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I
termini altruismo, comportamento prosociale e comportamento
di aiuto sono da utilizzarsi in modo intercambiabile.
Il
messaggio contenuto nel famoso articolo di Latané e Darley
sull’apatia dello spettatore era:
l’altruista
di oggi potrebbe essere lo spettatore passivo di domani: dipende
tutto dalla situazione sociale.
Ciò
significa che:
se
un modello si comporta in modo altruistico oppure egoisticamente, vi
sono buone probabilità che gli osservatori facciano altrettanto.
Sono
innumerevoli le variabili situazionali - il numero di spettatori e i
tempi ristretti - che influenzano fortemente il comportamento
altruistico.
I
2 tipi di definizioni
Generalmente,
gli psicologi sociali hanno proposto 2 approcci diversi per la
definizioni del comportamento prosociale:
a.
Primo approccio.
Si dà una definizione che esclude i comportamenti che hanno
una matrice egoistica (per esempio, la reciprocità) per
concentrarsi sui comportamenti provocati da risposte empatiche
(per esempio, porre fine alle sofferenze della vittima).
b.
Secondo approccio.
Si
dà una definizione dell’altruismo a prescindere dal presunto
stato motivazionale (a matrice egoistica o a matrice altruistica (empatica)).
Una
tale definizione è più funzionale, perché di fronte a ciascun
caso specifico è estremamente arduo stabilire se il comportamento
abbia una motivazione empatica o no.
Sulle orme di questo approccio, Bierhoff ha
specificato due condizioni che definiscono le risposte come
prosociali:
1)
l’intenzione di
procurare un favore ad un’altra persona
2)
la libertà di scelta
(per esempio, l’assenza di obblighi professionali).
Esempi di comportamento prosociale
In
molte forme di altruismo che avvengono al cospetto di un pubblico.(es:
raccolta di fondi a favore dell'Africa organizzata da Bob Geldof) è
evidenziato che le risposte altruistiche non escludono
necessariamente il vantaggio personale (aumento dei riconoscimenti
pubblici).
Bisogno
allora dire che:
il comportamento di aiuto non è sempre invariabilmente un comportamento
disinteressato.
In
molti casi le ricompense – nascoste o evidenti – si accumulano.
Ricompensa
e costi
Il
comportamento prosociale è determinato in larga misura dalle ricompense
e dai costi.
Ciò
non significa tuttavia che non vi siano delle persone veramente
generose e disinteressate, che vanno in aiuto degli altri senza
curarsi delle conseguenze negative (costi) che ciò può comportare.
In realtà, interventi come questi avvengono con più probabilità
nelle situazioni di emergenza che richiedono un’azione immediata (es:
tuffarsi nelle acque gelide del fiume e salvare uno dei
sopravvissuti, anche se il eroico gesto può procurare un
assideramento).
Tra
i motivi che si trovano alla base delle risposte altruiste troviamo:
-
il senso di dovere morale
-
l’empatia
-
la reciprocità
-
l’innalzamento
dell’autostima
-
i riconoscimenti.
I
motivi che ostacolano l’altruismo
Tra
sono stati trovati:
La
quasi totalità dei costi
dell’aiuto, quindi dei i motivi che ostacolano le risposte
altruistiche, sono riassumibili in:
-
lo stress
-
il pericolo
-
il tempo
-
le perdite materiali
-
la scarsa competenza
Fra
queste, la perdita di tempo è la ragione più spesso
invocata per giustificare il mancato soccorso. In molte situazioni
della vita reale la gente ha fretta e aspettare è
un’esperienza frustrante. La disponibilità a sacrificare il
proprio tempo per una persona che ha bisogno di aiuto può essere
interpretata pertanto come generosità.
Le
persone sono inclini a ritenere che l’anticipazione di conseguenze
negative riduca l’altruismo.
Un’
area in cui il comportamento prosociale è molto importante è la
donazione del sangue. Ricerche portarono alla conclusione che
-
la decisione di cominciare a
donare sangue è dovuta principalmente a motivazioni esterne (come
le pressioni dei pari)
-
i donatori regolari sono
influenzati più da fattori interni, come il senso di
dovere morale, la definizione di sé e le tendenze
altruistiche personali.
Perché
le persone si aiutano a vicenda?
In
che modo il fenomeno dell’altruismo può essere incorporato in
teorie come la sociobiologia o la teoria dell’interdipendenza, che
si basano su motivazioni egoistiche?
Aiutare
gli altri senza aspettarsi una ricompensa immediata non è
incoerente con i presupposti di base di questi approcci teorici?
Queste
sono le domande più importanti nell’ambito del dibattito teorico
sul fenomeno dell’altruismo.
Nel
paragrafo seguente la discussione è strutturata distinguendo i
diversi livelli di analisi in ciascuno dei quali viene affrontato un
diverso tema importante della ricerca sull’altruismo:
-
la reciprocità nel
contesto dell’approccio sociobiologico;
-
il ruolo dell’ umore
nel contesto degli approcci individualistici;
-
le norme dell’imparzialità
e della responsabilità sociale nel contesto
dell’approccio dei sistemi sociali.
Inoltre,
considereremo la distinzione fra comportamento prosociale con
motivazione egoistica e altruistica. A tale proposito ci si
chiede: esiste un altruismo basato sull’empatia che possa essere
contrapposto alla motivazione prosociale più egoistica?
q
La sociobiologia
La
selezione naturale è guidata dal successo riproduttivo.
Un’intuizione importante è stata quella di considerare
l’altruismo come un risultato della selezione naturale se aumenta,
invece di diminuire, la probabilità di riprodursi per l’individuo
(o per i suoi parenti). Due processi generali possono aver
contribuito allo sviluppo dell’altruismo: la selezione
parentale e la reciprocità.
La
selezione parentale.
Il
successo riproduttivo dell’individuo (l’idoneità complessiva)
dipende dalla distribuzione dei suoi geni nella generazione
successiva. L’idoneità complessiva è la somma del successo
riproduttivo di un individuo (idoneità diretta) e della proporzione
del successo riproduttivo dei parenti attribuibile al comportamento
riproduttivo dell’individuo (idoneità indiretta). Per esempio, il
coefficiente di parentela tra fratelli è di 1/2. Questo significa
che i geni di un individuo saranno favoriti aumentando le
probabilità di sopravvivenza dei fratelli e delle sorelle. Il
sacrificio di sé a beneficio dei parenti può ridurre l’idoneità
diretta e al tempo stesso aumentare l’idoneità degli altri.
La
teoria dell’altruismo reciproco ( Trivers)
La
teoria dell’altruismo reciproco spiega il comportamento prosociale
fra persone che non hanno legami di parentela. Il presupposto di
base di questa teoria è che: il comportamento prosociale sarà
favorito dalla selezione naturale se segue il principio della
reciprocità, e se i costi per colui che aiuta sono inferiori ai
benefici per il destinatario. Il principio dell’altruismo
reciproco si basa sul fatto che: vale la pena per X proteggere Y se
ciò significa che le altre persone (come Yi) proteggeranno X.
Se i costi per colui che aiuta sono bassi e i benefici per il
destinatario sono alti, l’altruismo reciproco può essere
vantaggioso. Il problema di questo tipo di altruismo è la
possibilità che il destinatario non ricambi l’aiuto ricevuto.
Pertanto, l’altruismo reciproco può verificarsi in alcune
circostanze particolari: per esempio, quando esiste
un livello elevato di fiducia fra chi aiuta e chi riceve l’aiuto,
l’appartenenza a un gruppo è stabile, il gruppo esiste da molto
tempo, e i membri del. gruppo sono facilmente riconoscibili.
q
L’approccio
individualistico
L’approccio
individualistico all’analisi del comportamento sociale è
rappresentato qui dalle teorie e dalle ricerche sulla relazione
fra umore e comportamento di aiuto. In generale,
gli
effetti dell’umore positivo e dell’umore triste sul
comportamento di aiuto sono estremamente diversi.
·
L’umore positivo
Le
ricerche empiriche hanno indicato che
il
comportamento di aiuto è favorito da un umore positivo, anche se
gli effetti dell’umore positivo sul comportamento di aiuto hanno
una durata relativamente breve.
Questi
risultati potrebbere essere spiegati secondo approcci centrati sul ruolo
dell’umore nell’elaborazione delle informazioni. Tali
approcci sono spiegati con alcuni modelli:
1)
il modello
dell’attivazione dell’emozione (affect priming model) di Bower-Fogars:
l’umore assume un ruolo informativo,
attivando in maniera selettiva e rendendo più accessibili i
contenuti mnestici a esso congruenti: l’umore positivo può
suscitare pensieri positivi, che includono attività di tipo
positivo come il comportamento prosociale.
2)
il modello
dell’umore come informazione (affect as information) di Schwarz: i
soggetti seguano un’euristica del tipo: “Come mi sento al
riguardo”; cioè l’umore attuale è usato come elemento di
informazione che viene integrato nel giudizio complessivo. Sicché
le sensazioni trasmettono un valore informativo che potrebbe
sostituire il ragionamento analitico accurato. In particolare
gli attori usano il proprio
umore come indice per valutare la sicurezza di una certa situazione.
Poiché le risposte altruistiche vengono inibite dai segnali di
pericolo à la
relativa assenza di pericolo, inferita dal fatto di essere di buon
umore, può incoraggiare l’altruismo.
Contrariamente
al modello dell’attivazione dell’emozione, il modello
dell’umore come informazione è applicato principalmente
all’elaborazione dell’informazione semplificata sulla base di
euristiche. Per esempio, se si domanda a un soggetto di valutare
un’altra persona, esso potrebbe semplicemente far riferimento ai
sentimenti che prova nei suoi confronti.
·
L’umore negativo
Gli
effetti dell’umore positivo sembrano più forti e più coerenti
degli effetti dell’umore negativo. Da una prospettiva
evoluzionistica, si potrebbe sostenere che l’umore negativo segnali
dei problemi e un eventuale pericolo. Pertanto, sarebbe giustificata
la conclusione secondo cui l’umore negativo, in presenza di uno
stato di forte concentrazione, indebolisca le intenzioni
altruistiche aumentando le percezioni dei costi dell’intervento.
Preoccupazione
empatica
Al
contrario, i soggetti che assumono la prospettiva di un’altra
persona triste (preoccupazione empatica) si dimostrano assai
servizievoli. Questo risultato potrebbe dipendere dal fatto che il
destino infelice degli altri suscita processi di confronto
sociale, che segnalano il relativo benessere del potenziale
benefattore.
Il
senso di colpa
Il
senso di colpa per azioni compiute a danno di altre persone, un tipo
particolare di emozione negativa, aumentava coerentemente il
comportamento di aiuto.
q
L’approccio interpersonale
Il
comportamento di aiuto si verifica nel contesto delle relazioni
interpersonali., e ci si potrebbe domandare se la prospettiva
interpersonale possa offrire nuove idee ed intuizioni circa le
motivazioni del comportamento prosociale.
Teoria
dello scambio
Dal
punto di vista della teoria dello scambio, le persone sono
motivate a massimizzare le conseguenze personali positive.
La
teoria dell’interdipendenza (Kelley e Thibaut)
Secondo
la teoria dell’interdipendenza le persone dipendono
le une dalle altre; inoltre, prendono parte a relazioni di scambio
allo scopo di ottenere delle ricompense. Potrebbe essere vantaggioso
per entrambe le persone interdipendenti eseguire delle trasformazioni
prosociali , sicché è possibile che le persone interdipendenti
trasformino la relazione di scambio, basata sull’offerta di
ricompense e sui costi, in una relazione prosociale.
La
probabilità che questo avvenga dipende da molti fattori:
a)
la distinzione fra relazione
di scambio e relazione di condivisione;
b)
il ruolo dell’empatia come
emozione altruistica
c)
lo sviluppo del concetto di
sé prosociale sulla base di un riaddestramento attribuzionale.
a)
Relazioni di scambio e relazioni di condivisione
Le relazioni interpersonali possono essere
di natura profonda oppure superficiale. Nelle relazioni profonde
(come fra amici), diversamente da quelle più superficiali, le
persone sottolineano la solidarietà, l’armonia interpersonale, la
coesione. Inoltre, nelle relazioni profonde, le ricompense per il
successo nella prestazione in un compito sono distribuite suUa base
della norma di eguaglianza, mentre nelle relazioni superficiali le
ricompense sono distribuite sulla base del contributo fornito da
ciascuna persona all’esecuzione del compito (coerentemente alla
norma di equità).
Esempi
di relazioni di scambio sono quelle fra estranei e conoscenti,
mentre le relazioni di condivisione sono esemplificate dalle
relazioni fra amici, membri della stessa famiglia o amanti.
Mills
e Clark mettono in relazione le relazioni di scambio e le relazioni
di condivisione in modo simile alla relazione tra relazioni
superficiali e relazioni profonde.
-
Nelle relazioni di
scambio le persone si sforzano di ottenere ricompense massime
mentre nelle relazioni di condivisione le persone si
preoccupano del benessere altrui. Pertanto, è plausibile che nelle
relazioni di scambio le persone nutrano motivazioni egoistiche,
quando invece nelle relazioni di condivisione sono motivate dal
desiderio di alleviare la sofferenza della vittima.
-
Nelle relazioni di
scambio
a)
le persone cercano di
raggiungere un equilibrio fra ricompense e costi: sono attratte
dalle ricompense ed evitano i costi che si presentano.
b)
Le persone rispondono in
maniera positiva alle restituzioni dei benefici forniti e registrano
attentamente i contributi individuali nei compiti congiunti.
-
Per le relazioni di
condivisione emerge chele persone impegnate in una relazione di
condivisione prestano maggiore attenzione ai bisogni dell’altro
quando non è prevista alcuna opportunità di ricambiare (rispetto
agli studenti impegnati in una relazione di scambio).
In definitiva:
le persone che si trovano in relazioni di condivisione sono
più servizievoli di quelle che si trovano in relazioni di scambio,
se non è previsto uno scambio reciproco. Mentre quando quando i
soggetti si aspettano che ci sia l’opportunità di essere ripagati
in un momento successivo, l’attenzione nei confronti dei bisogni
dell’altra persona risulta altrettanto forte nelle relazioni di
scambio e in quelle di condivisione.
b)
L’altruismo basato sull’empatia
Altro
risultato: le persone sono più servizievoli nelle relazioni di
condivisione rispetto a quelle di scambio, e questo effetto è più
forte quando colui che riceve aiuto è di umore triste.
Perché
la tristezza del destinatario favorisce il comportamento di aiuto
fra i potenziali donatori con un orientamento alla condivisione? I i
soggetti con orientamento alla condivisione sono inclini a prestare
attenzione alla tristezza degli altri (perché sono disposti a fare
attenzione ai bisogni altrui), e di conseguenza avvertono più sentimenti
di empatia.
Il
concetto di empatia riveste un ruolo importante perché
l’empatia può rappresentare una motivazione autenticamente altruistica,
che oltrepassa gli scopi egoistici.
Gran
parte delle ricerche condotte da Batson si sono poste il problema di
verificare se il comportamento prosociale sia motivato da preoccupazioni
altruistiche oppure egoistiche.
Le
prove empiriche indicano che esiste una correlazione positiva fra
empatia e comportamento prosociale, cioè:
la motivazione altruistica è fatta corrispondere all’empatia, che suscita preoccupazione per il benessere altrui.
Esperimento
di Batson
Nel
tentativo di chiarire qual è il tipo di motivazione (egoistica o
altruistica) alla base del comportamento pro-sociale Batson
configura la seguente situazione:
-
porre i soggetti di fronte a
una vittima
-
considerare le variabili
“somiglianza di atteggiamenti fra soggetto e vittima”: forte
somiglianza (uguali) o scarsa somiglianza (diversi);
-
considerare la variabile
difficoltà di fuga: fuga facile (facile) e fuga difficile
(difficile), dove la fuga si riferisce alla possibilità di
abbandonare la situazione di dare aiuto.
Risultati:
-
se le persone hanno
motivazioni egoistiche, potrebbero preferire l’alternativa della
fuga, che consentirebbe di ridurre lo stato di attivazione negativo
provocato dalla presenza della vittima. Al contrario, le persone che
sono motivate dall’empatia è improbabile che abbandonino la
situazione, perché il loro desiderio di alleviare le sofferenze
della vittima rimarrebbe anche dopo l’abbandono
dell’esperimento.
-
una forte somiglianza di
atteggiamenti rafforzerebbe
la motivazione altruistica, mentre una scarsa somiglianza di
atteggiamenti favorirebbe una motivazione egoistica.
-
la più bassa percentuale
dei comportamento di aiuto si ha nella condizione
“facile-diverso”, e più elevata nelle altre tre condizioni.
L’ipotesi
di Batson
L’idea
centrale su cui si fonda l’ipotesi di Batson è
i soggetti che dichiarano di avvertire soprattutto un senso
di disagio di fronte ad un’emergenza, agiscono in risposta alla
situazione specifica, mentre i soggetti che riferiscono di provare
delle preoccupazioni empatiche agiscono in maniera altruistica,
indipendentemente dalle caratteristiche della situazione.
Questi
risultati sono coerenti con l’ipotesi dell’empatia-altruismo,
secondo cui la motivazione principale dell’altruismo è
l’empatia:
la
preoccupazione empatica, come variabile di personalità, potrebbe
corrispondere alla motivazione altruistica cronica, mentre la
prevalenza abituale di un senso di angoscia potrebbe corrispondere a
un orientamento egoistico durevole.
Tuttabia:
sembra che il profilo dei risultati di Batson emerga solo in alcune
condizioni specifiche, e che la distinzione teorica fra
comportamento di aiuto con motivazione egoistica ed altruistica sia
difficile da verificare a livello empirico:
la
preoccupazione empatica presuppone certamente la disponibilità ad
assumere la prospettiva della vittima e a condividere le sue
sofferenze, ma al tempo stesso la riduzione della sofferenza della
vittima riduce i sentimenti negativi in colui che presta aiuto, il
quale normalmente si sente sollevato.
c)
L’attribuzione
e il concetto di sé prosociale.
Cosa
accade se qualcuno vi dice che siete un “benefattore della comunità”
e una persona che “vuole veramente aiutare gli altri”? Questi
messaggi fanno parte delle strategie di riaddestramento
attribuzionale (attributional re-traning), che si
propongono di modificare il concetto di sé della persona bersaglio.
Mentre l’osservazione della condizione degli altri può accrescere
le preoccupazioni empatiche, le strategie che si focalizzano sullo
stile attribuzionale possono favorire la formazione di un concetto
di sé altruistico. È risaputo che il riaddestramento
attribuzionale può accrescere la disponibilità delle persone ad
eseguire attività socialmente desiderabili.
Questa
spiegazione si avvicina molto ad un’analisi in termini di
autopercezione. Un feedback diretto al concetto di sé che descriva
la persona bersaglio come servizievole, favorisce la formazione di
un concetto di sé come persona altruista, il quale a sua volta
accresce le risposte altruistiche future.
In
quali condizioni le persone aiutano il prossimo?
Numerose
ricerche segnalano che
la disponibilità a prestare soccorso è maggiore quando lo
spettatore si trova da solo, rispetto a quando è in compagnia di
altre persone.
L’inibizione
sociale dell’altruismo
Quali
sono i processi che ostacolano il comportamento di aiuto nei gruppi
di osservatori?
Le
prove empiriche mettono in luce 3 tipi di processi sociali ai quali
si fa risalire l’inibizione sociale dell’altruismo:
1.
La diffusione di
responsabilità: un singolo osservatore avverte che la
responsabilità dell’intervento ricade esclusivamente su di lui.
Nel caso in cui altri spettatori siano presenti, la responsabilità
è alleggerita. La diffusione di responsabilità riduce
l’altruismo, un effetto che tende ad aumentare a seconda del
numero degli spettatori.
2.
Processo di ignoranza
collettiva: se le circostanze sono molto ambigue, esse
creano nello spettatore un senso di incertezza. Ciò fa sì che ogni
spettatore esiti a intervenire mentre cerca di capire cosa stia
accadendo, e si dimostri pertanto un modello di passività per gli
altri. Questo processo di confronto sociale porta a concludere
erroneamente che gli altri spettatori considerino l’evento
inoffensivo, e questa definizione sociale della situazione ostacola
le risposte altruistiche.
3.
Il timore della
valutazione: la presenza di altri spettatori crea infatti
uno stato di disagio, poiché potrebbero assistere ad un eventuale
intervento. Questi timori esercitano un effetto inibente,
soprattutto quando lo spettatore non sa se è in grado di fornire un
aiuto efficace. Tuttavia, non è da escludere il contrario: se uno
spettatore è convinto di essere competente e di possedere le
capacità necessarie per fornire un aiuto, la presenza di altre
persone può rivelarsi un incentivo per aiutare gli altri
costituisca una dimostrazione della propria forza e superiorità.
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