo forzato, sia
motivata dalla necessità di apparire coerente, piuttosto che
di esserlo.
In
tale ottica:
il
cambiamento di atteggiamento (apparente) che si riscontra nella
condizione con incentivo ridotto
è un espediente per simulare la coerenza fra il comportamento
e la successiva manifestazione dell’atteggiamento.
In
particolare:
-
nella condizione con incentivo ridotto, i
soggetti non hanno una ragione sufficiente a giustificare la loro
menzogna; pertanto, per mostrarsi coerenti, fingeranno di aver
trovato il compito davvero interessante, quindi di aver
cambiato atteggiamento per rispondere alle attese dello
sperimentatore.
-
Nella condizione con incentivo elevato, i
soggetti ricevono invece una consistente somma di denaro come
ricompensa per la loro dichiarazione. Possono così esprimere
sinceramente il loro vero atteggiamento (quello non
antiattitudinale), perché non hanno alcun problema di
identità: lo sperimentatore può attribuire il loro comportamento
antiattitudinale a fattori esterni.
Poiché la teoria della gestione delle impressioni postula
che nella condizione con incentivo ridotto i soggetti fingono di
cambiare atteggiamento per rispondere alle attese dello
sperimentatore, ne consegue che per poter osservare un
cambiamento di atteggiamento il comportamento anti-attitudinale dovrà
essere pubblico.
In genere non è facile verificare queste ipotesi, perché in
questo genere di esperimenti che si fondano sull’inganno è
impossibile sapere cosa i soggetti pensano realmente.
L’uso della tecnica del falso canale di informazione
costituisce pertanto un approccio più promettente dei tentativi di
contrapporre la validità delle due teorie. Se il cambiamento di
atteggiamento che si osserva negli esperimenti sull’accordo
forzato non fosse dovuto altro che ad un bisogno di
autopresentazione, non si dovrebbe osservare alcun cambiamento
di atteggiamento con l’impiego della tecnica del falso canale di
informazione per misurare gli atteggiamenti.
Secondo
gli autori, è più opportuno considerare le due teorie come
complementari, anziché mutuamente esclusive. Così
invece
di progettare esperimenti cruciali, i ricercatori dovrebbero
indagare quali sono le condizioni in cui prevalgono le
preoccupazioni per la presentazione di sé o per la coerenza interna.
3. Il comportamento proattitudinale
e il cambiamento di atteggiamento
Specularmente a quanto detto per il comportamento
antiattitudinale, a volte accade che
le persone che sono stimolate tramite incentivi economici a
comportarsi in modo allineato con i propri atteggiamenti (adottare
comportamenti già adottati prima dell’incentivo perché lo
consideravano piacevole) possono modificare tali atteggiamenti in
peggio.
Pertanto,
se i governi, convinti dai dati che dimostrano che la ginnastica
aumenta le aspettative di vita, approvassero una legge che rendesse
obbligatorio il jogging, questa decisione potrebbe indurre a fare
jogging molte persone che altrimenti non l’avrebbero mai fatto.
Tuttavia, potrebbe anche alterare la motivazione di coloro che fanno
jogging con regolarità.
L’’ipotesi che possiamo trarre dalle ricerche che hanno
esaminato gli effetti degli incentivi estrinseci sulla
motivazione intrinseca e sulla prestazione è che:
la
prestazione in un compito intrinsecamente piacevole può peggiorare
quando si forniscono alle persone delle ricompense per eseguirlo.
·
Interpretazione
secondo la teoria dell’autopercezione: l’ipotesi della
sovragiustificazione
Lepper, Greene e Nisbett interpretarono questi risultati nel
quadro della teoria dell’autopercezione:
nella misura in cui gli incentivi estrinseci sono sufficientemente salienti,
l’individuo tenderà ad attribuire il proprio comportamento a tali
incentivi, piuttosto che all’interesse intrinseco nei confronti
del compito.
Dopo aver ricevuto una ricompensa per l’esecuzione di un
compito, è meno probabile che i soggetti giudichino tale attività
di per sé interessante (cioè, hanno un atteggiamento meno positivo
nei confronti del compito).
Ciò è formulato in termini di
ipotesi della sovragiustificazione (over-justification).
-
una ricompensa prevista e contingente produce uno spostamento nella
motivazione percepita da intrinseca ad estrinseca;
-
un’attività che inizialmente era considerata un “fine in sé” è ora
vista come “un mezzo per raggiungere uno scopo”.
Non
è del tutto chiaro, però, se in questo caso la minaccia di
sanzioni legali produrrà lo stesso effetto di un incentivo
economico. Dopotutto, per osservare l’effetto di
sovragiustificazione, le persone devono poter vedere il proprio
comportamento sotto il controllo dell’incentivo esterno:
almeno per quel che riguarda il comportamento
pro-attitudinale, le sanzioni legali sembrano leggermente meno
salienti degli incentivi economici.
Ciò significa che anche se la maggior parte di noi non
ruberà o non commetterà mai omicidio, è improbabile che
attribuiremo questo fatto alla minaccia di sanzioni legali.
Nota conclusiva
Dopo
decenni di ricerche che hanno posto a confronto le due teorie nel
tentativo di stabilirne la relativa validità, pare si sia raggiunto
un compromesso secondo cui le due teorie vanno considerate come
complementari piuttosto che mutuamente esclusive. Pertanto, invece
di realizzare esperimenti “cruciali”, i ricercatori si sono dati
da fare per sviluppare ed esplorare dei possibili sistemi
concettuali che possano integrare i processi psicologici descritti
in queste teorie.
Le strategie di cambiamento:
valutazione della loro efficacia relativa
Influenzare il comportamento servendosi di incentivi
economici o sanzioni legali sembrerebbe la strategia più efficace
fra quelle che abbiamo incontrato in questo capitolo.
E
come si può supporre, ci sono prove che confermano questa ipotesi.
Visto lo strepitoso successo delle strategie di
influenza dirette, viene da domandarsi perché le persone si
preoccupano ancora della persuasione.
1.
Limiti delle strategie di influenza che si fondano sull’uso
di incentivi economici o sanzioni legali
In realtà, ci sono varie considerazioni da tenere presenti
relativamente ai limiti delle strategie di influenza che si fondano
sull’uso di incentivi economici o sanzioni legali:
a)
la mancanza di
potere: solo i governi hanno la facoltà di emanare leggi, e persino loro sono
soggetti a limitazioni di potere.
b)
campo d’azione
limitato al comportamento controllabile: l’uso
di incentivi economici o sanzioni legali sono applicabili solo al comportamento
controllabile: in tal modo, pur essendo efficaci per dei
comportamenti identificabili pubblicamente (come l’uso di cinture
di sicurezza), è difficile applicare incentivi positivi o negativi
se il comportamento che si desidera influenzare non è
oggettivamente controllabile.
c)
controllo
continuo: se si pone il comportamento sotto il controllo di un incentivo esterno,
non solo sarà necessario controllarlo continuamente, ma sarà anche
difficile, se non impossibile, ritornare al controllo interno.
2.
Vantaggi della persuasione
a)
Non supervisione: il vantaggio principale che si ottiene usando la persuasione per
modificare il comportamento è che il comportamento rimane
sotto il controllo intrinseco, e non richiede dunque
supervisione.
b)
almeno per il cambiamento di
atteggiamento che si ottiene tramite strategie dirette, si prevede
che il cambiamento sia abbastanza duraturo. E tuttavia, se il
cambiamento di atteggiamento è giudicato importante, la maggiore
efficacia delle strategie dirette diventa più preminente rispetto a
queste considerazioni.
c)
l’efficacia delle sanzioni
legali dipende probabilmente dall’accettazione della legge e dalla
percezione, da parte dei soggetti, che la violazione della legge si
accompagna a un forte rischio di sanzioni.
·
Integrazione persuasione e
incentivi diretti
Va sottolineato che
modificare la struttura degli incentivi o usare richiami persuasivi per
modificare gli atteggiamenti e il comportamento non vanno viste come
strategie concorrenti à l’uso di
incentivi e di appelli persuasivi dovrebbero essere considerate
strategie complementari piuttosto che opposte, ai fini del
cambiamento di atteggiamenti e di comportamento.
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